Politica
febbraio, 2009

In nome del Padrino

La militanza in Cl. Gli incarichi di primo piano. I legami con Formigoni e Berlusconi. Carriera e amici di Paolo Sciumé. Accusato di gestire i beni dei boss

Per il suo studio sono passati vescovi e cardinali, molti uomini del premier Silvio Berlusconi e del presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni, più decine e decine di Memores domini, gli "eletti" di Comunione e liberazione, organizzati dal fondatore don Giussani come una sorta di milizia intransigente destinata a testimoniare il verbo tra i profani. Ma lì, in via Donizetti, nel vero sancta sanctorum della finanza bianca milanese, tra tanti manager e commercialisti dai modi gentili e dalle inappuntabili grisaglie, si faceva vedere anche la mafia. Sì, perché Paolo Sciumé, 66 anni, il riservatissimo avvocato d'affari finito agli arresti domiciliari a fine gennaio per intestazione fittizia di beni, dagli esponenti della borghesia mafiosa era considerato un amico. Uno di cui ci si può fidare. Uno a cui chiedere consiglio persino quando si trattava di far sfuggire al sequestro 13 milioni di euro, prudentemente accantonati alle Bahamas. Per questo, secondo i pm di Palermo, da Sciumé era di casa Francesco Zummo, un imprenditore simbolo di quella Sicilia che ha fatto i soldi riciclando e reinvestendo denaro sporco di droga. Un colletto bianco di Cosa Nostra, già finito nel mirino di Giovanni Falcone, quando a Mont Rolland, a mezz'ora da Montreal, Canada, il nome di Francesco e quello di un figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, erano saltati fuori dai documenti scoperti nell'auto di un boss ucciso a colpi di lupara. Correva il 1982.

L'Italia aveva appena vinto i Mondiali, tra Palermo e New York si inaugurava la grande stagione delle indagini sulla Pizza Connection. E Sciumé si preparava al grande salto nel mondo degli affari guadagnandosi un posto nel consiglio di amministrazione del Centro televisivo vaticano, la prima tv del papa. La sua era stata una nomina nata nel segno di Cl. E non poteva essere altrimenti perché, dopo aver appeso al chiodo quelle scarpette da calciatore che da ragazzino lo avevano portato a giocare nei pulcini del Milan, Paolo in Università Cattolica aveva incontrato la fede, don Giussani e un buon numero di alte gerarchie vaticane. Così, eccolo, nel settembre del 1980 mentre nell'Abbazia di Montecassino partecipa alle prime riunioni della Fraternità di Comunione e liberazione, con i padri fondatori di Cl: il "Gius", Giancarlo Cesana, Graziano Debellini, tra i leader veneti della Compagnia delle Opere, e i docenti di filosofia e diritto canonico Nori Grassi e Giorgio Feliciani. Poi eccolo di nuovo accanto a monsignor Lobina, suo grande amico e segretario personale del cardinal Opilio Rossi, il porporato che firmò il decreto del Pontificio concilio pro laicis in virtù del quale Cl fu ufficalmente riconosciuta Oltretevere. Una carriera ricca di onori, quella di Sciumé. Percorsa saltabeccando per i consigli di amministrazione, mentre il suo studio di avvocati tributaristi, specializzato in consulenze agli enti locali, come i Comuni di Milano e di Bologna, e nel non profit, si allargava sempre più arrivando a coinvolgere 110 professionisti sparsi per le cinque sedi italiane. Tra loro, anche Alberto Perego, socio di Sciumé nella Interfield srl, una società di gestione aziendale nata nel lontano 1976, e Memor domini della prima ora, nonché organizzatore della campagna elettorale di Formigoni, l'altro grande nume tutelare dell'avvocato oggi agli arresti domiciliari: il presidente della Lombardia sponsorizzerà pure l'ingresso di Sciumé nel cda del Teatro alla Scala.

Con dei confratelli così è ovvio che nella sua carriera l'avvocato abbia trovato tante porte spalancate. Nel 1990, dopo essersi seduto tra i consiglieri della Bnl, della Bnl Canada e di società di factoring del gruppo Eni, Sciumé entra in Parmalat e ci rimane fino al collasso finale. Per questo oggi è sotto processo per bancarotta fraudolenta, mentre il cattolicissimo Calisto Tanzi racconta di averlo cooptato in consiglio su esplicita richiesta di Cl: «Mi fu presentato da Nicola Sanese (attuale direttore generale della Regione Lombardia, ndr) come il referente milanese di Comunione e liberazione, che Parmalat ha finanziato sin dagli anni Ottanta». Buoni però sono anche i rapporti con l'altro grande protagonista del capitalismo da rapina di inizio millennio: Sergio Cragnotti. Sciumé anzi, secondo i pm di Milano, è al suo fianco quando Cragnotti prova a riacquistare in segreto il gruppo, dichiarato insolvente e in amministrazione straordinaria, con denaro sottratto proprio alle casse della Cirio. Siamo nel 2003, i giornali parlano di una cordata di cavalieri bianchi, ma i capitali sono sporchi. Per Sciumé scatterà l'accusa di tentato riciclaggio, anche se il processo non arriva perché il giudice dell'udienza preliminare si dichiara incompentente e manda tutte le carte a Roma. Parmalat e Cirio: due brutti colpi per un professionista come lui, in passato arrivato persino a trovar posto nel cda dell'"Osservatore Romano", il quotidiano della Santa Sede, di "Avvenire", quello dei vescovi, e alla presidenza della Fondazione Sacro Cuore (via Rombon, Milano), che dal 1983 è la scuola in cui si formano i futuri uomini del movimento ciellino, dalle elementari ai tre indirizzi di liceo.

Gli amici e gli estimatori però non lo mollano. E tra di loro ve ne sono due che contano davvero: il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il suo socio banchiere Ennio Doris. L'origine del rapporto tra il premier e l'avvocato di Cl non è nota, anche se con tutta probabilità va fatta risalire alle riunioni di fine anni Settanta in via Rovani a Milano, in cui gli stati maggiori di Cl discutevano della nascita de "Il Sabato", il settimanale cattolico che il Cavaliere avrebbe voluto finanziare in funzione anti-"Espresso". Fatto sta che il riservatissimo Sciumé, 15 anni dopo, sbuca un paio di volte dal palco del Teatro Parioli di Roma per partecipare al "Maurizio Costanzo Show". E soprattutto nel 1996 entra nel consiglio di amministrazione di Mediolanum spa (assicurazioni), e nel 2003 in quello di Banca Mediolanun, dove è tuttora presente nonostante i processi e le inchieste. Ed è proprio in quei mesi che sembra nascere la vicenda che lo ha portato ai domiciliari. Maurizio Carfagna, anche lui consigliere di Mediolanum, organizza un appuntamento tra Sciumé e Nicola Bravetti, uno dei soci della Arner Bank di Lugano, l'istituto di credito che gestisce parte del patrimonio personale di Berlusconi. Come racconterà Bravetti ai magistrati, Sciumé gli presenta alcuni clienti siciliani che vogliono aprire tre trust: sono gli Zummo.

Tutto sembra filare liscio, nello studio di via Donizetti gli incontri si susseguono agli incontri, mentre per telefono Sciumé e i siciliani evitano di nominare Bravetti, chiamandolo più prudentemente «il medico». Poi, però, una banca francese segnala che Zummo vuol dire Cosa Nostra. Bravetti allora va da Carfagna, «che casca assolutamente dalla sedia», poi si presenta da Sciumé, che invece appare impassibile, ma preferisce parlargli in cortile. «Mi prese sottobraccio», ricorda Bravetti, «e mi disse: "Non vi dovete preoccupare perché ho parlato con il loro avvocato penalista e queste persone alla fine saranno assolte"». Parole, adesso, rilette dall'accusa alla luce dei documenti acquisiti nello studio Sciumé. Carte che, per i pm, dimostrano come fin dal 2002 l'avvocato di Cl fosse al corrente della lunga storia processuale dei suoi amici siciliani. Per i magistrati, insomma, Sciumé sapeva, ma come sempre non parlava

L'edicola

In quegli ospedali, il tunnel del dolore di bambini e famiglie

Viaggio nell'oncologia pediatrica, dove la sanità mostra i divari più stridenti su cure e assistenza