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Politica
luglio, 2020

Ecco l'anno in cui sull'immigrazione la sinistra al governo ha perso se stessa

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Difendevano la capitana Rackete, ma non hanno ancora abolito i decreti Salvini. Andavano sulla Sea Watch 3 , ora non riescono a portare gente in piazza. E la missione in Libia va avanti come prima. Discontinuità col governo grillino-leghista: nessuna. Tutto cominciò a settembre, quando Zingaretti giurava: "E' tempo dello ius soli" 

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Se la storia si ripete - come alla storia accade peraltro di fare -, tra una quindicina di giorni, in un afoso pomeriggio di metà agosto, Nicola Zingaretti, segretario del Pd, si troverà a riproporre di botto l’introduzione dello ius soli in Italia. Così, in controtendenza. Un ballon d’essai che precipita nel nulla. Proprio come fece, inopinatamente, il 18 novembre scorso, in una domenica d’Assemblea dem al Fico di Bologna, giusto quando cominciava l’avventura per la rielezione alla regione di Stefano Bonaccini, con una scelta che risulto subito incomprensibile ai più: «Lo ius culturae e lo ius soli son una scelta di campo del Pd», tuonò il segretario dem in quella occasione. Fu una netta presa di posizione, forse l’ultima o la penultima, da parte sua. Una dichiarazione che orrificò l’alleato di governo grillino, Luigi Di Maio, e divise persino gli stessi dem. «Sono sconcertato», ebbe a dire il ministro degli Esteri, in vena di benaltrismo («con tutti i problemi che ci sono, col maltempo, gli 11 mila lavoratori di Taranto, si tira fuori quel tema, che non è mai stato discusso nell’accordo di governo»), ma non piacque per tempismo nemmeno a Bonaccini stesso: «Le due priorità di questo momento sono un grande piano di prevenzione contro il dissesto idrogeologico e cambiare la plastic tax», disse il governatore emiliano-romagnolo, allora uscente e appena all’inizio della battaglia elettorale che avrebbe vinto con la Lega solo a fine gennaio. Zingaretti, comunque, aveva detto una cosa di sinistra: come nel Pd ormai non se ne vedono ormai più, da un pezzo.

Se c’è, nel magma grigio, una conseguenza evidente dell’avvento del Conte due, è proprio questa: la sparizione di un convincente lacerto di sinistra nella linea del Partito democratico e dintorni. Intendiamoci: qualcuno è rimasto, ma sembra la particella di sodio della pubblicità dell’acqua minerale. Persino sul fronte migranti, che era l’ultimo orizzonte rimasto, ormai la differenza è ormai ridotta a zero, tra Conte 1 e Conte 2. Lo dice un europarlamentare anomalo come l’ex medico di Lampedusa Pietro Bartolo, ma lo dice anche Amnesty International Italia, presentando il suo ultimo rapporto. Sui migranti non ci sono in sostanza differenze: «L’avvicendamento tra due coalizioni di governo, nonostante alcuni iniziali e promettenti annunci, non ha prodotto una significativa discontinuità nelle politiche sui diritti umani in Italia, in particolare quelle relative a migranti, richiedenti asilo e rifugiati», ha detto il presidente di Amnesty Italia, Emanuele Russo, presentando a giugno l’ultimo rapporto 2019-2020. Le navi delle Ong sono spesso ostacolate o bloccate nei porti oppure hanno avuto «ingiustificati ritardi nelle autorizzazioni all’approdo», le autorità italiane hanno continuato a supportare le autorità marittime libiche, secondo la criminale ipocrisia dei cosiddetti respingimenti mascherati. Grazie al Covid abbiamo da aprile persino vigente un decreto che definisce l’Italia «porto non sicuro» per navi battenti bandiera straniera che salvano migranti nel Mediterraneo. Mentre per quel che riguarda l’interno, il decreto che ha abolito lo status di protezione umanitaria ha fatalmente aumentato l’illegalità: ad almeno 24 mila persone è stato negato uno status legale, e le nuove norme hanno avuto anche conseguenze disastrose sulle opportunità di integrazione per i richiedenti asilo, che - smantellata la rete delle strutture di accoglienza dei comuni - sono rimasti detenuti nei centri per il rimpatrio.

Nulla, del resto, in quest’anno è cambiato, rispetto all’anno del governo giallo-verde. Prorogato il Memorandum Italia-Libia firmato nel 2017 sotto il governo Gentiloni, rifinanziata insieme con le altre missioni internazionali quella in Libia (con la solita ventina di voti contrari). Ancora intoccati - si dice a settembre - i decreti sicurezza che si proclamava voler far sparire nei primi cento giorni, o quanto meno modificare secondo i rilievi puntualmente apposti dal Quirinale già al momento della firma. Insomma se c’è ancora qualcosa di sinistra, nei partiti di governo, è difficile vederlo.

Ricostruire la storia di questa sparizione, la sparizione della sagoma della sinistra dall’orizzonte della politica italiana, è facile e doloroso. Misurare un’estate con l’altra è un buon punto di partenza. Tanto per cominciare si può accostare la reazione del Pd al governo rispetto all’uccisione, il 28 luglio, da parte della cosiddetta Guardia costiera libica, di tre migranti al porto libico di Khoms: tentavano la fuga, dopo essere stati intercettati col gommone per non essere riportati nei lager, cosiddetti centri di detenzione. Parole spese dai membri del governo sull’accaduto: zero.

Eppure, solo tredici mesi fa, alla fine di giugno 2019, alcuni parlamentari del Pd, tra cui il capogruppo alla Camera Graziano Delrio, insieme coi colleghi dem Davide Faraone, Matteo Orfini, Giuditta Pini, Nicola Fratoianni di Sinistra italiana e Riccardo Magi di +Europa, erano scesi a Lampedusa e poi in barca avevano raggiunto la Sea Watch3, per stare a fianco dei 42 migranti bloccati da due settimane sul limitare delle acque territoriali italiane. «I diritti delle persone prima di tutto», diceva Delrio.
Mentre il segretario Nicola Zingaretti parlava contro Salvini di una «macabra sceneggiata» e scriveva al premier Conte, che ancora non era il suo premier, chiedendo un incontro: «Non possiamo stare a guardare questo teatrino osceno».
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Erano i giorni della capitana Carola Rackete portata in trionfo, e del Viminale cattivo di Matteo Salvini: giorni manichei, e quindi in fondo facili. Con il senno del poi soprattutto. Tutto, allora, era cominciato con il rifiuto della capitana di portare i migranti soccorsi a Tripoli, porto di sbarco indicato dalla cosiddetta guardia costiera libica. Quella che nel frattempo continua a essere pagata e formata coi soldi italiani e alla quale s’affida il perverso compito di non rispettare i diritti umani al posto nostro.

Ricordate la gente in piazza a protestare, o anche solo quella barca, coi parlamentari a bordo? La propaganda para-salviniana ne aveva fatto persino una versione fake, con gli onorevoli intenti a consumare, grazie a un fotomontaggio, un lauto pasto a base di piatti di pesce. Un atto di partecipazione e di testimonianza che in questi tempi non si è potuto ripetere. Niente Ong, niente parlamentari slanciati a controllare. Al massimo, in barca, si sono visti Maria Elena Boschi, Gennaro Migliore e altri parlamentari di Italia Viva in gita verso Ischia. Al massimo, ma in pochi, si son trovati in piazza a Roma a Piazza Santi Apostoli, chiamati dall’appello di Luigi Manconi per fermare i finanziamenti a Tripoli, qualche centinaio di persone e qualche parlamentare a disagio di chi appartiene a un partito che il rifinanziamento l’ha appena votato in Parlamento. «Verrà considerato come uno dei momenti più bui della storia del nostro Paese e del Pd», ha sibilato Matteo Orfini, ex giovane turco, uno dei più attenti alla questione.

Giusto un anno fa, il voto finale fu il 5 agosto, il Senato diede l’ultimo via libera al decreto sicurezza-bis, quello che criminalizza il soccorso in mare e aumenta in maniera esponenziale (fino a un milione) le multe per le Ong. Il Pd in Aula mostrava cartelli politicamente garruli, rispetto al grigiore colposo di oggi: «La disumanità non può diventare legge». Ma può restare legge, come poi è successo? Nicola Zingaretti tuonava: «Adesso l’Italia è più insicura. Grazie agli schiavi Cinque Stelle la situazione nelle città rimarrà la stessa, anzi peggiorerà». Interessante, a ripercorrere i dibattiti parlamentari di quel periodo, è l’insistere con le accuse ai grillini di essere schiavi, lacchè, succubi della volontà di Salvini. «Si traducono in legge i suoi tweet», s’indignava per esempio Pietro Grasso, ex presidente del Senato. Ironico il punto di caduta finale, per un’area politica che di lì a pochissimo avrebbe finito per essere a sua volta succube di quei grillini che aveva accusato essere tanto servili. A fine luglio, il 24 durante il voto finale alla Camera, il presidente di Montecitorio Roberto Fico aveva graziosamente dato testimonianza delle sue difficoltà di coscienza uscendo dall’Aula (con lui in 17), mentre il capogruppo dem Delrio assicurava: «Il decreto sicurezza non fa che accrescere l’insicurezza dei cittadini, ma il Pd è all’opera per costruire una grande alternativa nel Paese e mandarli a casa», diceva alludendo al terzetto Salvini, Di Maio e Conte.

Operazione che, di lì a quaranta giorni, il Pd potrà dire riuscita per un terzo: a casa giusto Matteo Salvini. Gli altri due, saldamente al governo. Quanto alla «grande alternativa» è presto detto. Il governo Conte bis, giurando il 5 settembre, si dava delle priorità abbastanza chiare, riportate dalle cronache di quei giorni in maniera piuttosto univoca. Punto primo: ottenere più soldi dall’Europa, obiettivo che si potrebbe dire bipartisan, trasversale a qualsiasi maggioranza. Punto secondo: tagliare i parlamentari, priorità carissima ai Cinque Stelle, giunta a dama entro il mese di ottobre. Punto terzo: decreti sicurezza da abrogare, o almeno modificare, parola d’ordine alla quale il Pd s’era aggrappato per dimostrare il famoso cambio di rotta da affidare senz’altro al buon senso della prefetta Luciana Lamorgese, già capo di gabinetto di Angelino Alfano al Viminale. Zingaretti ne era convinto e lo sarebbe stato per ancora un paio di mesi. «Bisognerà affrontare in fretta il tema perché non ci si trovi in situazioni imbarazzanti. Certi casi non si possono ripetere con il nuovo governo», giurava nella sua prima intervista dopo l’accordo con M5S. Eppure, esclusi gli eccessi anche mediatici dell’era salviniana, quei decreti sono rimasti tal quali. Il primo tentativo di cambiarli, bloccato a fine ottobre; il secondo promesso dalla ministra Lamorgese «per gennaio»; l’ultimo, per ora in bozza, di un mese fa. La pratica è quella raccontata dalle cronache di questi giorni: la vergognosa ipocrisia dei respingimenti nascosti, la strategia silenziosa adottata da Italia e Malta per ridurre i flussi migratori in partenza dalla Libia, il patto tacito che in pratica - come denuncia fra gli altri Sea Watch - di fronte alla presenza segnalata di gommoni o barche, prevede non l’immediato intervento (come impone la legge del mare) ma l’attiva e operante attesa dell’intervento dei libici - nel 2020 secondo l’agenzia dell’Onu per le migrazioni, la cosiddetta guardia costiera libica ne ha riportati indietro 6500 contro i 4500 del 2019. Una realpolitik perversa, fatta di violazione di diritti umani per procura.
Il 9 settembre 2019, quando tutto questo ancora non era compiuto, Dario Franceschini, neoministro della Cultura, celebrava l’inizio del nuovo governo alla serata finale della Mostra del cinema, davanti al relitto del terribile naufragio del 2015 a Lampedusa in cui morirono mille persone, recuperato da Renzi e portato fino a Venezia. Giurava Franceschini: «Dopo mesi di odio e dolore tornano civiltà e umanità». Ecco, l’odio magari s’è diluito. L’umanità, però, non sembra tornata più di tanto. Già all’indomani del giuramento, del resto, la Sea Eye con a bordo otto persone s’era vista negare il porto proprio dall’Italia, alla faccia del cambio di governo. Eppure la sinistra di Leu poteva ancora tuonare: «Non si deve mettere in discussione il principio che il salvataggio debba essere tempestivo ed efficace», giurava Nicola Fratoianni, aggiungendo che senza un deciso cambio di atteggiamento, «tornerò a bordo delle navi». Già si capiva come sarebbe finita.

L’ultima apertura di credito è di fine settembre 2019, con l’accordo a La Valletta tra Italia, Germania, Francia e Malta per a redistribuzione dei migranti, con tanti plausi a Lamorgese. Poi basta. Pochi giorni dopo, il tentativo di rilanciare lo ius culturae, si arena di fronte al primo «abbiamo altre priorità» di Luigi Di Maio (il secondo arriverà a novembre, come abbiamo detto), ma anche di una parte del Pd. «Siamo molto convinti di farlo subito», dice invece Delrio. Non accade nulla.

In compenso, giusto per chiarire che tira l’aria opposta, il 24 ottobre, il Parlamento europeo boccia la risoluzione che invitava gli stati membri a tenere aperti i porti alle navi Ong che salvano i migranti, grazie al voto decisivo dei Cinque Stelle che si astengono e consentono la bocciatura. In fondo, in piena coerenza con ciò che ha sempre predicato il Movimento fondato da Grillo, che sul fronte migranti ha sempre ospitato in sé un’ala di sinistra, salvo poi decidere invariabilmente verso destra. Sin dai tempi in cui si trattava di votare sull’abolizione del reato di immigrazione clandestina, alla quale base grillina era favorevole, ma i vertici no: e quindi era stato un no.

A fine ottobre, dopo un paio di mesi di governo, già la spinta propulsiva per cambiare qualcosa sembra terminata. Tre giorni prima della scadenza del Memorandum, il ministro Di Maio annuncia che l’intesa resterà in vigore per altri tre anni ma che il governo «sta lavorando per modificarla in meglio». È il preannuncio dell’ennesimo quasi niente partorito dalla montagna. Poche ore prima, Zingaretti aveva chiesto - manco a dirlo - «modifiche radicali». Che naturalmente non arriveranno. Con il 2020, il Pd sembra rinunciare a tutto. L’ultimo sussulto riguarda sempre il Memorandum: a fine febbraio, il 22, una singolare assemblea nazionale dem indetta a Roma, all’Auditorium della Conciliazione, praticamente già in Era Covid, il partito vota all’unanimità un ordine del giorno nel quale, fra l’altro, si dice chiaramente che «la guarda costiera libica non esiste», «è stato dimostrato come in realtà si tratti di milizie armate, spesso in lotta fra loro e molto spesso coinvolte in prima persona nel traffico di migranti e nella gestione di lager», quelli descritti nel «rapporto firmato dal segretario generale delle Nazioni unite Guterres in cui si legge che i centri di accoglienza sono in realtà veri e propri lager, in cui migranti e rifugiati hanno continuato a essere sistematicamente sottoposti a detenzione arbitraria e tortura». Parole di un qualche peso, per un partito di governo. E una netta presa di posizione - sia pur nella forma indicibilmente aleatoria di un ordine del giorno e all’interno di una Assemblea che aveva per il resto come momento saliente l’elezione di Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto, a presidente del partito - che è tornata all’onore delle cronache in questi giorni, con gli articoli di denuncia di Roberto Saviano e centinaia di proteste dentro al partito, dopo che il 16 luglio è arrivato il sì (401 sì, 23 contrari) al rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero e ai fondi per l’addestramento e l’appoggio alla cosiddetta guardia costiera libica (obiettivo per il quale l’Italia ha destinato, dal 2017 a oggi, 22 milioni di euro, secondo i dati di Oxfam).

Polemiche alle quali Zingaretti ha risposto in maniera singolare, come muovendo da una distanza siderale rispetto alla realtà, sia governativa che parlamentare, del suo partito: «Il governo e i gruppi parlamentari, che certamente partono dagli stessi presupposti del Pd, hanno ritenuto nella loro responsabilità di interpretare al meglio idee e valori del Pd con la risoluzione approvata dalla maggioranza in Parlamento», ha scritto su Facebook. Un tratto surreale, pirandelliano, peraltro duplicato poi negli avvertimenti rivolti ai ministri dem. “Sleeping Nicola”, l’ha soprannominato il Foglio. Mentre una linea dem latita, l’unico altro punto di riferimento capace di esprimere un punto di vista è rimasto Marco Minniti, l’ex ministro degli Interni che nei giorni scorsi è arrivato a realizzare i sogni più sfrenati di tutti i sovranisti d’Italia, affermando che «c’è una evidente correlazione tra immigrazione e Covid», proprio mentre Salvini ricominciava a soffiare sul fuoco del pericolo straniero e Giorgia Meloni, leader di Fdi, accusava addirittura il governo di «furia immigrazionista».

Il ministro dell’Interno che mise in piedi la politica di deciso contenimento degli arrivi dell’era Gentiloni, l’uomo che Franz Timmermans a gennaio arrivò a proporre come inviato speciale “plenipotenziario” dell’Europa in Libia, è rimasto in quasi la sola voce da interrogare, nell’area, l’unico che abbia da dire qualcosa. Mentre, curiosità nella curiosità, gli unici a essersi ritagliati un ruolo - almeno da un punto di vista mediatico - che rappresenti un qualche obiettivo di sinistra (tipo difendere i braccianti, Bellanova docet) sono quelli che nel centrosinistra sono da sempre i più a destra di tutti: i renziani.

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