Politica
12 maggio, 2014

Governo Renzi, donne al potere Ecco chi sono e chi conta davvero

Da Boschi a Finocchiaro, da Moretti a Serracchiani, cresce la visibiltà femminile. Dalle riforme ai ministeri, dalle liste per le Europee allo staff renziano, le signore della politica sono lo specchio del Pd: un misto di vecchio e di nuovo, di furbizie e ambizioni di cambiamento

Il lato B del governo. E non certo nel senso del quotidiano tedesco “Bild” che ha creduto a quel fotomontaggio malizioso che mostrava l’avvenente politica italiana giurare in perizoma davanti a Napolitano. La B sta per Boschi Maria Elena, il ministro più forte del governo Renzi che insegue il sogno di battezzare la storica riforma della Costituzione con il suo nome.

La ragazza di 33 anni venuta da Laterina, Arezzo, pur di diventare la nuova madre della Patria, alla sette di sera di martedì 6 maggio non ha esitato a minacciare la crisi di governo: «O si vota il nostro testo oppure ci dimetttiamo», ha intimato nel suo studio di ministro delle Riforme, di fronte alla presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato Anna Finocchiaro, anche lei Pd ma non renziana, anzi. Perfino il premier è rimasto stupito da tanta determinazione. Sconfessata subito dopo nella commissione del Senato dove a ostacolarla è spuntato il lupo cattivo, il leghista Roberto Calderoli, con un ordine del giorno che ha messo in minoranza il governo dopo un primo voto favorevole.
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Il nome della Rosa. Una nuova nomenclatura, tutta al femminile, con tutte le sfumature: quelle che contano davvero, quelle che vivono di luce riflessa, le emergenti, le meteore che sono cadute in disgrazia, le falene già bruciate. Altro che empowerment: da quando Renzi ha scalato la segreteria del partito e poi la guida di governo, le donne del Pd hanno conquistato i ministeri chiave, i ruoli di comando di largo del Nazareno, i posti da capolista nelle elezioni europee del 25 maggio, con relativi staff, addetti stampa, assistenti. E poi presidenze di enti pubblici, l’Agenzia delle Entrate, le municipalizzate: il sindaco di Roma Ignazio Marino pensa a una donna per la presidenza dell’Acea, Catia Tomasetti, dopo il no dell’ex ministro Paola Severino.

Perfino i comizi finali delle elezioni europee saranno unisex: a ogni capolista sarà abbinata nella sua circoscrizione una ministra del Pd, con gli uomini a fare da coreografia, sotto il palco. E soprattutto c’è il termometro decisivo con cui si misura la scala del nuovo potere: le comparsate televisive, una valanga a tutte le ore, insieme al photoshop in copertina delle due ministre Boschi e Marianna Madia. Non appagate dall’essere titolari dei principali dossier del momento, le riforme costituzionali e la riforma della pubblica amministrazione, hanno tenuto a far sapere che sono in cerca di compagno (Boschi) e felici della nuova maternità (Madia). 

Anche le guerre intestine sono tutte al femminile, a riprova della conquistata influenza. Sulle riforme è un derby tra la giovane Boschi e la veterana Finocchiaro. Un tempo sulla pubblica amministrazione si scontravano Renato Brunetta e Guglielmo Epifani, oggi la Madia e Susanna Camusso. L’onda rosa arriva nel cuore di Palazzo Chigi, la vigilessa fiorentina Antonella Manzione ha fatto il suo esordio alla guida del dipartimento affari legislativi, il primo preconsiglio dei ministri del 6 maggio non è stata una passeggiata.

«Devo chiedere a Renzi», è stata la risposta più ricorrente della neo-dirigente. La riunione si è sciolta con un nulla di fatto. Ma non c’è da preoccuparsi: anche la Boschi, inizialmente, era stata soprannominata «comehadettomatteorenzi», tutto attaccato; la musica è cambiata, ora è tutto un violino: «Maria Elena è bravissima», ripetono incantati funzionari e costituzionalisti. A crederci è soprattutto lei,  cresciuta in un mese a vista d’occhio in competenza e in precoce arroganza da numero uno, vedi la telefonata all’“Huffington post” per chiedere il ritiro di un pezzo sgradito. 

La ministra Boschi è la donna sola al comando, l’unica direttamente in contatto con il premier. In crescita c’è la botticelliana ministra Madia: era lontana politicamente da Renzi, ha lavorato nello staff di Enrico Letta, è stata nominata deputata da Walter Veltroni e al momento della verità nel 2012 si schierò con Pier Luigi Bersani. Ora però ha assorbito alla perfezione la lezione di Matteo e inonda i giornali di mail di dipendenti pubblici che inneggiano alla sua riforma. 

A seguire, nel grado di influenza, ci sono le due ministre che dirigono ambienti prevalentemente maschili, generali e ambasciatori, alle prese con i dossier più caldi anche se meno spendibili sul piano propagandistico, dagli F-35 ai due marò detenuti in India. Federica Mogherini agli Esteri, per cui il premier sfidò le perplessità del Quirinale che preferiva la riconferma di Emma Bonino, e Roberta Pinotti alla Difesa, la prima donna ad arrivare alla guida del ministero di via XX Settembre, per meriti acquisiti sul campo, più di dodici anni ad occuparsi in Parlamento di militari, come presidente della Commissione Difesa, ministro-ombra e sottosegretario, e non per grazia ricevuta.

Un ruolo istituzionale che le permette di affiancare Giorgio Napolitano nelle occasioni ufficiali. La Generalessa Pinotti, come la chiamano, grintosa e appassionata della materia, è destinata a riformare le forze armate, con la Mogherini studia una possibile operazione di peacekeeping in Ucraina con la partecipazione italiana. E intanto deve fronteggiare l’ala pacifista del Pd che alla Camera chiede una moratoria sul programma F-35. Quasi un capovolgimento delle parti, una donna nei panni di Marte, agli uomini del partito tocca la parte di Venere.

Nelle stanze di largo del Nazareno, rimaste deserte dopo il trasloco di mezza segreteria nel governo, è arrivata la commissaria Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia e vicesegretario dei Dem insieme al renziano Lorenzo Guerini. «Se vuoi farla arrabbiare, devi dirle che è la numero due di Renzi»,  dicono i suoi amici. «Certo», ribattono i “boschiani”, «perché è la numero tre».  In ogni caso in posizione elevata nella corte del premier-segretario. Debora è approdata al renzismo nel 2013, dopo la sconfitta alle elezioni politiche di Bersani.

Quando, in una notte, nel Friuli che si apprestava a votare per le regionali, sparirono dai tabelloni i manifesti griffati Pd che vedevano la giovane leader regionale sorridente al fianco dello smacchiatore di giaguari. Tutto cancellato. Poche ore dopo, da Firenze arrivò in Friuli Renzi, scalpitante, per sostenere la campagna della giovane ribelle. Lei che per prima, in tempi non sospetti, nel 2009, si era presentata come una proto-renziana, una rottamatrice in pectore prima della Leopolda, nonostante la destrezza a muoversi nella giungla delle correnti nazionali in quota Dario Franceschini.  Alle ultime europee fu la più votata d’Italia, nel collegio del Nord-est con 140 mila voti, sopra Silvio Berlusconi, all’epoca ancora premier e in piena forma. E, un anno fa, la vittoria alle regionali contro il governatore uscente del centrodestra Renzo Tondo, «nonostante i big nazionali, ora questa classe dirigente si faccia da parte». Infine, a far brillare la stella di Debora è stato l’attacco al ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato del governo Letta sul caso Electrolux. E nel Pd sono in tanti a scommettere che presto la Serracchiani sbarcherà nella capitale, in un dicastero importante, quello che fu di Zanonato, quando i tempi saranno maturi.

Intanto la Serracchiani è impegnata a vincere le elezioni europee dove corrono cinque capoliste, in rappresentanza di tutte le correnti. C’è l’ex bersaniana Alessandra Moretti, che paragonava Pier Luigi a Cary Grant ma si è rivelata abilissima nel riposizionamento interno, la specialità di casa Pd, la lettiana Alessia Mosca, la franceschiniana Pina Picierno, diventata popolarissima sulla rete, si fa per dire, per il numero dello scontrino ostentato davanti alle telecamere in cui elencava le spese possibili con gli ottanta euro in più in busta paga elargiti dal governo Renzi.

E poi la magistrata Caterina Chinnici, figlia del giudice assassinato dalla mafia, che è stata assessore regionale nelle giunte di Raffaele Lombardo. E l’unica renziana doc Simona Bonafè, chiamata a tenere alta la bandiera del nuovo nella circoscrizione dell’Italia centrale dove si candidano Enrico Gasbarra e Goffredo Bettini, non esattamente giovani promesse della politica. E c’è chi è già precipitata nelle quotazioni: la responsabile giustizia Alessia Morani è scomparsa dai radar dopo qualche uscita infelice, la ministra Maria Carmela Lanzetta, ex sostenitrice di Pippo Civati, finora non è neppure entrata in partita.

La nomenclatura rosa scatena le invidie e le gelosie dei maschi del partito, i vari Fioroni, Sposetti, D’Alema, che si sentono emarginati e meditano la rivincita immediata nella raccolta delle preferenze il 25 maggio. Ma l’opposizione più tenace, la resistenza più solida al ciclone Renzi è finora arrivata da tre donne di lungo corso che non temono l’impopolarità. Rosy Bindi si è intestata la battaglia sulle quote rosa alla Camera durante le votazioni sulla legge elettorale. Anna Finocchiaro è chiamata a mediare al Senato tra le trappole di Calderoli e l’agitazione della Boschi. E con Susanna Camusso c’è lo scontro più duro: «Il governo distorce la democrazia», ha sentenziato la segretaria della Cgil al congresso di Rimini. «La musica è cambiata, faremo senza di loro», ha replicato Renzi.

La conclusione della campagna elettorale del Pd sarà al femminile: a ogni candidata sarà abbinata una ministra, a fare da madrina. Un’immagine di rinnovamento, anche se le donne del Pd condividono con gli uomini la storia recente del partito: fedeltà ai capicorrente, cambi di casacca, adesione totale al nuovo corso di Renzi. Sono lo specchio del Pd attuale: un misto di vecchio e di nuovo, di furbizie, debolezze e ambizioni di cambiamento. Puntano a trasformarsi nell’ossatura di un potere destinato a durare decenni e chissà se ce la faranno. Le donne al comando del Pd sono il nome della rosa, una promessa, ancora in attesa di sbocciare.Devono stare attente, però: Umberto Eco sosteneva in conclusione del suo romanzo che la rosa esiste solo nel nome, sul piano ideale. Ma non nella realtà

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