A Roma e Torino M5S si gioca il futuro contro il Pd: un anticipo della battaglia alle prossime politiche? A Milano il centrodestra berlusconiano fa la sua scommessa finale, mentre Salvini tenta di sintonizzarsi con Grillo (e M5S di sfilare i voti alla Lega). Sarà anche referendum su Renzi, che tanto (l'ha detto) non si dimette nemmeno se perde.  Il voto in diretta sul nostro sito da domenica sera alle ore 21: con analisi, exit poll e risultati

Alla faccia del “voto locale”.  Anche se i leader, a partire da Renzi, si sono tenuti un po’ più distanti dalle piazze, i ballottaggi di domenica, che coinvolgono oltre cento comuni di cui 20 capoluogo, con lo speciale intreccio che c’è tra gli equilibri di Roma, quelli di Milano e quelli di Torino, ma anche Bologna e Napoli, definiranno moltissimo del panorama da qui fino alle elezioni politiche. Si sancirà l’inizio dell’Era Grillina, come dice la Raggi? La Rinascita del Berlusconismo, come si augura Forza Italia? La Fine del Renzismo, come spera mezza sinistra Pd?

Di certo, come al netto delle smentite ha dimostrato l’amletica vicenda su cosa-farà-D’Alema, il voto si è almeno in parte trasformato, in queste due settimane, in un referendum pro o contro Renzi: eventualità che il premier avrebbe voluto scongiurare, per concentrarla sulla consultazione di ottobre. Non ci è riuscito, perché il Pd non ha certo brillato, e soprattutto perché il puzzle disegnato dal primo turno ha legittimato troppi appetiti, lasciato troppe ipotesi aperte. Tra queste, solo una deve potersi escludere: le dimissioni del premier. “Non mi dimetto neanche se perdo”, ha detto infatti subito dopo il primo turno, giusto a scongiurare la stessa fine che fece D’Alema sedici anni fa, con le dimissioni da Palazzo Chigi dopo aver perso le regionali  sulle quali aveva scommesso l’osso del collo (anche lì c’era da gestire in ottobre il referendum sulla riforma del Titolo V, ah i ricorsi storici).

Ma l’odore del sangue, dopo il 5 giugno andato male per il Pd, si sente. E se Renzi si è detto pronto a brandire il “lanciafiamme” per rivitalizzare il partito contro i suoi nemici interni (per una resa dei conti che partirà all’indomani del voto), i grillini – che non hanno rese dei conti in vista - sono pronti a giocarsi il tutto per tutto nei due ballottaggi pesanti che si sono ritrovati in mano. "Se vinciamo a Roma e a Torino cambia tutto, il prossimo passo è il governo”, dice Roberto Fico senza mezzi termini. Con una vittoria di Virginia Raggi nella capitale e magari anche di Chiara Appendino su Piero Fassino, il senso della conquista “passo passo” del potere sarebbe fortissimo. Anche perché si tratta di due realtà assai diverse, in un certo senso opposte: la Roma di Mafia capitale e del trauma-Marino, non è la Torino di Fassino. Se vincere nella Capitale per il Pd sarebbe “un miracolo” (parola di Renzi), vincere nella città della Fiat – dopo un quinquennio di buona amministrazione – avrebbe dovuto essere quasi scontato. Altro che secondo turno.

Centrale dunque la partita Torino-Roma, che opponendo Pd a M5S potrebbe essere il vero anticipo del voto 2018. Ma centrale pure la contesa a Milano: qui, avendo Renzi già fallito con Sala il primo calcio di rigore, il punto di fuoco è ormai tutto sul centrodestra. E’ infatti in qualche modo l’ultima occasione per il mondo berlusconiano di riproporre – con nuova linfa e una nuova faccia– lo schema che fu. Il moderato Parisi, oltre a essere sostenuto dalla Lega, è infatti anche spinto da quella parte di Ncd che è più insofferente verso il filo-renzismo di Alfano (e pronta a lasciarlo). Pieno modello Casa delle libertà, insomma. La cui vittoria, mentre il gran capo sarà convalescente, servirebbe anche a non lasciare solo macerie, nella prevedibile resa dei conti che (come nel Pd) ci sarà anche in Forza Italia all’indomani del voto, e che anzi (come nel Pd) è già cominciata.

Si tratta insomma di conquistare città, ma non solo. Si è aperta, soprattutto al nord, la caccia agli elettori per le politiche. I grillini tentano di conquistare quelli leghisti: si vede ad esempio a Bologna, dove il Cinque stelle Max Bugani, dieci per cento al primo turno, si è progressivamente inclinato verso la candidata del Carroccio Lucia Borgonzoni, chiamata a sfilare lo scettro al dem uscente Virginio Merola. Ma anche i salviniani tentano di capire se vi è qualche margine per beneficiare del voto a Cinque stelle, e magari costruire un minimo di vicinanza.

A Torino e Roma, Salvini ha indirizzato il voto leghista verso Appendino e Raggi: e il filo grillismo sarebbe un’ottima alternativa, per il Carroccio, nel caso l’abbraccio milanese col berlusconismo dovesse rivelarsi infruttuoso. Non è chiaro, invece, quanto possa essere vero il contrario, cioè quanto l’avvicinarsi alla Lega possa essere utile a M5S: le analisi dei flussi hanno rivelato per esempio che a Torino, la grillina Appendino ha rubato verso sinistra più voti a Fassino di quanti non ne abbia sottratti lui al centro. Senza riferimenti restano invece gli elettori di sinistra: il primo turno ha azzerato qualsiasi ipotesi di alternativa. L’unico non perdente, e anzi baldanzosamente oltre il 40 per cento al primo turno, è Luigi De Magistris a Napoli. Ma, dopo varie uscite anti-Renzi, da ultimo l’ex pm giura che alle politiche non si candiderà, che lui vuol fare “il sindaco fino al 2021”. Ricorda qualcuno?

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