Politica
15 gennaio, 2009

La rivincita del Generale David

La guerra non serve solo a disarmare Hamas. È l'occasione per i militari di Tel Aviv di riscattare la loro immagine. Dopo l'insuccesso del 2005. In edicola da venerdì

La guerra di Gaza, come la stiamo conoscendo, coi suoi mille morti palestinesi, le poche perdite di Tzahal e il vasto consenso dell'opinione pubblica israeliana verso il suo esercito, non è cominciata lo scorso 27 dicembre, ma molto tempo prima, il 4 febbraio del 2007. Quel giorno Amir Petetz, allora ministro laburista della Difesa, convocò nel suo ufficio un uomo che da due anni si godeva la pensione: "Da oggi lei è il Ramatkal, il capo di Stato maggiore generale". L'uomo, Gabi Ashkenazi, 54 anni, si tolse le pantofole, batté i tacchi e coronò un sogno che aveva inseguito a lungo, due anni prima si era offerto per l'incarico: "Sono uno che sa stare sotto il fuoco. Nella guerra del '73 coi miei uomini fui accerchiato dai siriani e riuscii a cavarmela. Lì ho imparato la calma e la riflessione". Gli era andata male nel 2005, perché al vertice politico c'era la destra del Likud che scelse un suo fedelissimo, Dan Halutz, una carriera nell'aviazione, sfociata poi nella sciagurata tattica del conflitto nel Libano del Sud, quando la fede cieca nella supremazia in cielo aveva impedito di vincere chiaramente sul terreno. Gabi, figlio di un bulgaro superstite dell'Olocausto e di una ebrea siriana, di terra, invece, ne ha masticata parecchia, durante la guerra dello Yom Kippur, in Libano e durante le due Intifade. Ha anche comandato la prestigiosa brigata Golani e, assieme alla poltrona più ambita da un soldato, gli veniva affidato il compito di ristabilire il primato della fanteria, spina dorsale dell'esercito e artefice di tante fortunate campagne del passato. Implicita anche la missione, che allora appariva davvero ardua, di risollevare la fiducia verso le forze armate, mai tanto criticate dalla nascita dello Stato, per quello che veniva propagandato come un successo contro Hezbollah, ma in realtà percepito da tutti come un rovinoso scivolone di credibilità.

Ashkenazi non perse tempo. Puntò il dito sulla carta geografica e individuò subito il luogo della rivincita: la Striscia di Gaza. Da lì Hamas continuava a minacciare coi razzi una fetta di Israele. Lì Tzahal, presto o tardi, si sarebbe impegnato in una nuova guerra. Fece costruire, nella base di Tsehilim, deserto del Negev, una Gaza in miniatura perché i soldati potessero allenarsi. Quelli di leva e anche i riservisti. Iniziò il conto alla rovescia. Stavolta i tempi li dettava Israele: quando sarebbe stato pronto, quando sarebbe stato efficace. Di pari passo alla meticolosa preparazione degli uomini, proseguiva l'elaborazione dei piani. Finché giunse il giorno in cui Gabi poté dire alla politica: "Se volete, noi andiamo con l'operazione Piombo Fuso". La strategia approvata prevede cinque tappe, a ciascuna delle quali, a differenza del Libano, corrisponde un'idea su come uscirne, senza improvvisazioni. La fase ultima, quella a cui tutti (tranne l'ex laburista Haim Ramon) dicono di non voler arrivare, contempla l'occupazione totale della Striscia. L'obiettivo minimo è quello di bloccare il lancio dei razzi e di stroncare il traffico di armi sotto i tunnel di Rafah, confine con l'Egitto (fase tre). Senza questi due risultati e a dispetto della soverchiante superiorità bellica, Israele avrà perso.

Per ora l'esercito si gode il consenso interno e i suoi capi alzano le spalle davanti alle proteste internazionali per l'uso del fosforo bianco (smentito), per il gran numero di civili uccisi soprattutto bambini ("Inevitabile" se i terroristi li usano come scudi umani), per la sproporzione. Incassano le lodi del presidente Shimon Peres: "Tzahal non è mai stato così ben preparato e mai ha avuto mezzi così sofisticati". Esperti come il professor Stuart Cohen, docente alla Bar-Ilan University di Tel Aviv e studioso del rapporto tra forze armate e società, è entusiasta: "Dal Libano 2006 è cambiato tutto. La chiave del successo si può racchiudere in tre parole: personalità, attitudine al sacrificio, capacità di apprendere la lezione". Alla voce 'personalità' si deve leggere anche il mutato rapporto con i mass media: "Due anni e mezzo fa, chiunque si sentiva in diritto di parlare. Ora c'è un solo speaker ufficiale, per fortuna. Così non si creano fraintendimenti". Il rovescio della medaglia della disciplina verbale è un brutto termine: censura. Ferreo controllo dell'informazione, vietato l'accesso dei media nelle aree attaccate, niente immagini sulla tv israeliana del sangue e delle sofferenze di Gaza. Una sparuta minoranza parla del "punto morale più basso mai raggiunto dallo Stato". Nei bar di Tel Aviv gli intellettuali della sinistra radicale e pacifista usano un detto popolare: 'Il padrone è diventato matto'. Il padrone (militare) del Medio Oriente è Israele ed è impazzito perché, credendosi onnipotente, ha perso i freni inibitori. Il professor Yagil Levy della Open University non è che non sia d'accordo, ma osserva: "Come potrebbe la gente indignarsi se non sa? Vede solo le immagini dei razzi che cadono su Ashkelon e non può formarsi un'idea di come vadano davvero le cose. Finché ci sarà questo stretto controllo, l'esercito continuerà a godere di un sostegno decisivo". Fra Tel Aviv e il fronte, distante pochi chilometri, c'è una frattura di conoscenza troppo profonda perché non debba essere prima o poi ricomposta. Intanto perché a fare la guerra i ragazzi di città non ci vanno. Il servizio militare è obbligatorio, certo, ma sempre di più cercano una scappatoia per evitarlo. Finisce allora che, soprattutto nelle truppe d'élite (circa 20 mila effettivi su un totale di 180 mila), quelle chiamate in prima linea, ci sia una maggioranza di 'religiosi', anche nei ranghi degli ufficiali, un inedito nella storia d'Israele.

Sono ragazzi che rimandano la leva per un paio d'anni solo per poter studiare nelle 'yeshiva' dove rafforzano il proprio credo religioso e politico. Disciplinati, rigorosi, sono una manna per i loro comandanti. Ma sono spinti in divisa da ideali molto diversi. In questo caso, anche quello di tornare a Gaza dopo il disimpegno. Uno di loro è stato visto con una bandiera arancione: voleva issarla sul pennone della colonia abbandonata quasi quattro anni fa, un superiore gliel'ha strappata di mano. Conseguenza vuole che tra le poche vittime che lo Stato ebraico ha dovuto contare, i religiosi siano la quasi totalità. E nel celebrare i funerali di uno di questi, il capitano paracadutista Joni Nethanel, il rabbino-filosofo (così si definisce) Josef Kelner del settelment di Ely (tra Ramallah e Nablus) ha detto: "Joni, tu non combattevi per i residenti del Sud o per avere una vita triviale, ma perché sentivi la voce di Yaveh (Dio). Le forze mondiali usano lo pseudopopolo palestinese per impedire la sorgente di vita e i valori dell'umanità.". Un credo da guerra santa di segno uguale e opposto a quello del nemico. Cosa succederà se l'esercito sarà egemonizzato dagli unici disposti a fare la guerra e perderà la sua matrice laica è interrogativo che preoccupa non poco. Yagil Levy rincara: "Fossero solo i religiosi. È molto peggio. Cresce anche il numero dei russi che sono islamofobici per un retaggio ereditato dalla terra da cui sono venuti. Non sono estremisti religiosi, ma hanno una voglia matta di battersi contro i musulmani". Il conflitto sta quasi tutto sulle spalle di minoranze a qualche titolo invasate perché la cosiddetta società civile ha cambiato completamente la propria scala di valori: "È diventata la società del mercato ed è in atto un cambiamento sociologico epocale. Non solo non è più giusto e bello morire per la patria, ma nemmeno sacrificarsi per essa. Vogliono la sicurezza e non vogliono pagare le tasse per i militari, vogliono il welfare ma che i contributi li paghi sempre qualcun altro. Se proprio devono fare il soldato, entrano in unità amministrative o di intelligence quando un tempo era un punto d'onore per la buona borghesia avere figli nelle truppe speciali".

Se finora non è calato il consenso attorno all'operazione Gaza, conclude Levy, è anche perché sono tornate poche bare: "Ashkenazi ha adottato la stessa dottrina di Colin Powell poi applicata anche in Iraq. Il minimo di perdite dalla nostra parte, il massimo tra i nemici. È quanto gli hanno chiesto anche i politici perché il 10 febbraio in Israele, non dimentichiamolo, si vota. I politici hanno più paura dei morti che della gente".

Allo Stato maggiore della Difesa, alti ufficiali lodano il grado di collaborazione raggiunto nel Consiglio di difesa tra politici e militari, cosa che non avvenne col Libano. Le informazioni sono condivise e dibattute ogni giorno. Il che non significa che non siano sorti screzi anche significativi. Per ristabilire il primato della fanteria Ashkenazi, assieme al comandante della regione Sud il generale Yoav Galant ha programmato l'invasione e ha anche studiato azioni di commando che finora non sono state approvate. I falchi del suo gabinetto premono: "Disorienterebbero e spargerebbero il terrore". L'obiettivo dei blitz terrestri sarebbe quello di stanare i leader di Hamas nei loro bunker. Un uomo dell'intelligence: "Sappiamo, fin dall'inizio, che stanno nascosti nei sotterranei dell'ospedale Shifa di Gaza tre del calibro di Mahmud Al Zahar, Siad Siam e persino il comandante del braccio armato di Hamas Ahmed Labari, l'uomo che ha trasformato un gruppo di kamikaze in una larva di esercito di circa 20 mila uomini, il primo seppur abborracciato esercito palestinese che Israele si trova ad affrontare quando prima aveva avuto contro le armate di altri Paesi arabi". Andarli a prendere significherebbe smentire anche un'idea sulla quale i fondamentalisti hanno costruito un convincimento di superiorità morale: "Dimostreremmo loro che non è vero che vinceranno perché non hanno paura della morte mentre noi sì". Usare i commando significherebbe perdite sicure. Ashkenazi lo sa. Ha riportato in prima linea gli ufficiali che, in Libano, stavano nelle retrovie a guardare i computer, ha preparato minuziosamente anche la possibile operazione. Fosse per lui occuperebbe la Philadelhi road, la strada che segna il confine con l'Egitto, per farla finita coi tunnel. Ma c'è sempre un momento in cui le ragioni del soldato cozzano con quelle della diplomazia. I morti spaventano i leader politici, l'Egitto è il paese con cui Israele ha siglato una pace troppo importante per la sua sopravvivenza e non gradirebbe. E allora bisogna rifare i conti. Con un fucile nella mano e la penna per siglare un accordo nell'altra.

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