Politica
3 marzo, 2026Ora si chiede di riscrivere la Costituzione mentre restano irrisolti i nodi veri: scoperture di ruolo, carichi insostenibili, infrastrutture inadeguate, arretrati pesantissimi
Dottor Tullio Morello, lei è componente togato del Consiglio superiore della magistratura, qual è la sua opinione sulla riforma costituzionale in tema di separazione delle carriere?
«La riforma sulla separazione delle carriere è un errore grave, perché non risolve i tantissimi e annosi problemi della giustizia, quali la lentezza dei processi, la farraginosità delle procedure e la concretezza delle garanzie processuali, e si risolve solo nel rendere più controllabile dall’esterno l’ordine giudiziario. Si interviene sull’unità della magistratura e sull’autogoverno invece che su organici, organizzazione e risorse. In pochi anni si sono stratificate riforme ordinamentali profondissime, senza nemmeno il tempo di verificarne gli effetti, e ora si chiede di riscrivere la Costituzione mentre restano irrisolti i nodi veri: scoperture di ruolo, carichi insostenibili, infrastrutture inadeguate, arretrati pesantissimi».
Ritiene possibile che la terzietà possa esistere all’interno di un sistema in cui giudici e pubblici ministeri condividono la stessa carriera, i medesimi organismi associativi, il medesimo concorso?
«La terzietà non dipende dal fatto che giudici e pubblici ministeri appartengano a carriere diverse, ma dal loro essere soggetti esclusivamente alla legge, da procedure trasparenti di organizzazione degli uffici e da un sistema disciplinare effettivo. In questi anni il Csm ha rafforzato, non indebolito, questi presìdi: tabelle, carichi esigibili, controlli su incompatibilità e condotte, sanzioni anche espulsive. Se il cittadino percepisce ancora un deficit di fiducia, la risposta non è smontare l’architettura costituzionale, ma continuare a rendere più visibili le garanzie già esistenti».
Le carriere di giudici e pubblici ministeri sono separate in tutte le democrazie occidentali in cui vige il sistema processuale accusatorio. Perché in Italia non si potrebbe fare?
«Richiamare altri ordinamenti per dire “ovunque le carriere sono separate” è una semplificazione propagandistica, strumentalizzata da alcuni, e che ignora la nostra peculiarità costituzionale, che all’estero invece ci viene invidiata. Quasi ogni mese in Consiglio ospitiamo colleghi di ogni parte del mondo che vengono a studiare il nostro ordinamento restandone affascinati, provenendo appunto da Paesi in cui le carriere sono separate, e dove in genere la giurisdizione viene declinata con non poche problematicità. In Italia un pm più lontano dalla giurisdizione, un Csm indebolito significherebbero meno capacità di resistere a pressioni criminali, politiche e mediatiche. Il tutto in un Paese che ha conosciuto terrorismo, stragi, logge deviate, mafie di livello mondiale e ha retto proprio grazie all’equilibrio dei pesi e contrappesi disegnato dalla Costituzione».
Uno degli argomenti che più di frequente vengono sollevati per opporsi alla separazione delle carriere è rappresentato dal rischio che il pm possa in qualche misura diventare dipendente dal potere esecutivo. Ora, poiché il testo della legge costituzionale non prevede questa eventualità devo chiederle: da cosa nasce questo timore?
«Il timore di un pm dipendente dall’esecutivo nasce dalla nostra storia: abbiamo già conosciuto un ordinamento in cui le carriere erano formalmente distinte, ma il pm era di fatto “braccio” del governo, inserito in una struttura rigidamente gerarchica e sottoposta al Guardasigilli. Oggi il testo della riforma non scrive in modo esplicito “il pm dipende dal governo”, ma spezza l’unità dell’ordine, modifica la composizione dell’autogoverno, separa la sede disciplinare e rende più agevole nel tempo una ricollocazione del pm nell’orbita del potere politico, soprattutto in un clima in cui lo scontro sulla giustizia è diventato bandiera identitaria di maggioranze contingenti».
Non crede, invece, che i magistrati giudicanti usciranno rafforzati dalla riforma costituzionale?
«No, non credo che i giudici usciranno rafforzati. La decisione del giudice dipende da come svolgono il loro ruolo nel processo penale anche tutti gli altri protagonisti, pm, avvocati, testimoni, e persino l’imputato. Basta che qualcuno di questi commetta un errore che poi la decisione del giudice rischi di essere lontana dalla verità sostanziale. Un giudice realmente indipendente ha bisogno nel processo di un pm indipendente, non di una parte percepita come “altra amministrazione” che risponda ad altre logiche. L’immagine del giudice non migliora se gli si costruisce attorno un sistema meno libero, ma se lo si mette in condizione di decidere con tempi ragionevoli, in strutture efficienti, sorretto da un autogoverno forte, autorevole e non selezionato a sorte».
Lei crede che oggi i cittadini abbiano fiducia in chi li deve giudicare e nel sistema giustizia nel suo complesso?
«Il Presidente Pertini ebbe a dichiarare: “Il sistema giudiziario si trova da tempo in gravissime difficoltà per inadeguatezza delle norme di procedura, dell'ordinamento giudiziario, delle strutture; per le costanti numerose vacanze nell'organico della magistratura; per la non razionale distribuzione dei magistrati fra gli uffici giudiziari. I processi civili e penali hanno durata così lunga da ingenerare sfiducia nei cittadini, che non vedono soddisfatta la loro legittima richiesta di giustizia”. Era il luglio 1981 sono trascorsi 45 anni e la percezione della giustizia non è cambiata. Non certo perché l’1% dei pm negli ultimi anni ha cambiato funzione e lo può fare solo una volta nella vita e solo cambiando regione, o perché i componenti del Csm sono democraticamente eletti e non sorteggiati o perché la sezione disciplinare non è staccata dal Consiglio né sorteggiata. Inoltre la magistratura italiana è tra le più produttive del Continente e i meccanismi di responsabilità interna – valutazioni di professionalità, procedimenti disciplinari, interventi su incompatibilità – funzionano molto più di quanto racconti la retorica del tanto non paga mai nessuno».
Che ne pensa del sorteggio?
«È un vulnus grave alla rappresentanza e alla responsabilità, perché trasforma l’autogoverno in una sorta di tombola istituzionale, dove i membri togati sono sorteggiati a caso tra magistrati che hanno solo la competenza tecnica del giudicare e non dell’amministrare, e i membri laici sono sorteggiati da una lista di prescelti dalla politica. Nei giorni scorsi il ministro, spero solo con infelice tono canzonatorio, ha definito “paramafioso” il sistema di elezione dei togati al Csm. Se lo ritenesse realmente sarebbe assai superficiale pensare di risolvere tutto con una tombola».
Lei in più occasioni si è espresso molto duramente rispetto a quello che comunemente viene definito lo scandalo Palamara. È cambiato qualcosa in questi anni?
«Lo scandalo Palamara è stato una ferita molto seria e non l’ho mai minimizzato, ma sarebbe disonesto fingere che in questi anni non sia cambiato nulla. L’attività sulle nomine direttive, le nuove circolari, i criteri a imbuto del nuovo Testo Unico, la riduzione dei margini di discrezionalità, il numero elevatissimo di decisioni assunte all’unanimità (86%) e il dato – simbolico ma concreto – delle pochissime impugnazioni accolte, dimostrano che oggi chi decide ci mette la faccia in modo trasparente, sapendo che ogni scelta è controllabile e che le appartenenze correntizie non possono più valere da scorciatoia, come a volte è accaduto in passato».
Cosa pensa delle correnti in magistratura?
«Esistono perché ci dividiamo sui modelli di magistrato, sul valore della carriera, sulla maggiore o minore gerarchizzazione degli uffici e in questa tornata elettorale, ci sono anche 50 magistrati che la pensano diversamente persino sull’assetto ordinamentale della magistratura e del Csm. E anche loro si sono uniti redigendo documenti, facendo interviste, esprimendo legittimamente le loro opinioni. Queste non contestate dai politici proponenti la riforma, e anzi promosse sui media a loro vicini solo perché con idee compiacenti. Ma è questo che vogliono i cittadini? Vedere alla gogna i magistrati che la pensano diversamente dal governo di turno e, invece, sull’altare i magistrati con idee “gradite”?».
Un’ultima domanda: nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Napoli lei ha cominciato il suo intervento ricordando i 79 suicidi in carcere avvenuti nel 2025. Cosa pensa si possa fare per affrontare la situazione delle carceri?
«Ho iniziato l’anno giudiziario ricordando i 79 suicidi in carcere del 2025 perché in quei numeri c’è il fallimento di un sistema che non possiamo accettare come “fisiologia” della pena. Per affrontare questa emergenza nazionale servono misure molto concrete: ridurre il ricorso alla custodia cautelare quando non è strettamente necessaria, investire in personale sanitario e psicologico, strutture adeguate, formazione degli operatori, percorsi seri di reinserimento, e – soprattutto – smettere di usare il carcere come risposta simbolica a ogni allarme sociale, ricordandoci che la dignità della persona detenuta è la cartina di tornasole dello tenuta della nostra democrazia».

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