Opinioni
12 febbraio, 2026Uno speciale a dieci anni dalla morte dell’intellettuale che ha letto in anticipo il tempo che viviamo
Nel decimo anniversario della morte di Umberto Eco, avvenuta il 19 febbraio 2016, L’Espresso dedica la copertina all’intellettuale che ha segnato e innovato il panorama culturale italiano e che per decenni ha contribuito al successo del nostro giornale.
Nel suo testamento aveva disposto una sorta di “silenzio decennale” sulle celebrazioni pubbliche, come a voler lasciare sedimentare la sua eredità culturale. Oggi quel tempo è scaduto e ci sembra doveroso ricordarlo per quello che è stato per la cultura italiana e per L’Espresso.
Eco ha incarnato con rigorosa originalità la figura dell’intellettuale totale, capace di connettere epoche e discipline con una curiosità onnivora, rivoluzionando il modo di pensare la cultura. Professore a Bologna, fondatore della Scuola Superiore di Studi Umanistici, ha introdotto la semiotica in Italia, influenzando generazioni di studiosi e creando un ponte fra tradizione e modernità. La sua opera saggistica, da Apocalittici e integrati ai pamphlet sul futuro, ha anticipato temi come l’impatto dei media e l’overload informativo, che ora, nell’era digitale, ci appaiono profetici.
Con romanzi come Il nome della rosa, venduto in milioni di copie in tutto il mondo, ha dimostrato che il sapere può essere avvincente come un thriller, intrecciando storia, semiotica e ironia.
Dal 1955, anno della fondazione, Eco collaborò con L’Espresso e dal 1985 scrisse in ultima pagina La Bustina di Minerva, rubrica nata da appunti presi scrivendo su bustine di fiammiferi (che all’epoca così si chiamavano), e che condensava pensieri su tutto: da Mussolini all’ispettore Derrick, da Leopardi alle parolacce, dal futuro dell’Europa alle insidie delle traduzioni. In quelle brevi colonne, incisive, ironiche, mai banali, Eco provocava, connettendo alto e basso, passato e futuro, con una freschezza che resiste al tempo. La Bustina di Minerva è stata una palestra di libertà intellettuale, un esercizio settimanale di pensiero critico che ha incarnato perfettamente lo spirito de L’Espresso: curioso, laico, mai compiacente. Rileggerla oggi significa ritrovare non solo un autore, ma un metodo. E capire che il miglior modo per ricordare Umberto Eco non è celebrare la sua figura, bensì continuare a porre domande scomode, a diffidare delle risposte facili, a credere che la cultura serva prima di tutto a renderci cittadini più consapevoli.
A Elisabetta Sgarbi abbiamo chiesto di ricordare l’Eco intellettuale e scrittore ma anche l’Eco editore. Nelle sue parole le emozioni intense degli anni in cui venne fondata la casa editrice La nave di Teseo, nome scelto dallo stesso Eco ispirandosi a Plutarco, ma anche tanti momenti e aneddoti di una preziosa frequentazione letteraria. E poi il lato umano, caratterizzato da un profondo «senso dell’amicizia» e il ricordo della «sua generosità nel mettere a disposizione la sua autorevolezza in una causa in cui non aveva nessun interesse».
Nel libro Umberto di Roberto Cotroneo, fresco di stampa (di cui anticipiamo un estratto), il ricordo di tanti momenti passati insieme, raccontato da una delle persone più vicine al Professore, col quale coltivò per tutta la vita un forte legame di stima e complicità. Insieme alla descrizione di come Eco era «capace di prevedere quello che sarebbe accaduto perché aveva una forma di intelligenza naturale che assomigliava a quella artificiale di cui parliamo oggi».
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