Estate anomala, quella newyorkese di quest'anno. Clima bizzarro, non solo dal punto di vista atmosferico, ma anche per la temperatura culturale, insolitamente freddina. In attesa di chiudere per ferie, la Grande Mela si scopre prudente. Le migliaia di persone che ogni giorno si riversano negli innumerevoli ristoranti di Meatpacking district, la cui affollata visione a tutto fa pensare fuorché alla crisi, si allungano malvolentieri nella limitrofa Chelsea, quartiere dove hanno sede le più prestigiose gallerie d'arte contemporanea di New York: Gagosian, Barbara Gladstone, Mary Boome, Luhring Augustine, Lehmann Maupin, Ileana Sonnabend e altre. Non è solo per via della crisi del mercato dell'arte, che è ancora molto forte, nonostante le ultime aste di maggio quando, tra Christie's a Sotheby's, si sono visti dei timidi accenni di ripresa, quanto di un certo cambiamento del clima complessivo, su cui, naturalmente, lo tsunami finanziario ha inciso sensibilmente.
Un esempio? Dopo aver proposto quest'inverno una mostra su Picasso che ha richiamato autentiche folle, per la primavera-estate la galleria Gagosian ha puntato su Yaoi Kusama. Vedendo le enormi zucche gialle e nere che campeggiano dalla vetrina sulla ventiquattresima strada ovest, mai si penserebbe che la nota e tormentata artista giapponese arrivi quest'anno al giro di boa degli 80 anni. Non solo mantiene una certa freschezza e quasi un'impertinenza del tratto, con in colori optical dei suoi dipinti e i volumi imprevedibili delle installazioni, Kusama è molto vivace anche dal punto di vista del mercato: uno dei suoi ultimi lavori, un imponente autoritratto, è proposto da Gagosian per un milione di dollari.
La scelta difensiva di puntare sulla vecchia generazione, lasciando in stand by i giovani, ritenuti evidentemente meno affidabili in un momento di crisi, la fa anche la galleria Barbara Gladstone. L'artista in mostra si chiama Basil Wolverton, è nato nel 1909, morto trenta anni fa e, più che un artista, è un virtuoso e molto prolifico illustratore in bianco e nero. La vicina Lurhing Augustine conferma la tendenza, esponendo un artista indiana, Zarina Hashmi, che non ha niente a che vedere con l'ultima generazione che si è imposta sulla scena internazionale: ha 72 anni e fa un lavoro molto misurato, anche se etnicamente piuttosto caratterizzato.
Morale: in tempi di denaro meno facile, gli artisti avanti con gli anni (e meglio ancora se morti) sono un solido bene rifugio. Niente di nuovo sotto il sole: il mercato conferma il suo inossidabile cinismo che lo fa riparare in acque sicure in tempi di recessione, puntando sui giovani nella fase espansiva e pronto a cambiarli velocemente fino a che non trova la novità che soddisfa il collezionismo.
Ma, per fortuna ai giovani ci pensa qualcun altro. Al Chelsea Museum ancora per un po' di giorni sono di scena 16 giovani italiani, portati a New York dal premio Terna che, arrivato alla seconda edizione, si è allargato alla scena internazionale, promuovendo una nuova sezione, "Connectivity", ispirata come le altre al tema dell'energia e della sostenibilità ambientale. Ora a New York, dopo che è stato aperto il bando per la seconda tornata cui possono partecipare anche artisti residenti nella Grande Mela il cui premio è un soggiorno in Italia, sono in mostra i vincitori della prima edizione: da Luigi Ontani a Giovanni Albanese, Raffaella Mariniello, Antonio Riello, Elena Baldelli, Riccardo Albanese, Francesco Arena, Andrea Chiesi, Giovanni Ozzola, Gian Marco Tosatti, Laura Cantarella, Rocco Dubbini, Davide Bertocchi, Gabriele Giugni, Davide Eron Salvadei, Gabriele Bonato.
Ma non basta. Da qualche mese sulla ventiduesima strada è nato un'associazione non profit, X Initiative, diretta dalla curatrice italiana Cecilia Alemani, e nel cui board si mescolano artisti come Maurizio Cattelan e Cindy Sherman insieme a galleristi, critici e curatori come Massimiliano Gioni e Philippe Vergne. Già di per sé il fatto che a Chelsea, quartiere elettivo delle gallerie, ci sia uno spazio non profit è una novità. Ma a rilanciarla provvede un calendario fitto di appuntamenti che vanno dall'arte al cinema, da dibattiti a festival. L'ultimo ha messo insieme centri non profit provenienti da tutto il mondo, dall'Appartement di Rabat al K48 di New York, da Ballroom di Marfa a The Mountain School of Art di Los Angeles agli italiani Viafarini, Lucie Fontaine e Mousse. Come si chiama il festival? "No soul for sale". Tradotto un po' liberamente: l'anima non è in vendita. Che, nel cuore di Chelsea, non è poco.