Le migliaia di studi sul fenomeno dimostrano la stessa cosa: per i Paesi di arrivo sono una potenziale, enorme risorsa

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La reazione europea alla crisi dei migranti mi riporta alla memoria l’uomo al quale viene comunicato che ha una forma aggressiva di tumore e che passa attraverso tutti i cinque stadi del dolore: prima il rifiuto, poi la rabbia (“perché io?”), quindi la contrattazione con i medici seguita da un attacco di depressione, fino a quando con l’accettazione si mette alla frenetica ricerca di una cura. Gli europei sono nella fase della contrattazione e stanno cercando di capire dove dovrebbero andare i migranti, ma hanno già raggiunto fasi molto diverse del ciclo del dolore.

Gli ungheresi hanno costruito un muro contro quella che ritengono essere un’invasione di musulmani, vivono ancora la fase del rifiuto e della rabbia. I tedeschi e gli svedesi sono rassegnati ad accogliere migranti in gran numero e si stanno adoperando per integrarli. Anche gli italiani sono a buon punto: da molto tempo ormai li vedono arrivare a bordo di gommoni nella loro isola di Lampedusa, un vero avamposto, e non soltanto hanno accettato il fatto di non poter fermare il flusso dei migranti (molti dei quali sono diretti in ogni caso nell’Europa settentrionale), ma anche di essere moralmente tenuti a portar loro soccorso in mare.

Il flusso dei migranti da Siria, Iraq, Afghanistan, Eritrea, Somalia, Mali e altri infelici Paesi tormentati dai conflitti è una catastrofe umanitaria senza precedenti, che determina lo sradicamento di milioni di famiglie e migrazioni che provocano migliaia di morti. La crisi, che mette a rischio la libertà di movimento all’interno dell’Europa e, come temono alcuni, addirittura l’intero progetto europeo, è di quelle per le quali non esistono soluzioni facili. Dato che i conflitti sono endemici e i trend demografici non cambieranno tanto presto, la crisi dei migranti si aggraverà, prima di iniziare a migliorare. Nella stragrande maggioranza dei casi non c’è alcuna possibilità che sul breve periodo i migranti possano ritornare alle loro terre. Di conseguenza, mentre i politici cercano di comprendere una realtà complessa, è importante vedere le cose con chiarezza e capire alcune delle caratteristiche associate a un fenomeno con molteplici esempi al mondo, verificatosi molte volte nel corso della Storia. E che gli economisti hanno studiato a fondo.

Nelle regioni che ospitano un gran numero di migranti, la situazione è insostenibile. Non mi riferisco alla Baviera, e neppure a Lampedusa o Lesbo: fanno parte di una periferia economica ad alto reddito molto più ampia. Mi riferisco alle regioni settentrionali della Giordania, alla Valle della Beqa in Libano e al Kurdistan. Queste aree, che hanno redditi pro-capite pari a circa un quinto della media europea, sono invase dai rifugiati. Secondo Frontex nel 2015 un milione di migranti sono passati in Europa, che conta 500 milioni di abitanti (e i dati dei primi cinque mesi del 2016 sono analoghi a quelli dello stesso periodo del 2015). Il Libano, circa cinque milioni di abitanti, ospita quasi 1,2 milioni di rifugiati siriani. La stessa Siria conta circa otto milioni di sfollati siriani; l’Iraq tre milioni.

Questa massa di sfollati non può trovare posti di lavoro decenti in regioni povere. E i migranti esercitano pressioni fortissime su ogni forma di servizi e infrastrutture governative, dalle scuole alla sanità, dalle reti per la distribuzione dell’acqua e dell’elettricità allo smaltimento dei rifiuti. La Banca Mondiale ha calcolato che per le nuove infrastrutture servirebbero svariati miliardi di dollari, e ha concluso che in assenza di aiuti i rifugiati sono esposti a fame e malattie infettive. Le agenzie delle Nazioni Unite ricevono maggiori finanziamenti, che però non si avvicinano lontanamente a quelli necessari. In queste regioni non è realistico parlare di una soluzione per lo sviluppo a lungo termine al problema rifugiati. La soluzione va cercata nella loro graduale assimilazione e integrazione in altri paesi, dove esistono effettive opportunità economiche.

I Paesi aderenti alle Nazioni Unite sono vincolati dalla Carta dell’Organizzazione a dare aiuto e assistenza ai rifugiati. È loro proibito rispedirli dove rischierebbero di essere messi in pericolo. Si cerca di fare una distinzione tra rifugiati e migranti “per ragioni economiche”. Ma se in alcuni casi è facile distinguere, in molti altri è facile commettere l’errore di scambiare un rifugiato per un migrante per motivi economici, e di fatto un migrante per motivi economici può essere, sotto un rifugiato. È raro che i migranti siano costretti a partire sotto la minaccia di una pistola puntata alla tempia, anche se può accadere. Il più delle volte hanno un margine decisionale. Possono prendere in considerazione la probabilità che il loro nucleo familiare subisca danni e soppesarla rispetto ai costi e ai rischi di una migrazione. Alcuni partono alle prime avvisaglie, altri più tardi, altri ancora non partono proprio e tra questi si contano quanti pagano con la propria vita. Essendo io stesso ebreo e fuggiasco, posso testimoniare quanto sia pericolosa e difficile questa decisione. E del resto i migranti che non sono sicuri di poter sfamare i loro figli sono a tutti gli effetti migranti forzati.

I paesi avanzati possono ottenere significativi vantaggi economici dall’immigrazione. Studi sugli effetti economici delle migrazioni si contano ormai nell’ordine delle migliaia. Molti si basano su un’analisi approfondita dei casi di migrazione di massa (come l’esodo dei cubani a Miami, il ritorno dei colonizzatori dalle colonie dopo la loro indipendenza, e la migrazione degli ebrei dall’Africa del Nord e dall’Unione Sovietica verso Israele), mentre altri analizzano gli effetti a lungo termine sui salari locali delle migrazioni. Il fenomeno migratorio è stato studiato anche utilizzando modelli che simulano le modalità con le quali l’economia si adatta a un considerevole incremento della forza lavoro, e modelli che calcolano il contributo dei migranti alle entrate del fisco e quanto ottengono dai sussidi del welfare e dai servizi pubblici.

Questi studi non sempre concordano su tutto, ma la maggior parte è d’accordo sui seguenti punti: l’immigrazione da Paesi a basso reddito in Paesi ad alto reddito alimenta gli investimenti e la produzione, tanto più se il clima degli investimenti è buono nel Paese ospitante e se la popolazione in media è anziana. L’immigrazione tende a far salire i salari dei lavoratori specializzati e a ridurre i costi di molti servizi, quali quelli legati all’aiuto domestico. In ogni caso, gli immigrati tendono ad abbassare i salari dei lavoratori in diretta concorrenza, di solito in precedenza persone che sono state a loro volta immigrati. Questi studi convengono anche sul fatto che gli immigrati hanno un piccolo impatto positivo sul bilancio pubblico, soprattutto perché sono più giovani della popolazione locale e quindi pagano più tasse e utilizzano meno servizi pubblici, in particolare l’assistenza sanitaria. I migranti ricevono meno pensioni e molti di loro pagano i contributi per l’assistenza sanitaria o gli enti pensionistici senza raccoglierne i benefici. Gli studi hanno anche dimostrato che i migranti tendono a dare un forte impulso alla produttività perché sono più pronti a trasferirsi in località remote per trovare un posto di lavoro. Altri studi hanno riscontrato che i migranti possono fungere da cuscinetto ammortizzatore per la manodopera nata in loco, in quanto in caso di recessione sono i primi a essere licenziati.

È inutile dire che tutti questi effetti positivi legati alla migrazione dipendono dall’eventualità che ai migranti sia permesso lavorare, senza che razzismo o discriminazione intralcino loro la strada. Negli Stati Uniti i figli dei migranti hanno in genere altrettanto successo, se non maggiore, dei figli dei cittadini nati in loco e appartenenti alla stessa fascia socioeconomica. Al contrario, i figli degli immigrati in Germania e Francia, e perfino i loro figli, hanno risultati meno buoni rispetto ai cittadini nati in loco.

Gli europei potranno chiedere agli Stati Uniti, che sono vicini alla piena occupazione, di accogliere molti più migranti e, insieme, potranno porre un freno al flusso dei rifugiati aumentando i loro aiuti alla Giordania, al Libano e ad altri Paesi. In ogni caso, se l’Europa non riuscirà a trovare una soluzione politica o militare per i conflitti che divampano in tre continenti, non riuscirà a fermare i rifugiati. Se non rinunciando alle leggi internazionali e ricorrendo a misure che la maggior parte dei cittadini trova ripugnanti. La vera domanda da porsi, pertanto, non è se gli europei consentiranno ai rifugiati di arrivare, ma se e come questi ultimi metteranno a frutto la loro disperata voglia di lavorare e di condurre una vita normale.

traduzione di Anna Bissanti