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Politica
aprile, 2016

L'inchiesta petrolio e il ritorno dei "furbetti"

La "combriccola", "il quartierino", i dossier e i veleni. Le carte dei pm di Potenza hanno l'effetto di una madeleine, un colpo micidiale all'"era nuova" di Renzi: tra Ricucci, Berlusconi, Scajola e P3. M5S attacca, ma nessun ministro è indagato: e questa per il governo è una buona notizia, forse l'unica

La “combriccola”, la “cricca”, il “clan”, il “quartierino”, i “comitati d’affari”. E poi gli “sfizi”  i “regali”, “dossieraggi”, i lobbisti, le sponsorizzazioni, le presunte pressioni, i veleni a pacchi. Nessun ministro è indagato, nei due filoni dell’inchiesta della procura di Potenza sul petrolio in Val d’Agri che ha portato alle dimissioni di Federica Guidi. Ma per certi versi, appare questa per il governo l’unica buona notizia, e nemmeno la principale.

Come strofinando una lampada di Aladino, le indagini dei pm hanno risvegliato un fantasma: un’entità senza forma, che pareva - se non rottamata - per lo meno sopita. E che di certo rappresenta l’alternativa esatta al renzismo, o per lo meno alla sua narrazione. Da questo punto di vista, il colpo è micidiale. Hai voglia adesso a parlare di cambiamento. “Non esistono tendenze renziane ma un gruppo di persone che crede da sempre in progetto di cambiamento”, scrive volenteroso su twitter il sottosegretario alla Pa Angelo Rughetti, linkando Boschi, Delrio, Lotti, Guerini: parole di oggi, che paiono lo sbiadito retweet di un tempo.
L'inchiesta
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E non si sa ancora se il “mi tratti come una sguattera del Guatemala” avrà lo stesso successo di pubblico dell’elegante “famo i froci col culo degli altri” pronunciato nel 2005 da Stefano Ricucci. Ma di certo l’espressione si candida ad entrare nel lessico, a essere magari un giorno a sua volta citata, proprio come il “quartierino dei furbetti” viene rievocato dalla Guidi al telefono con Gianluca Gemelli, il padre di suo figlio, per sintetizzare una nuova incarnazione dell’idea già ricucciana.

D’altra parte nella cornucopia di intercettazioni, e definizioni, e incontri e telefonate  e ammiragli ed ex consulenti della Camera di Commercio ed ex ragionieri di Stato che si muovono nella penombra delle decisioni, degli emendamenti, delle nomine, l’effetto è quello di una madeleine. Nuove vicende, sapori cose passate. Così come lo sono le parole utilizzate per raccontarle.

C’è appunto Ricucci, esplicitamente evocato dalla Guidi. C’è la “cricca”, che richiama la P3. Ma poi c’è il presunto dossier su Delrio, per il quale il ministro ha presentato un esposto e vuole “verità”: roba che fa tornare il mente la fase di disgregamento del Pdl, o quando venne fuori un dossier (falso) per far fuori il campano Stefano Caldoro, mentre Confalonieri più o meno tra le righe consigliava a Berlusconi di bruciare le cartelline contro i nemici (“al fuego!”). E se per la Guidi si può tranquillamente escludere la categoria scajoliana dell’ “a mia insaputa”, le è però significativamente già stata appioppata quella dell’“utilizzata finale”: rimodulazione, a sua volta, dell’immortale espressione escogitata dall’avvocato Niccolò Ghedini per significare che il Cavaliere non aveva certo pagato donne, essendone stato appunto, se mai, “l’utilizzatore finale”.

Tutto ciò per dire che quel che si apprende leggendo le carte risulta, più che nuovo in sé, applicato a facce che prima non c’erano, o non erano viste. “Se ci sono problemi si fermano i colpevoli, non le opere”, ripete anche oggi Matteo Renzi nella sua e-news. Ecco, bene: ma la rete gommosa di intrecci e interessi ancora solo parzialmente svelata dalla inchiesta potentina, rende davvero difficile –  forse per la prima volta, nell’era renziana  – dividere gli uni dalle altre. E le buone intenzioni, per quanto si vogliano tenere per immacolate, si possono brandire fino a un certo punto.

Ora persino uno come Cuperlo arriva a parlare di “sensazione di una eccessiva concentrazione di potere in poche mani”.
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Mentre naturalmente i Cinque stelle affondano il colpo: si appellano al presidente Mattarella, dicono che non si possono votare le riforme costituzionali prima delle mozioni di sfiducia, sono pronti ad appoggiare qualsiasi altro documento che chieda le dimissioni dell’esecutivo, definiscono “Trivellopoli peggio di Tangentopoli” e arrivano addirittura a parlare, con Carlo Sibilia, di “delinquenti” al governo, di mafiosità e “camorristi”. “Incredibili menzogne” e “squallide accuse”, le definisce Renzi, mentre il Pd annuncia querele. Ma si tratta di polemiche politiche, seppur violente: parole che alla fine coprono ciò che è svelato nelle carte dei pm. Una realtà più pulviscolare, penombresca, inafferrabile: e, insieme, assai meno volatile. Anche quando, magari, penalmente irrilevante.  

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