Poi a poco a poco, la perdita di credibilità. Fino alla vergogna dell'affaire aviaria quando l'Indonesia ha sbattuto le porte in faccia all'Oms, accusandola di aver ceduto alla farmaceutica australiana Csl i frammenti del virus influenzale, grazie ai quali l'industria avrebbe prodotto e brevettato un vaccino contro la temuta influenza. Oltre al danno la beffa: la farmaceutica in questione avrebbe proposto al governo indonesiano di pagare per avere il vaccino. E l'Indonesia si è così accorta che nessuno le aveva chiesto il permesso di utilizzare il 'suo' virus. Una palese violazione alle regole di cui la stessa organizzazione mondiale si era dotata. E non sarebbe stata l'unica: esiste una lunga lista di brevetti ottenuti da ceppi virali isolati in Vietnam, Cina e Hong Kong. Tutti con il beneplacito dei fornitori dei virus? Che gli uffici regionali e la stessa sede ginevrina traffichino con le case farmaceutiche non è più solo un'illazione.
Parte integrante del sistema delle Nazioni Unite, l'Oms è un colosso che muove ogni due anni oltre 5 miliardi di dollari. Le entrate sfiorano 5 miliardi e mezzo, le uscite superano i quattro. Un'analisi economica di Richard Wagner e Robert Tollison riscontrò che l'Oms spendeva in meeting e per il suo executive board tanto quanto investiva in vaccinazioni, tubercolosi e malattie diarroiche insieme. Oggi, più del 40 per cento del budget Oms confluisce nelle spese per il personale. Circa 8 mila operatori di cui 1.800 nel quartier generale svizzero e i restanti distribuiti tra i sei uffici regionali e i 147 situati nei singoli paesi.
Chi paga? Questo è il punto. Oltre l'80 per cento deriva da contributi volontari, perlopiù legati alle condizioni dettate dai donatori, molti dei quali sono privati, spiega Eduardo Missoni, docente di Strategie globali per la salute alla Bocconi. Come fa allora l'Oms a essere davvero autonoma nelle strategie e nelle scelte operative?

Che ci sia una particolare attenzione agli interessi di Big Pharma lo conferma Samantha Bolto che in passato ha lavorato per i Dipartimenti di malattie tropicali e Hiv dell'Oms: "Durante i primi allarmi sulle influenze pandemiche erano in molti, all'interno dell'organizzazione, a chiedersi perché raccomandare il Tamiflu e non spingere la produzione, permessa in situazioni di emergenza, delle versioni generiche".

Ma un'organizzazione inquinata non è necessariamente un'organizzazione da abbattere. Tutti gli osservatori concordano sul fatto che è necessaria un'azione di coordinamento quando un'infezione supera le frontiere di più paesi, e che non potrebbe essere fatta da nessun altro ente, né tanto meno da un governo. Così come è innegabile che l'organizzazione, pur con i suoi sfarzi, le dorate sedi di Ginevra e le sue incongruità, "ha condotto fondamentali battaglie per l'equità e l'universalità", come ricorda Nicola Magrini del Centro per la valutazione dell'efficacia dell'assistenza sanitaria.
Il fatto è, spiega Samantha Bolte, che "nell'Oms c'è una task force di tecnici molto competenti, che però si perdono in un bicchier d'acqua quando devono diventare operativi". È ciò che accade quando la burocrazia prende la mano, quando i funzionari superano gli effettivi, quando i soldi spesi per le segreterie sono dieci volte quelli per i progetti. Quando la rete si sfrangia in centinaia di sedi, migliaia di centri cooperativi, un esercito di consulenti e di funzionari che trescano con chi ha i soldi e si dimenticano la mission: salvare il mondo. Soprattutto il mondo dei più poveri. Troppo impegnativo? Ma qualcuno deve pur farlo.
ha collaborato Paolo Pontoniere