
Non potrebbero esser più diversi. Il presidente del Brasile è un leader sindacale che ha imparato a leggere dopo aver compiuto i dieci anni ed è stato costretto a lasciare la scuola in quarta elementare per aiutare la famiglia. Il presidente del Messico è un tecnocrate che ha studiato ad Harvard. Luiz Inacio Lula da Silva proviene dal Brasile più povero, mentre Felipe Calderon, figlio di un politico importante, viene dalla élite messicana. La popolarità di Lula è in forte aumento, quella di Calderon è in caduta libera. Lula è percepito come un leader globale che porterà a termine con successo il suo secondo mandato presidenziale e poi assumerà una carica internazionale (magari Segretario generale dell'Onu?), mentre Calderon presiede una nazione in declino, coinvolta in una guerra fuori controllo contro i cartelli della droga. In breve: Lula leader mondiale, Calderon perdente del Terzo mondo.
Questa presentazione dei fatti è ingiusta e imprecisa. Calderon potrà anche non godere del plauso globale di Lula e di questi tempi il Messico non avrà il successo del Brasile, ma il presidente messicano sta guidando il suo paese con coraggio, in un momento di difficoltà inaudita. Il Messico è stato vittima di una catena di traumi arrivati da fuori. In primo luogo è stato colpito in modo imponente dal virus H1N1 con il risultato che i turisti stranieri si sono tenuti alla larga dal Paese venendo così meno una grande risorsa che portava dollari e lavoro. Ciò nonostante il Messico ha gestito la crisi sanitaria in maniera efficace tanto da essere preso a modello da altri paesi. Ma poi è arrivato il crollo dell'economia americana. In Messico la vendita dei pezzi per automobili alle industrie automobilistiche Usa ha subito un calo drastico, lo stesso per molti prodotti industriali da esportazione. Inoltre le banche internazionali hanno praticato tagli generalizzati alle linee di credito soffocando le piccole imprese non quotate in Borsa. A causa della crisi americana si sono ridotte anche le rimesse dei messicani che lavorano negli Stati Uniti. E come se non bastasse, Calderon ha dichiarato una coraggiosa guerra senza precedenti ai signori della droga.
A causa dell'inerzia dei suoi predecessori e della massiccia richiesta di droga dagli Stati Uniti (la nazione a più ampio consumo di droga al mondo), i cartelli sono cresciuti a dismisura e sono penetrati a fondo in Messico. I narcotrafficanti controllavano molti Stati, agenzie governative, la polizia e anche alcuni membri del governo. In molte città nessuno ha tanti soldi, influenza politica e uomini armati quanti ne hanno loro. Riconquistare lo spazio perduto dal governo è diventata la priorità di Calderon. La reazione dei cartelli è stata inevitabile. Un'esplosione di violenza ha scosso la nazione arrivando fino agli Stati Uniti. Gli episodi sono quasi sempre tra bande rivali in guerra per il controllo del mercato. Il presidente Calderon non aveva idea che sarebbe stata una guerra tanto difficile. Il suo Paese era assediato dall'equivalente moderno delle dieci piaghe. Si è trattato di una mossa coraggiosa che avrebbe bisogno di un sostegno nazionale o internazionale che non si è visto.
A Calderon non viene dato il riconoscimento, ma in compenso il mondo esagera nell'osannare Lula che, per esempio, ha tenuto un vergognoso silenzio sugli abusi dei diritti umani in America Latina e in Iran. Ha anche parlato con sdegno dei prigionieri cubani che sono morti rifiutando di mangiare per protesta per l'ingiusta incarcerazione degli attivisti per i diritti umani. Li ha definiti 'criminali comuni'. Lula non ha detto una parola sulla repressione degli studenti universitari e dei leader sindacali da parte di Chávez. Si è invece infuriato quando la Colombia ha permesso agli Stati Uniti di utilizzare una parte dello spazio aereo affinché monitorassero i trafficanti di droga, ma non ha avuto nulla da dire sui miliardi di dollari spesi dal Venezuela in armamenti russi. Si è inoltre prodigato per far sì che l'Honduras venisse espulso dall'Organizzazione degli Stati Americani (Osa), dopo un colpo di Stato che ha cacciato il presidente, ma è stato altrettanto solerte nell'appoggiare la riammissione di Cuba nell'Oas, un'organizzazione di democrazie. Lula ha detto che i manifestanti di Teheran sembravano sostenitori di una squadra di calcio alla fine di una partita persa. Secondo lui gli iraniani che protestavano dovrebbero accettare che Ahmadinejad ha vinto le elezioni e tornarsene a casa, e questo mentre il governo aveva condannato a morte molti oppositori. Lula è stato fortunato che quando era un giovane manifestante in Brasile la giunta militare brasiliana fosse più umana del suo nuovo e ammirato amico Ahmadinejad. Se le cose fossero andate in maniera differente, Lula sarebbe stato fucilato da una squadra militare e il mondo avrebbe perso un uomo di Stato.
traduzione di Alessandra Pugliese