Politica
22 luglio, 2013

Cinque domande al sen. Esposito

L'onorevole piddino nei giorni scorsi ha attaccato i dissidenti  che hanno disertato il voto sulla sfiducia ad Alfano, invitandoli a dimettersi. Ma ora lui che farà? E non conosceva il suo partito? E non dovrebbe lasciar perdere le 'epurazioni'?

Caro Stefano Esposito,
voglio prendere molto sul serio (e perché non dovrei, del resto?) l'intervista di sabato al quotidiano della sua città, La Stampa (va be', lei è di Moncalieri, dieci chilometri...). E avrei cinque domande da farle.

Prima domanda. Mi aspetto che mercoledì prossimo lei si autosospenda dal gruppo parlamentare del Pd e dal partito. Lo ha detto con forza, vediamo se lo farà. Se si sarà trattato di una delle mille parole per dar aria ai denti di un politico (tanto poi nessuno verifica o, peggio, gliene importa) o di una cosa seria. Il fatto che abbia espresso questo fiero proposito in un momento in cui era "incazzato nero" (letterale) non sarebbe una giustificazione. La domanda, banale e importante insieme, per me, è: lo farà davvero?

Seconda domanda. Lei dice che pensava di essere entrato a far parte del gruppo parlamentare del più grande partito italiano e invece si è trovato nel più grande gruppo misto della storia repubblicana. Può essere un'analisi impietosa ma non troppo lontana dal vero. Ma allora la seconda domanda è: lei da dove sbuca? Non è venuto da Marte. Conosce il partito, di cui è stato socio fondatore, ha fatto il capogruppo in consiglio provinciale a Torino, ha sostenuto attivamente Veltroni, poi Bersani, insomma, non ci stupisca con il suo incomprensibile stupore.

Terza domanda. Lei dice di riconoscere il diritto al dissenso, ma sostiene di credere di più nel "principio di maggioranza". E, senza mezzi termini, invita Laura Puppato (ma vale, lei dice, anche per Pippo Civati) ad andare a dissentire da un'altra parte, fuori dal Pd, "così smette di soffrire lei e di fare incazzare noi". Ah. A parte che definire "dissenso" quelle che sono differenze d'opinione anche molto importanti fa un po' impressione, anzi, se permette, suona offensivo verso chi dissente davvero, chi mette a rischio la propria vita per difendere diritti umani fondamentali, non una tessera; a parte questo, non mi dirà che crede nel "centralismo democratico". Non c'era quasi più nel Pci quando lei è nato, nel 1969, e l'ultima espulsione dal Pci per "dissenso" è avvenuta proprio nel 1969, quando lei aveva cinque mesi. Difficile ne abbia ricordo e nostalgia. La domanda è: riesce a trovare un altro modo di risolvere i problemi, lasciando perdere le epurazioni?

Quarta domanda. Lei dice, sul caso kazako: "Nessuno di noi riteneva Alfano salvabile". Ma guarda. La domanda qui è, apparentemente, scontata: allora perché lo ha salvato? Non penserà davvero sia una risposta quella che lei ha dato: "Abbiamo votato una fiducia al governo Letta non ad Alfano".

Non c'è bisogno di essere dei formalisti per sostenere che non si è votata alcuna fiducia al governo Letta la settimana scorsa, ma proprio l'assenso a una plateale gravissima scandalosa bugia di Alfano. Lei, così tagliente e così preciso con le parole, non dovrebbe usarle per prenderci per i fondelli. Devo pensare, allora, che quando si voterà sull'ineleggibilità di Berlusconi sotto il ricatto della crisi di governo lei e tutto il Pd dovrete votare uniti perché si tratterà della fiducia al governo? Se ogni volta che si voterà su un ricatto di Berlusconi (sui giudici, sull'Imu, su tutto) lei penserà che si stia votando la fiducia al governo, forse le parole hanno, per lei e per me, un significato completamente diverso, qui sì direi irriducibile.

Quinta domanda. Lei elenca i punti su cui il Pd è irreparabilmente diviso. È un elenco bello impressionante e ancora incompleto e che condivido. Al punto che anch'io, insieme a moltissimi altri, da mesi mi chiedo come possa stare insieme il Partito democratico che, lei ci ricorda, è diviso sul governo del Grande Inciucio, sugli F35, sulla Tav (la sua specialità da sempre, e abbiamo letto cose interessanti sul suo blog anche dopo gli scontri del fine settimana scorso)...

Caro Esposito, lei sostiene che su questi temi il "dissenso" non è ammissibile, mentre lo sarebbe sui "temi di coscienza": l'eutanasia, l'aborto, la fecondazione assistita. Domanda: e perché? Perché su quelli sì e sugli altri no? Ma soprattutto: sperperare i soldi pubblici in maniera vergognosa, non tagliare i famosi "costi della politica" mentre la povertà aumenta spaventosamente (dati Istat di pochi giorni fa), spendere o no miliardi in armamenti e in aerei probabilmente difettosi, sostenere un governo di cui Letta sembra solo il Premier-ombra e comunque tenuto perennemente sotto ricatto da un personaggio specchiato come Berlusconi, non sono secondo lei questioni di coscienza? A me sembra di sì, a lei evidentemente no. Ma allora lei per primo dà ragione ai moltissimi, sempre di più, che pensano che la politica abbia perso proprio la coscienza, appunto.

Lei dà ragione ai troppi, per una democrazia degna di questo nome, che già sono convinti che la "cosa pubblica" abbia perso definitivamente la propria "ragione sociale". E che non valga la pena star dietro a una politica senz'anima.

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