E’ stato rieletto otto mesi fa a furor di unanimità politica, in stile salvatore della Patria: eppure Giorgio Napolitano, giunto alle soglie del suo ottavo discorso di fine anno, sembra più solo che mai nel suo fortino. Non solo perché Berlusconi e Grillo lo cannoneggiano e Renzi non l’ama, ma anche perché gli italiani appaiono sempre meno affezionati. Gli “indici di fiducia” rilevati dai sondaggi sul capo dello Stato, lontanissimi dall’80 per cento di qualche anno fa, sono ulteriormente calati dall’inizio del mandato bis, in una crisi di credibilità che ormai non risparmia nessuno e molti ricollegano, da ultimo, all’attivismo del Colle.
In tv il capo dello Stato cercherà dunque di infondere fiducia negli italiani, dicono gli uomini addentro al Quirinale, ma non sarà un compito facile: la sensazione dei tempi supplementari prevale su quella di un nuovo inizio, l’ottavo discorso sull’idea che si tratti del primo di un nuovo mandato. E che il meglio debba ancora venire, per citare Obama ma anche Renzi e Grillo, è in effetti un concetto complicato da articolare, visto il panorama.
Tanto più che, sempre a registrare le intenzioni della vigilia, il primo bis-presidente nella storia della Repubblica pare intenzionato a spiegare le ragioni della sua permanenza al Colle. A ricordarle, e puntellarle di nuovo. E qui sorge un problema: Napolitano ha infatti legato il placet per la propria rielezione all’avvio delle riforme, anzi delle Riforme. Un progetto che, però, è già fallito, per lo meno nella forma in cui era stato immaginato proprio su suo impulso, e solo ad aprile: i saggi, quindi le commissioni dei saggi, poi il lavoro dei parlamentari-saggi, e infine i sacri testi da approvare in Parlamento. Di tutto quell’arzigogolato percorso non v’è più traccia: si deve ricominciare da zero, con maggioranze e forze certamente più esigue di prima. E per di più con il più nuovo aggregato al gruppo, Renzi, che dice tra scrosci di applausi “basta ai saggi”.
Il secondo grosso nodo che si trova di fronte il capo dello Stato, riguarda la cinghia di trasmissione con la politica: è vero infatti che Napolitano è sul Colle perché i partiti si sono affidati a lui, ma adesso lui a chi si può affidare? Non più a Berlusconi, che ormai lo vede come un ostacolo alle proprie residue ambizioni. Non certo a Renzi, che gli sorride cortese ma – a differenza di quasi tutti gli altri leader democratici - non gli deve niente. C’è infatti, in sostanza, che i partiti chiamati a onorare adesso il patto della rielezione, non sono più gli stessi di otto mesi fa. Il Pdl si è scisso, Forza Italia è all’opposizione, il Pd ha cambiato leader e punti di riferimento, Scelta civica si è dissolta. E alla fine, paradossalmente, la “maggioranza” del presidente è più esigua di quella del governo cui il presidente ha continuato a portare il sostegno possibile nei difficili mesi pre-decadenza di Berlusconi. Dei contraenti il patto di aprile, insomma, restano Enrico Letta e Angelino Alfano, accomunati anche loro dal desiderio che la partita non finisca anzitempo: eppure anche in quel legame si vedono scricchiolii, come racconta il pasticcio del decreto salva Roma, i richiami del Colle al modo di procedere sui decreti, e i molti susseguenti borbottii dei destinatari.
Così, se per lo meno è tiepido il sostegno degli “amici” (Napolitano si sentirebbe poco difeso, riferiscono), è invece fortissimo l’impeto dei “nemici”. Berlusconi e Grillo. Che tra tentazioni di impeachment, campagne tese a presentare il presidente come una bestia nera (modello Scalfaro), ipotizzano di boicottare il discorso di fine anno (una sorta di sciopero del telecomando) e addirittura arrivano a programmare, il leader Cinque stelle di certo il Cavaliere non si sa, contro-messaggi alla Nazione, in una sorta di X-Factor politico istituzionale davvero senza precedenti.
Piuttosto solo, dunque, Napolitano. E nemmeno all’apice del suo “regno”: lontani i tempi del no alla grazia per il Cavaliere, o della nomina dei quattro senatori a vita; per non parlare della supplenza dei saggi nominati a fine marzo in attesa che si formasse il governo. Il cammino immaginato a inizio legislatura pare come raggomitolato su se stesso: invece di procedere in avanti ripete i suoi passi, chi lo sostiene si indebolisce con esso.
Non a caso, torna a serpeggiare sul Colle la parola dimissioni: come fu in principio, nel discorso di insediamento alle Camere. Con la differenza che dei circa due anni immaginati per mettere ordine nel caos se ne è già consumato quasi uno, le larghe intese sono diventate ristrette, le riforme sono ancora là da farsi, e sulla legge elettorale la Consulta è arrivata prima del Parlamento. In una parola, con il fatto che la crisi della politica è tutt’ora in pieno svolgimento, soprattutto nei Palazzi, e che i segnali di rinnovamento arrivano semmai da fuori. Riuscirà il bis-presidente a far ripartire l’orchestra?