Ha vinto la monnezza

Dopo due mesi i rifiuti ricominciano a crescere. E De Gennaro ha dovuto abbandonare il suo piano. Ecco perché il prefetto senza superpoteri rischia di fallire

Talquale. Questo eloquente eufemismo indica l'immondizia che nessuno riesce più a selezionare in Campania: il termine, indicato persino nei contratti, sembra anche il destino che minaccia la Campania. Perché tale e quale è la situazione in cui sta precipitando la regione dopo 60 giorni di Gianni De Gennaro: la montagna dei sacchi neri ha ripreso a crescere. Un disastro che rischia di segnare la prima sconfitta per l'ex capo della polizia, alle prese con un mostro: per la prima volta nella sua storia personale si comincia a parlare di fallimento.

Dal 3 marzo tutte le soluzioni escogitate finora dal prefetto hanno cominciato a perdere colpi: la Germania ha bloccato i treni, i lavoratori dei Cdr si fermano a singhiozzo, la pioggia ha rallentato i cantieri delle nuove discariche. In più sono intervenuti i vigili urbani di Acerra, che su ordine del sindaco controllano tutti i camion dell'immondizia e li multano per ogni piccola infrazione, ingorgando l'unica rotta per lo smaltimento. Una farsa incredibile: pochi vigili che mettono in crisi il super commissario. Ma non è l'unica, perché di super-poteri in realtà De Gennaro ne ha veramente pochi. Non può precettare, non può obbligare, non ha nemmeno fondi da spendere: ai suoi ordini direttamente c'è soltanto il battaglione dell'Esercito. Per tutto il resto deve chiedere ad altri e bussare alle porte di Palazzo Chigi, dove Romano Prodi ha già la testa altrove.

UNO E TRINO De Gennaro non ha nemmeno il pieno controllo della situazione dei rifiuti. Perché i commissari di governo che operano in questo settore sono ben tre. L'ex capo della polizia deve gestire l'emergenza, pulire le strade e trovare dove mettere la spazzatura. Poi c'è il commissario liquidatore, che deve chiudere le precedenti strutture: a lui tocca domare i Cdr, le fabbriche infernali dove si compattano i carichi per trasformarli in ecoballe. Il problema è che in questi impianti strategici tutto è precario: dipendenti, forniture, manutenzione, mense, tute, persino la pulizia. Nel tentativo virtuoso di eliminare gli sprechi del passato, molti contratti sono stati revocati mentre in altri casi lo Stato è in ritardo sui pagamenti. I dipendenti, poi, spesso incrociano le braccia o sono obbligati a fermare le macchine: ogni ora persa significa lasciare 300 tonnellate a marcire. Infine il liquidatore deve trovare qualcuno che compri e completi il mostro di Acerra, ormai degradato per decreto da termovalorizzatore ad inceneritore. Una missione titanica. Il primo nome scelto dal governo, un generale della Finanza, si è tirato indietro. A quel punto l'incarico è finito a Goffredo Sottile, che come prefetto di Caserta ha imparato a conoscere la materia.

Ma c'è una terza figura fondamentale: il commissario alle bonifiche, ossia colui che doveva disinnescare tutte le discariche create nei precedenti 14 anni di emergenza, trasformando le bombe chimiche in pascoli. Una struttura che agisce in modo autonomo, parallelo e in almeno un caso conflittuale con le altre due. Alla fine di gennaio l'incarico era ancora in mano ad Antonio Bassolino, che ha gestito dal 2001 stanziamenti per 300 milioni, Bagnoli inclusa. Ma dopo le prime indagini di De Gennaro, Prodi ha subito rimpiazzato il governatore con Massimo Mengozzo, un esperto della Regione. Perché l'ex capo della polizia ha capito a sue spese che senza bonifiche non ci possono essere nuovi spazi per versare i rifiuti. Ci ha messo 40 giorni, poi è stato costretto a rottamare il piano presentato in pompa magna: i siti che risultavano ripuliti a suon di milioni invece erano ancora colmi di veleni. "Guai ad avvicinarsi alle vecchie discariche", ha sentenziato con amarezza in un'intervista a 'Repubblica'.

CARTE FALSE Che le cose andassero peggio del previsto De Gennaro lo ha scoperto in un lampo. L'illusione sul piano è svanita poche ore dopo la conferenza stampa del 21 gennaio. All'alba i tecnici del Commissariato si sono presentati in un capannone industriale di Pianura, destinato ad accogliere una catasta di ecoballe. Una mossa politica: dopo gli scontri con la polizia per la discarica, si voleva dimostrare che lo Stato non faceva dietrofront e portava comunque dei rifiuti in quel comune. Nei dossier del Commissariato quel capannone risultava vuoto e sotto sequestro, insomma pronto all'uso: in realtà la pattuglia del prefetto è stata accolta dal metronotte di turno, che vigilava sulle sette aziende con 80 operai legalmente attive nell'impianto. Il bello è che già un anno prima gli emissari del Commissariato lo avevano ispezionato. Con un brivido, il prefetto ha compreso: il suo piano era stato costruito su carte inattendibili. Aveva mosso armate che non esistevano ed era finito in laghi di veleni, muovendosi verso lo scontro popolazioni senza più fiducia nelle istituzioni. La sua manovra prevedeva di riaprire in 7-10 giorni quattro vecchie discariche 'bonificate' (Villaricca, Difesa Grande, Montesarchio e Parapoti come riserva) dove infilare di corsa gran parte degli arretrati. Il resto, circa 200 mila tonnellate, doveva finire in 11 siti provvisori in attesa di una soluzione definitiva. Ossia i quattro nuovi maxidepositi (Serre, Savignano, Terzigno, Sant'Arcangelo) che in realtà sarebbero dovuti nascere già nel luglio 2007 ma dove i cantieri non erano mai partiti. Un piano da 900 mila tonnellate, ingoiando 10 mila tonnellate al giorno: 7.200 di produzione quotidiana, più una fetta del giacente. L'immondizia sarebbe sparita da metà marzo: il miracolo di De Gennaro. Che nemmeno il Gennaro santo avrebbe potuto realizzare: nel primo mese quota 10 mila è stata toccata solo 5 volte.

INDIETRO TUTTA L'ex capo della polizia ha lottato per andare avanti: "Dico no al gioco dell'oca, il piano è perfettibile ma non si può sempre tornare alla casella di partenza", ha insistito il 30 gennaio. Il bollettino di guerra ora dopo ora è diventato drammatico: nelle vecchie discariche spuntavano giacimenti mefitici. È stata dissepolta dal terreno persino un'intera autocisterna piena di liquami tossici. Risvegliare quei mostri significava perdere tempo prezioso. A San Valentino la resa: bisogna trovare un'altra rotta. Quale? L'estero. Portare tutto l'arretrato in Germania, ben 200 mila tonnellate via mare fino ai porti del Baltico: un'alternativa costosa. E finora impraticabile. Perché i tedeschi da dieci giorni rifiutano anche quelle 700 tonnellate quotidiane che facevano respirare Napoli. E il loro nein rischia di riaprire il baratro: fino ad allora erano state spostate 329 mila tonnellate, dimezzando la montagna di 250 mila che sommergeva tutto a metà gennaio. Adesso tecnici del prefetto e militari corrono da un sito all'altro, cercando di impedire la paralisi. Sfruttano al massimo i centri di stoccaggio creati dai mezzi dell'Esercito. Ogni giorno 1.700 tonnellate vengono portate ad Acerra, pesate e messe nel magazzino di Italambiente. Da lì la Fibe li trasloca a Santa Maria la Fossa, dove sono pesate di nuovo e gettate a Ferrandelle: tutto doppio, processione di camion e costi.

SOTTO IL TAPPETO Ma senza nuove discariche è come nascondere la polvere sotto il tappeto. L'unico vero impianto, quello di Serre, corre verso l'esaurimento. Taverna del Re, riaperta dopo l'intervento personale di De Gennaro ha chiuso mentre Marigliano che doveva rimpiazzarla non è ancora pronta. Nel gioco delle quattro discariche, risuscita anche il 'vulcano cattivo' di Somma Vesuviana: nel 2005 era quasi pieno di rifiuti quando un incendio lo svuotò tra nuvole tossiche. I nuovi maxi siti di Savignano e Sant'Arcangelo non apriranno prima di un mese, ammesso che arrivino i soldi. Sperando che non scoppi il caldo: per adesso non si temono epidemie, quanto l'invasione dei ratti e insetti. Spetterebbe ai comuni e alle Asl intervenire anche solo spargendo disinfettante e topicida. Ma nessuno fa nulla.

De Gennaro non vuole gettare la spugna: "Di rifiuti ce ne sono fin troppi...". Dicono lo faccia per senso dello Stato e per una questione personale. Ma prima di lui, anche un duro come Guido Bertolaso dovette arrendersi. E se falliscono gli unici funzionari credibili di cui lo Stato dispone, chi mai potrà ripulire la Campania?

ha collaborato Piero Messina

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