C’è qualcosa di incomprensibile nell’atteggiamento degli Stati Uniti verso la Russia di Putin, almeno per l’Europa. Un atteggiamento (ribadito al recente G7 in Germania anche da Obama), che ricorda gli anni della Guerra Fredda e ne rispolvera sia il lessico sia gli strumenti, a partire dalla volontà di fornire armi e tecnologia agli eserciti dei Paesi anti-Putin, di estendere l’attività della Nato pur di contrastare il supposto imperialismo di Mosca. In tempo di ben altre minacce globali, tutta questa enfasi da epoca di Truman sembra surreale. E a poco servono i tentativi dei leader europei di cambiare l’atteggiamento di Washington e difendere le ragioni per cui l’Europa non può fare a meno della Russia.
È opportuno capire bene da che cosa origini, questa avversione americana, evitando l’errore di attribuirla alla sola escalation di tensioni per l’Ucraina. In realtà, parte da molto prima, è stata alimentata da centinaia di articoli, saggi e libri, ed è trasversale sia a gran parte dell’establishment democratico sia a quello repubblicano.
Già alla fine degli anni Novanta, in piena era Clinton, gli Stati Uniti si irrigidirono con Mosca su una serie di temi.
Uno dei motivi di maggiore attrito fu la volontà del Cremlino di tenere sotto scacco i Paesi di nuova indipendenza del Caspio, e in particolare le loro risorse energetiche. L’amministrazione Clinton cercò strenuamente di affrancare i flussi di petrolio e gas di quei Paesi dal controllo russo, con risultati sostanzialmente nulli. La violenta guerra civile in Cecenia sembrò un’ulteriore conferma che la Russia quasi democratica di Eltsin non aveva alcuna intenzione di perdere la presa sulle sue frontiere meridionali. Anche nel tormentato Medio Oriente, l’atteggiamento russo rimase conflittuale rispetto al sistema di alleanze statunitensi. Mosca continuò a difendere la Siria di Assad e, indirettamente, l’Iran, continuando in una politica assai tiepida verso Israele.
Con l’avvento di Putin, poi, la Russia scelse di tornare a essere una superpotenza a pieno titolo, usando come base del suo rilancio l’immensa dotazione di risorse naturali, un arsenale di armi convenzionali e nucleari secondo solo a quello statunitense, ma anche i tanti “vuoti” creatisi in un sistema internazionale dove la leadership Usa non riusciva a imporsi. Le aree di tensione e competizione aumentarono, arrivando a comprendere il sud-est asiatico, la Cina, i Paesi baltici e l’intera Europa. Nel frattempo, molti russi che avevano abbandonato la madre-patria per rifluire in think-tank e università americane o israeliane alimentavano l’immagine fosca dell’emergere di una nuova dittatura post-comunista.
I fatti sembravano dare ragione a questa corrente di pensiero. Dai leader politici molto popolari uccisi misteriosamente agli oligarchi troppo potenti costretti alla fuga o alla prigione (come Mikhail Khodorkovsky); dai tanti giornalisti uccisi o ridotti al silenzio, alla soppressione dei movimenti di ispirazione liberal, fino alle strane morti in terra straniera di vecchi oligarchi anti-Putin (come Boris Berezovski) o di ineffabili ex-spie rivoltatesi contro la nuova leadership (come Alexander Litvinenko). Tutto questo in un crescendo che continua ai nostri giorni, a cui si aggiunge la convinzione - probabilmente sorretta da migliaia di intercettazioni e rapporti segreti - che là dove Mosca non arrivi con la violenza conquisti con la corruzione: di politici, manager, opinion maker.
La fiorente letteratura su questi temi e i suoi tanti avvocati hanno prodotto nel tempo una profonda cultura anti-russa negli Stati Uniti, che adesso è difficile da scardinare. Perfino i sostenitori della realpolitik, quelli che lascerebbero l’Ucraina e il Caspio al loro destino e ignorerebbero la questione dei diritti umani, pur di trovare un accordo con Mosca su temi più importanti per gli interessi Usa, non osano sfidare in pubblico l’opinione dominante. Quest’ultima, in tanti colloqui privati, disegna Putin come una sorta di mostro che controlla un immenso potere in grado di impensierire gli States. I leader europei che cercano di mitigare la politica Usa verso la Russia devono anzitutto combattere contro questa cultura, senza deriderla per le sue conseguenze discutibili né sottovalutarne le applicazioni più estreme. Pena il rischio di rimanere stritolati in una guerra sotterranea più grande di loro.