Opinioni
1 aprile, 2010

Sorprese latine

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Così il Sudamerica ha superato la crisi meglio dell'Europa. Ma ora deve gestire la ripresa

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Immaginate di essere nel 2008 e che io vi abbia detto che l'anno successivo in America Latina sarebbe successo questo: i flussi d'investimento stranieri sarebbero calati del 50 per cento, i prezzi dei prodotti che rappresentano il grosso delle esportazioni della regione verso il resto del mondo sarebbero scesi del 23 per cento e le rimesse dei sudamericani che lavorano all'estero alle loro famiglie - una delle altre fonti principali di reddito di quest'area - avrebbero subito una riduzione del 15 per cento. Aggiungendo inoltre che l'area avrebbe registrato la più drastica diminuzione delle sue esportazioni negli ultimi 70 anni e la maggior contrazione delle sue importazioni negli ultimi 27.

Ne avremmo concluso, inevitabilmente, che questo disastro economico avrebbe scatenato una crisi sociale e politica. Con gravi conseguenze. Per esempio, l'occupazione non solo avrebbe cessato di crescere - come era avvenuto invece ogni anno negli ultimi sette - ma sarebbe in effetti diminuita. E, cosa ancor più rilevante, il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà sarebbe aumentato. Questo avrebbe rappresentato un drammatico capovolgimento, poiché la povertà in America Latina è anch'essa diminuita ogni anno: dal 2002 e fino al 2008 41 milioni di persone sono uscite da questa condizione.

A giudicare dall'esperienza passata, ciò avrebbe prodotto effetti disastrosi. Dopo la crisi finanziaria del Messico all'inizio degli anni '80, la mortalità infantile provocata dalla denutrizione è andata aumentando. Lo stesso è accaduto in Perù, dove è cresciuta del 2,5 per cento: un incremento pari a 17 mila decessi in più di bambini.

Gli sconvolgimenti sociali alimentano l'instabilità politica e una crisi delle proporzioni sopra descritte porterebbe immancabilmente a dedurne che un simile dissesto economico destabilizzerebbe l'intera regione e favorirebbe estremisti, populisti, zeloti e xenofobi, minando i governi e la democrazia.

Ma nel caso in questione, le cose sono andate diversamente da quel che si poteva prevedere in base a questa logica. Una grave crisi economica c'è stata, senza però produrre quelle conseguenze sociali e politiche. Tutti i dati negativi sopra citati non sono infatti ipotetici: corrispondono alle statistiche effettive dell'America Latina (riportate da due autorevoli istituti di ricerca come il Cepal e il Preal).

In altri termini, questo è quanto è accaduto nella regione nel 2009, dove non si sono invece registrati i soliti effetti prodotti da disastri economici di simili proporzioni. L'America Latina non solo ha sorpreso chiunque con la sua capacità di reazione alla crisi globale del 2009 in confronto a quella dimostrata nel corso di crisi precedenti, ma ha riportato risultati migliori di altre parti del mondo, compresa l'Europa.

Cos'è accaduto in realtà? Qual è stata la sua differenza di comportamento? Forse, il fattore più importante è che ha tratto lezione dalle sue tre principali crisi precedenti e che i suoi governi erano meglio preparati a far fronte alle turbolenze economiche. Questa volta, ad esempio, era meno indebitata, aveva una situazione fiscale più solida, attivi più cospicui della bilancia dei pagamenti e banche più forti e meglio regolate.

La maggior parte dei suoi governi, inoltre, ha reagito prontamente e in modo efficace alla crisi, con un riduzione dei tassi di cambio e una politica monetaria meno rigida. Alcuni paesi, inoltre, come il Cile e il Perù, hanno introdotto tempestivamente misure di stimolo fiscale. Molti altri hanno fornito maggior sostegno ai poveri, aumentando i sussidi alimentari, la sicurezza sociale e le indennità di disoccupazione e lanciando programmi speciali per la creazione di posti lavoro.

Come tutti gli altri governi che hanno reagito in modo precoce ed efficace alla crisi, quelli sudamericani si trovano oggi di fronte a una difficile decisione: la scelta del momento in cui passare da un'ampia manovra anticrisi a una politica più normale e sostenibile. Se questo passaggio avverrà troppo presto, c'è il rischio che la ripresa s'interrompa e ne vengano danneggiate le vittime della crisi che dipendono ancora dall'intervento dello Stato. Se invece quest'intervento massiccio si protrarrà troppo a lungo, il rischio è un dissesto delle loro finanze e l'avvio di un nuovo ciclo pericoloso. C'è da augurarsi che riescano a gestire la loro ripresa con la stessa efficacia con cui hanno reagito alla crisi.

traduzione di Mario Baccianini

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