Il presidente della Repubblica per la prima volta sarà sentito come teste da una Corte d'assise durante un dibattimento. I giudici togati e popolari e le parti del processo faranno il loro ingresso al Quirinale per una trasferta da Palermo a Roma che potrebbe entrare nella storia giudiziaria del nostro Paese. La decisione di sentire come teste il presidente Giorgio Napolitano è arrivata stamani nell'aula bunker di Palermo e l'hanno resa nota i giudici del processo per la trattativa fra Stato e mafia dove sono imputati fra gli altri Riina, Bagarella, l'ex generale Mario Mori e l'ex ministro Nicola Mancino.
La Corte ha accolto la richiesta dei pm di ascoltare come testimone il Capo dello Stato e i giudici hanno motivato la loro ordinanza facendo leva sul Codice di procedura penale: «La testimonianza del Presidente della Repubblica è espressamente prevista dal Codice di procedura penale che disciplina infatti le modalità della sua assunzione». E la corte fissa paletti ben precisi su questa deposizione «e pertanto la testimonianza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano richiesta dal pubblico ministero può essere ammessa nei soli limiti delle conoscenze del detto teste che potrebbero esulare dalle funzioni presidenziali, pur comprendendo in esse le attività informali».
Per la prima volta il capo dello Stato, che è anche il numero uno del Consiglio superiore della magistratura, si dovrà sedere davanti ai giudici e testimoniare, e dovrà rispondere alle domande che verranno poste dai pm che sostengono l'accusa, dai difensori degli imputati e dalle parti civili, e se vorrà anche dai giudici della Corte. Una raffica di domande per un testimone che mai prima di adesso si è visto in un'aula di giustizia. Sarà forse anche per questo che l'ufficio stampa del Quirinale dopo la decisione della Corte ha subito inviato una nota nella quale dice che «si è in attesa di conoscere il testo integrale dell'ordinanza di ammissione della testimonianza adottata dalla Corte di Assise di Palermo per valutarla nel massimo rispetto istituzionale». In precedenza altri due ex inquilini del Quirinale, Carlo Azeglio Ciampi e Oscar Luigi Scalfaro sono stati sentiti dai magistrati siciliani come persone informate dei fatti, ma dopo la conclusione del loro settennato.
L'unico precedente istituzionale in cui un collegio di giudici si è recato fuori sede è quello che ha visto protagonista Silvio Berlusconi, citato come teste nel processo a Marcello Dell'utri: il tribunale e le parti si recarono a Palazzo Chigi e in una stanza delle sede del governo venne allestita un'aula giudiziaria. E l'allora premier si avvalse della facoltà di non rispondere, perché sentito come teste “assistito” perché già indagato in precedenza.
La citazione di Napolitano aveva provocato nei mesi scorsi tante polemiche nei confronti dei pm che lo avevano inserito nella lista delle persone da sentire.
Ma su cosa vogliono farlo parlare i magistrati di Palermo? Per la Corte d'assise il presidente Napolitano dovrà rispondere limitatamente alla lettera che gli ha inviato il 18 giugno 2012 il suo consigliere per gli affari dell’amministrazione della giustizia Loris D'Ambrosio, morto pochi giorni dopo per un infarto.
D'Ambrosio, che era un magistrato di grande esperienza e aveva lavorato insieme a Giovanni Falcone, ed è stato stato intercettato indirettamente due anni fa mentre parlava al telefono con Mancino, imputato nel processo. Su queste conversazioni erano state create polemiche che avevano investito il consigliere del Capo dello Stato.
Ed è per questo motivo che D'Ambrosio scrive una lettera a Napolitano in cui dice che è «profondamente amareggiato personalmente», e ritiene «inaccettabilmente calunnioso» l’attacco al Colle per i colloqui telefonici intercettati con Mancino, ed è certo che «i prossimi tempi vedranno spuntare accuse ancora più aspre che cercheranno di “colpire me” per “colpire lei”». E soprattutto: mai favorito Mancino né nessun altro. A luglio il Capo dello Stato decide di sollevare un conflitto di attribuzione contro la procura di Palermo dinanzi alla Consulta. Di lì a poco il giurista, a fianco di Napolitano da sei anni, muore improvvisamente.
La lettera inedita di Loris D’Ambrosio e la risposta altrettanto inedita di Napolitano sono state inserite in un volume intitolato “Sulla giustizia” e distribuito durante l’inaugurazione, alla presenza del Capo dello Stato, della scuola superiore della magistratura a Scandicci, alle porte di Firenze. L’occasione e il luogo non sono stati certo casuali per la pubblicazione del carteggio. Il senso è stato proprio quello di sottolineare la «trasparenza e la coerenza» con cui Napolitano ha affrontato la questione ricorrendo, come «decisione obbligata» e che «non offusca» il sostegno ai magistrati antimafia, al sollevamento del conflitto di attribuzione.
Le due lettere, peraltro, in omaggio a una trasparenza formale e sostanziale, non sono trascritte ma riprodotte nel libro nella copia originale firmata dai rispettivi autori. Che concordano sul fatto che attaccare il consigliere significa attaccare il Capo dello Stato. Lo stesso presidente, nella risposta del 19 luglio, conferma al proprio collaboratore «affetto e stima intangibili neppure sfiorati dai tentativi di colpire lei per colpire me». «Ce ne saranno ancora - prosegue il presidente - è probabile: li affronteremo insieme come abbiamo fatto negli ultimi giorni».
I pm di Palermo chiedono di sentire il presidente Napolitano su un passaggio delle lettera di d'Ambrosio nella quale scrive: «Lei sa» riferendosi al presidente Napolitano a proposito di ciò che è avvenuto nel 1992 e 1993 «che di ciò ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che, in quelle poche pagine, non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi - solo ipotesi- di cui ho detto anche ad altri, quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi».
Il consigliere spiegava al Capo dello Stato che «Come il procuratore di Palermo ha già dichiarato e come sanno anche tutte le autorità giudiziarie a qualsiasi titolo coinvolte nella gestione e nel coordinamento dei vari procedimenti sulle stragi di mafia del 1992 e 1993, non ho mai esercitato pressioni o ingerenze che, anche minimamente potessero tendere a favorire il senatore Mancino o qualsiasi altro rappresentante dello Stato comunque implicato nei processi di Palermo, Caltanissetta e Firenze».
I magistrati voglio comprendere, dal testimone Giorgio Napolitano, se il suo consigliere gli ha fatto altre confidenze o rivelazioni che possono rigaurdare eventuali trattative che sono state poste in essere nel periodo delle stragi di Falcone, Borsellino e di quelle del Nord Italia. Fatti per i quali si è aperto il processo a Palermo.