Da Grillo fino al giornalista di Bengasi ammazzato mentre denunciava le menzogne di Gheddafi: la comunicazione politica premia chi si sottrae allo share

Innanzi tutto una questione di metodo. Quando scrissi della Tav, invitavo i pro e i contro a fare un passo indietro rispetto ai torti e alle ragioni. Prima ancora di dividersi, invitavo a riflettere se nell'Italia dove le organizzazioni criminali detengono il monopolio (o quasi) dei subappalti, la Tav non potesse essere una miniera per i cartelli criminali. Una questione di metodo, appunto. Prima di essere pro o contro, ci dovrebbe essere riflessione. Così ora, suggerisco di applicare il metodo a una questione di tutt'altra natura, ai cambiamenti nella grammatica della comunicazione politica.

Prima di appoggiare Grillo, di criticarlo, seguirlo, demonizzarlo, prima ancora di ascoltarlo, ignorarlo, indignarsi o sostenerlo, varrebbe la pena osservare il tipo di comunicazione politica che ha scelto di utilizzare. Tutto è persona e non si presta attenzione al metodo, eppure io non posso fare a meno di notare una cosa: ciò che ha caratterizzato la "presenza" di Beppe Grillo in questi anni è stata la sua pressoché totale assenza. Un'assenza talmente presente da essere sfuggita. Grillo non è andato in televisione, ha concesso poche interviste-fiume, si è sottratto ai salotti tv che la politica utilizza per creare consenso e che propongono una politica per spettatori: il berlusconismo ha dato il colpo di grazia ai talk show politici, sepolti dalle urla dei suoi colonnelli e delle sue pasionarie. Ecco perché ha invitato i candidati del Movimento cinque stelle a non partecipare a quei salotti che li avrebbero costretti ad accettare regole vecchie, che li avrebbero fagocitati in una comunicazione lontana dagli elettori, ad uso e consumo di spettatori. Una politica da divano, da pancia piena dopo pranzo, da fine giornata. Da cervello che si spegne, stanco di una giornata di lavoro, disposto a cercare un nemico più che il dibattito.

Il messaggio che è passato è che per Grillo politica vuol dire partecipazione, presenza, quella vera fatta di urla e persino cadute di stile. Il vero successo del Grillo-metodo lo si intravede nei telegiornali e i talk show politici, costretti ad andare in piazze di paesi mai raccontati, a riprendere un contesto politico ormai inusuale.

Dinanzi a una modificazione profonda del tessuto politico, al sisma economico, i media non riescono a produrre nuove narrazioni in Italia. Questo si avverte maggiormente perché è finita la stagione in cui il talk show poteva contare sugli uomini del governo. Impresentabili, arroganti, ignoranti, la cui presenza generava una commistione tra avanspettacolo e politica, una dialettica a metà strada tra denuncia, litigio e messa in scena del ridicolo. Tutto questo era profondamente triste, ma garanzia di ascolto: in una parola era "spettacolo", quello stesso che raramente la politica democratica, con le sue compostezze, rigori e discipline riesce a garantire. E ora che tutto questo sembra finito per noi, per chi resta, è ancor più complesso ricostruire una grammatica della comunicazione in grado di decodificare ciò che sta accadendo e raccontare questa fase di passaggio. La vera rivoluzione, la vera novità sono i social network, le tv on line, le tv digitali, i media basati sullo share parcellizzato e quindi non soggetti alla dittatura dello share. Quindi vincenti.

La nuova narrazione parte da Mo. Mo era il soprannome di Mohammed Nabbous, giornalista libico che aveva fondato la sua televisione on line Libya Al-Hurra, la prima stazione televisiva privata a Bengasi. Mo aveva contribuito a innescare la scintilla della rivoluzione ed è stato ucciso dalle forze fedeli a Gheddafi soprattutto perché raccontava le contraddizioni del Paese, perché smascherava le menzogne del Rais."Non ho paura di morire, ho paura di perdere la battaglia!", queste le sue prime parole in diretta tv. E in diretta tv è stato ucciso, mentre diceva al mondo intero che la tregua non veniva rispettata. In sottofondo una telecamera fissa, la sua voce, poi spari. Poi silenzio.

La possibilità di comunicare in sé non è garanzia di democrazia. Le notizie sono infinite, immesse senza filtro e di continuo sul Web. L'unica garanzia è fermare questo rullo continuo, isolare un segmento, e condividerlo.

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