Il padre comunista. Gli esordi fascisti alla Garbatella. La scalata del potere all’ombra dell’ex missino Fabio Rampelli. Ritratto dell’ex ragazza dalla tutina rosa, diventata leader di Fratelli d'Italia. E che ora punta al Campidoglio

Giorgia Meloni
«Nel 1998 l’ho scelta perché era irriverente e insieme dolce, e si prestava perfettamente a sdoganare l’immagine del militante di destra duro e puro, quello con la mascella volitiva e la testa rasata. Con lei alle provinciali passammo dalle ultime posizioni alle prime: un miracolo!». Le parole di Fabio Rampelli, l’onorevole che gli ex fascisti della sezione Colle Oppio chiamano ancora “Il Capo”, spiega meglio di qualsiasi analisi la genesi dell’Operazione Meloni. Una romanaccia tosta e caparbia su cui nessuno avrebbe puntato una lira, che oggi è diventata - per i nemici - una Marine Le Pen de noantri che rischia di diventare il nuovo sindaco di Roma e - per i fan - una combattente «determinata come un nano di Tolkien», posseduta da uno spirito guerriero che potrebbe permetterle, prima o poi, di guidare il centrodestra e battere Matteo Renzi.

Iperboli, senza dubbio. Ma è un fatto che Giorgia Meloni è uno dei pochi dirigenti della destra nazionale capace di scaldare ancora il cuore degli elettori: in testa nei sondaggi per la successione di Ignazio Marino (dietro di lei ci sono il grillino Alessandro Di Battista e il costruttore Alfio Marchini, i candidati del Pd arrancano), secondo i calcoli di Ilvo Diamanti la ragazza cresciuta alla Garbatella è insieme a Matteo Salvini l’unico leader nazionale che s’avvicina, per popolarità e consensi, al premier di Rignano sull’Arno. «O adesso o mai più», gli ripetono da giorni gli amici di Fratelli d’Italia che la spingono a partecipare alla corsa per il Campidoglio. Lei non ha ancora sciolto la riserva, ma sa che a 38 anni il colpaccio è davvero a portata di mano, e che il sogno di una vita potrebbe realizzarsi davvero.
[[ge:rep-locali:espresso:285338064]]
La Meloni è della specie duri e puri. Anti-euro, anti-immigrati, anti-aborto, contraria ai matrimoni e alle adozioni gay, incarna il cameratesco “Dio, patria, famiglia” in una versione bionda e più moderna. Una che non ci fa, ma ci è. Fino al midollo. Ospite fissa dei talk show («urla e litiga, ci garantisce uno-due punti di share in più come riescono a fare solo Maurizio Landini e Salvini», spiega un autore di Giovanni Floris), è nata nella borghesissima via Cortina d’Ampezzo nel 1977. Agli inizi degli anni Ottanta, dopo aver bruciato casa insieme alla sorella Arianna giocando con fiammiferi e candele, la famiglia è costretta a trasferirsi nel quartiere di Roma Sud. Un padre commercialista (e comunista) che andò via di casa quando la Meloni aveva solo 12 anni («credo abbia aperto un ristorante alle Canarie, non lo vedo da allora»), mamma fieramente di destra, Giorgia comincia a masticare pane e politica a soli 15 anni.

Quando, dopo la morte dei giudici Falcone e Borsellino, va a bussare alla porta blindata della sezione di quartiere dell’Msi per iscriversi al Fronte della Gioventù. Vestita con una tutina rosa, viene accolta da Andrea “Peo” De Priamo, ancora oggi il suo migliore amico e confidente. “Peo”, poi diventato consigliere comunale per An e oggi portavoce romano di Fratelli d’Italia di cui la Meloni è presidente, la porta subito da Rampelli, comandante indiscusso del Fronte e animatore della sezione storica di Colle Oppio. Architetto ed ex campione di nuoto, il futuro assessore regionale di Francesco Storace vede subito nella ragazzina un diamante grezzo: decide di farle da maestro, le insegna ideali e tradizioni nere, e ne favorisce la scalata al vertice. Condizionandone - almeno fino ad oggi - le mosse, le scelte e le alleanze politiche.
Il caso
Roma, la moda dei bistrot francesi (e fascisti)
2/11/2015

Tra un viaggio sulla tomba di Mussolini a Predappio e lavoretti di ogni tipo (da barista a babysitter per la figlia di Fiorello), la Meloni diventa attivista di “Fare Fronte per il potere studentesco”, un movimento missino che il gruppo dei “Gabbiani” (così si chiama la corrente dei fedelissimi di Rampelli) aveva monopolizzato per espandersi nelle scuole romane. Qualcuno ricorda Giorgia tra i camerati che, nell’aprile del 1993 in piena Tangentopoli, circondarono Montecitorio al grido di “Boia chi molla”, altri raccontano che fu lei, allieva dell’Istituto alberghiero “Amerigo Vespucci”, a lanciare a 16 anni il coordinamento studentesco “Gli antenati”, strumento di battaglia contro la riforma della scuola e i libri di testo obbligatori che non parlavano di foibe e gulag.

Grazie all’appoggio di Rampelli e al suo carisma personale in pochi anni la bambina scala tutte le posizioni gerarchiche degli ex fascisti, per indole non proprio femministi: diventa così rappresentante di Azione studentesca e nel 1998 - grazie a una valanga di voti presi nella rossa Garbatella - entra nel consiglio provinciale di Roma per Alleanza nazionale. Con Berlusconi e Gianfranco Fini al governo la cavalcata dell’enfant prodige diventa irresistibile: nel 2004 è il primo presidente donna di Azione giovani (l’ex Fronte della Gioventù) e due anni più tardi, dopo aver preso il tesserino da giornalista (gli studi in Scienze politiche non li finirà mai) fa il salto in Parlamento, dove viene scelta da Fini per fare il vicepresidente della Camera.

«Ho un rapporto sereno con il fascismo, lo considero un passaggio della nostra storia nazionale», ragionò col “Corriere” dopo la nomina. In realtà i “Gabbiani” di Rampelli tra le correnti ex aennine è quella più legata alla destra storica del Movimento sociale. E, solo ideologicamente, a quelle movimentiste di Terza posizione. «Una vera setta», la definiscono i malpensanti, «organizzata ancora oggi come una falange, e capace di sopravvivere agli attacchi del gruppo dominante di Gianni Alemanno e di quello guidato dai “colonnelli” Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa».

Di certo i ragazzi di Colle Oppio non hanno mai piegato la testa ai diktat dei fascio-bar dei quartieri alti o di quelli che loro definiscono «fascisti in doppiopetto»: appoggiandosi ai mantra della destra sociale teorizzati dal fondatore di Ordine nuovo Pino Rauti, hanno resistito per lustri nella grotta sotto la Domus Aurea di Colle Oppio, e oggi si sono presi la loro rivincita: dopo aver fondato Fratelli d’Italia nel 2013, Rampelli e Meloni (con loro c’è anche La Russa, considerato più che un valore aggiunto una zavorra) sono prima riusciti a prendersi il simbolo di An, e poi - qualche giorno fa - il controllo della fondazione del vecchio partito, una cassaforte che controlla 220 milioni di euro tra immobili e liquidi.

Ancora oggi il gruppo è organizzato come una fazione dove conta, oltre al credo comune, l’obbedienza, la fedeltà alla “comunità” e i legami amicali e parentali. Per cementarli Rampelli, Meloni e i fedelissimi partecipano alla festa celtica per l’arrivo del solstizio d’estate, coltivano il mito di Tolkien e di “Braveheart”, una volta l’anno allestiscono “Atreju”, la festa che dal 1998 ha rilanciato i raduni della destra giovanile sul modello dei Campi Hobbit organizzati dal Fronte della Gioventù a fine anni ’70. Gli ideali sono quelli rautiani, basati sull’italianità, la nazione, la liberazione dei popoli oppressi (nel 2000 Giorgia passò cinque giorni in una tendopoli nel deserto tra Algeria e Marocco per appoggiare l’indipendenza del popolo Saharawi).

Ma “I Gabbiani” di Rampelli e Meloni sono anche i veri padrini di alcune manifestazioni finanziate dal Comune di Roma. Su tutte c’è “All’Ombra del Colosseo”, una kermesse a base di concerti, cabaret, partite di poker Texas Hold’em e bagni in piscina (una fissa, per Rampelli) organizzata da “Castellum”, un’associazione culturale presieduta da Federico Bonesi, altro gabbiano vicinissimo alla Meloni, già suo consigliere «per le arti e le attività musicali» quand’era ministra della Gioventù del governo Berlusconi.

La Meloni, da quel mondo, non s’è mai allontanata. Anzi. Fratelli d’Italia è il nido dove i gabbiani, delusi prima da Fini poi da Berlusconi, hanno trovato riparo. Nell’ufficio di presidenza, oltre i fondatori, c’è ovviamente Rampelli, vero ideologo della scissione e direttore del giornale di partito “Area” (comprato dall’ex Terza posizione Marcello De Angelis nel 2013, riceve contributi pubblici), ma pure Carlo Fidanza, ex Fronte della Gioventù diventato grande amico di Giorgia. Nell’esecutivo del partito spunta il marito della sorella di Meloni, Francesco Lollobrigida, insieme a Marco Scurria, eurodeputato e cognato di Rampelli, e Marco Perissa, ex Azione giovani una volta fidanzato con la Meloni (ora lei sta con Andrea Giambruno, autore Mediaset).

“Il Capo”, però si fida soprattutto di Federico Mollicone, gabbiano della prima ora e presidente di Colle Oppio (definì sul “Foglio” la Meloni «un piccolo e infallibile prodotto da laboratorio»), dell’ex capogruppo regionale del Pdl Claudia Colosimo (ai tempi della giunta Polverini chiamata dai giornali la «fascio-cubista») e soprattutto del braccio destro Marco Marsilio, che ha voluto coordinatore regionale di Fdi. Ai tempi della “Parentopoli” di Alemanno Marsilio finì in prima pagina: la compagna Stefania Fois fu infatti assunta come dirigente all’Atac, con un ricco stipendio da direttore delle relazioni istituzionali.

Ora, dopo due anni e mezzo di purgatorio, i Fratelli d’Italia sperano che la loro pupilla riesca a farli tornare in Campidoglio. Un’operazione che al netto dei sondaggi non sarà affatto semplice. In primis perché, nonostante le critiche che la Meloni ha scagliato contro Alemanno (prima accolto nel nuovo partito, poi sospeso a causa dell’inchiesta su Mafia Capitale, infine presentato come uno «che non ha fatto bene il sindaco»), i Gabbiani non possono vantare alcuna verginità politica, avendo appoggiato per anni la giunta degli scandali: se la sorella di Marsilio, Laura, è stata assessore alla Scuola e il sodale Fabrizio Ghera titolare dei Lavori pubblici, Alemanno ha ricordato che vicini a Fdi sono stati anche «il presidente di Ama, l’ad di Risorse per Roma e anche il presidente di Atac». Di fatto dovesse vincere la Meloni la classe dirigente che governerebbe Roma rischia di essere simile, per estrazione e cultura, a quella che già ha guidato la Capitale - con risultati disastrosi - tra il 2008 e il 2013.

Non solo. Se molti guardano alle mosse della procura di Roma che ha indagato per corruzione la sorella maggiore Arianna e suo marito Francesco Lollobrigida coinvolti nell’inchiesta sul costruttore Paolo Marziali («come nel domino, se cade uno rischiano di cadere tutti», sussurrano i maligni), il gruppo dei ragazzi di Colle Oppio rischia di spaccarsi. Per la prima volta da decenni: la Meloni non è più la ragazzina con la tuta rosa della Garbatella, e per volare alto vuole affrancarsi dal maestro, smarcarsi definitivamente dalla tutela del vecchio Capo. Che, da ex missino, non transige sul rispetto delle gerarchie.

Le preferenze, soprattutto a Roma, le controlla lui, ma la Meloni - unica front women spendibile del partito - ormai può puntare sul voto d’opinione. A dividere la coppia, oltre al predominio sul partito, anche le strategie politiche: più aperta la Meloni, che vuole tentare di recuperare il vecchio bacino elettorale di An per mettere in piedi una forza che valga il 10 per cento, più sospettoso Rampelli, che preferisce rimanere “piccolo” piuttosto che imbarcare fuoriusciti o mettere in piedi alleanze non gradite. Il congresso nazionale del prossimo gennaio sarà decisivo per capire come finirà l’Operazione Meloni e chi, tra il Capo e l’allieva, avrà la meglio.

L'edicola

Ipnocrazia - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 4 aprile, è disponibile in edicola e in app