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Economia
ottobre, 2010

Al futuro chi ci pensa?

La crisi ha mostrato i limiti di un'economia basata solo sul mercato ed evidenziato scelte di corto respiro. Occorre invece un modello renano, con lo Stato come mediatore. E un progetto. È la lezione di Berselli

In molti, leggendo il suo ultimo libro, si sono sorpresi di non ritrovare l'Edmondo Berselli di sempre, volutamente scettico, disincantato. Io ho avuto modo di parlare a lungo con lui di questo lavoro durante la sua malattia e so che da tempo meditava di scrivere di economia. Quando nel 1995 pubblicai una raccolta di saggi per il Mulino fu lui a propormi: "Perché non intitolarlo "Il capitalismo ben temperato"?". Sintesi perfetta, il libro uscì con quel titolo.

Sorprendente, dunque, non è l'interesse per il tema. Stupisce il tono, martellante, con cui Edmondo elenca i suoi dubbi. La sua analisi cruda dell'ultimo quindicennio, la denuncia della grande trappola in cui siamo caduti. E la necessità di trovare una via di uscita alla crisi. Riscrivere un grande compromesso tra Stato e mercato, fondato non solo su basi tecniche ma etiche e umanistiche. Scrive Berselli: "La grande recessione è un problema "totale" di distribuzione fallimentare della ricchezza a vantaggio dei ricchi e a sfavore dei poveri. Ci vorrebbero i paradigmi culturali del grande Novecento per provare a districare qualcosa dal disordine poco creativo del nostro nuovo Ventinove. Occorrerebbero le costruzioni culturali di un Max Weber o di un John Maynard Keynes, architetti irripetibili della "modernità"".

Condivido profondamente. Quando ho cominciato i miei studi economici la differenza salariale tra un operaio e un amministratore delegato era di quaranta a uno, quando lo segnalavi c'era uno scatto di indignazione. Ora è di quattrocento a uno e non scatta più nessuno. Agli inizi degli anni Novanta, scrive Berselli, uscirono in contemporanea il libro di Michel Albert "Capitalismo contro capitalismo" e un mio saggio intitolato "C'è un posto per l'Italia fra i due capitalismi?". A distanza, indicavamo come alternativa al modello americano l'economia sociale di mercato, il modello renano, costruito sul dialogo, l'equilibrio tra aziende e governo nazionale e regionale, la partecipazione dei lavoratori alle imprese. Ma a riscrivere le stesse cose dieci anni dopo io e Albert saremmo stati completamente emarginati. Il milieu economico era tutto da un'altra parte. Per tutti c'era solo il mercato e basta. Chi sosteneva l'opposto era considerato un romantico, nella migliore delle ipotesi. Se parlavi di intervento pubblico in economia finivi crocifisso sui giornali e nei convegni. Era questo il "pensiero unico".

La crisi ha fatto cambiare idea a molti. Ci si accorge, Edmondo l'aveva capito prima, che la Germania reagisce meglio degli altri alla recessione. E si torna finalmente a parlare di sistemi industriali, patti, mediazioni del governo, politiche di intervento. Spetta ancora alla politica indicare una via d'uscita dalla crisi, intervenire per regolare e impedire gli sbilanciamenti del mercato, mobilitare la società con una visione del futuro.

È questo che manca: la crisi economica è stata provocata da strategie di sempre più corto respiro, la democrazia rischia di avvitarsi sulla stessa malattia. I sondaggi e le continue elezioni amministrative, regionali, europee, spingono i politici a non fare scelte di lungo periodo per non scontentare gli elettori. Ne parlavo con una nota autorità cinese che ha commentato, con ironia: "Sono molto preoccupato per il futuro della vostra democrazia".

Attenzione: se la democrazia smette di pensare al domani e si consuma sul breve periodo, se l'agenda dei problemi diventa virtuale e un intero Paese viene tenuto inchiodato per mesi sulla casa di Montecarlo, non restano che l'anti-politica e il populismo. E invece dalla crisi usciremo con lentezza, nonostante quanto vorrebbero far credere interpreti frettolosi, quella che Berselli chiama "una visione collettiva più prudente, con la quale ci si abitua agli attriti della crescita lenta", resa necessaria dall'irruzione sulla scena mondiale di due miliardi di nuovi protagonisti. E con "la nuova sintesi umanistica" di cui parla papa Benedetto XVI nella sua enciclica, la "via cristiana per uscire dalla grande crisi" che Edmondo Berselli ha voluto come sottotitolo del suo libro. Anche questa è una sorpresa: o meglio, un'esplicitazione di quanto Edmondo ha creduto in tutta la sua vita.

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