Molta propaganda del governo sullo stop alle Ong. Ma nessuno pensa ai disperati che senza colpa sono detenuti nei campi di prigionia libici

Siamo in un vicolo cieco, importante ammetterlo. Un vicolo cieco perché chi crede che bisogna salvare vite in mare, ma al contempo contrattare con l’Europa regole che superino il Trattato di Dublino, chi crede che sia importante esprimere la propria opinione, chi ritiene che la dottrina Minniti abbia ridato il via, dopo la caduta di Gheddafi, alla pratica criminale di fermare i migranti in Libia in veri e propri campi di concentramento, non ha alcuna rappresentanza politica. È all’opposizione, ma l’opposizione la fa da sola, senza che in Parlamento ci sia davvero una forza capace di raccogliere questo disagio. Di raccogliere, anzi, quella che è diventata sofferenza vera e propria. Questa sarà la terza estate che vivremo in Italia accompagnati da una propaganda antiimmigrati perenne, e a chi dice: «Siete voi che la alimentate» rispondo: «Abbiamo scelta? Possiamo ignorare?».

E così tutto il dibattito è saturato da questa polarizzazione, senza che realmente si comprendano i termini della questione. Quanti sanno davvero leggere i procedimenti giudiziari che coinvolgono le Ong? Quanti conoscono la differenza tra sequestro preventivo e sequestro probatorio? Quanti sanno cosa significhi che un procedimento viene archiviato? E spesso non sapere non è questione di ignoranza, ma di superficialità.
Fermo, nel flusso continuo di notizie, due informazioni che mi fanno riflettere. Una ragazza denuncia uno stupro e accusa due immigrati. Dopo mesi confessa di aver inventato la notizia. L’Associated Press riporta i casi di più di 20 migranti detenuti nella prigione libica di Zintan morti di malattia, stenti, fame e violenza. Le persone a lungo detenute e intervistate hanno denunciato il loro isolamento, hanno detto di essere stati completamente abbandonati in contesti di detenzione disumana. Detenuti incolpevoli.

Perché queste due notizie mi hanno colpito? Perché l’immigrato stupratore (mai presunto), minacciato di castrazione chimica, è una costante nella comunicazione di questo governo, quindi che sia o no colpevole, cambia poco. Che in Libia ci siano lager è ormai una informazione di pubblico dominio; credo che - ma potrei sbagliarmi - tutti sappiano che in Libia è in corso una guerra civile e che ci sono prigioni costruite per fermare chi vuole venire in Europa. Dunque, tutte queste ormai possiamo considerarle nozioni condivise e, nonostante ciò, non è chiaro che la soluzione va trovata senza atti di prepotenza. Vige oggi una sorta di ¡No pasarán! al contrario: non passano i disperati e si finge di difendere frontiere dove poi, invece, passa di tutto.
In tutto ciò, si evitano come la peste quegli argomenti che potrebbero seriamente deprimere l’elettorato (certo è strano che non si deprima pensando alle migliaia di disperati torturati a pochi chilometri dalle coste italiane) che si troverebbe a sbattere contro una amara consapevolezza: a parte la ferocia dei toni di oggi, la situazione per gli italiani resta drammatica quanto lo era ieri.

Gli spostamenti che interessano ai nostri politici sono solo quelli verso l’Italia, perché si possono utilizzare contro l’Europa - quale occasione migliore di Ong straniere con imbarcazioni battenti bandiere di stati che non siano il nostro? - eppure l’emorragia di italiani che continuano a lasciare il Paese resta un argomento più che tabù.
Se analizziamo i dati che fornisce l’Aire (Anagrafe degli Italiani all’Estero) il numero dei nostri connazionali che lascia l’Italia dovrebbe preoccuparci seriamente: negli ultimi 10 anni oltre 200mila giovani tra i 20 e i 34 anni se ne sono andati e non hanno lasciato solo le regioni del Sud ma anche la Lombardia, che ha dovuto rinunciare a oltre 24 mila risorse qualificate.

Se nel 2006 gli italiani registrati all’estero erano 3,1 milioni, nel 2018 sono 5,1 milioni. Più di 120mila persone hanno trasferito la loro residenza all’etero l’anno scorso e tra questi c’è una percentuale altissima di laureati, oltre il 30%. Persone che hanno studiato e si sono formate in Italia e che ora sono risorse che il Paese ha perso. Fossi in chi ci governa sarebbe questa una priorità, non inscenare litigi perenni tra alleati di governo o fare guerra ai disperati. Ma forse vale la pena specificare che per affrontare questa situazione non bisogna chiudere le frontiere e impedire in maniera coatta a chi vuole emigrare di farlo. Con questo governo non si sa mai.

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