Quasi trecento arresti, oltre 160 aziende inquisite per mafia, sequestrati immobili, terreni, conti bancari e quote societarie, oltre ad armi e droga, per centinaia di milioni di euro in Italia e all'estero, dalla Lombardia alla Calabria, fino in Canada.
La maxi-inchiesta che sta portando in carcere intere famiglie della 'ndrangheta, insieme a decine di insospettabili imprenditori, politici e funzionari anche del Nord, rivela per la prima volta come sono cambiati i modelli organizzativi della mafia calabrese, l'organizzazione criminale più segreta e impermeabile.
Oggi anche la 'ndrangheta ha una commissione direttiva centrale che ricorda la Cupola di Cosa Nostra ed è articolata in tre grandi "mandamenti" e decine di "locali" territoriali non solo in Calabria, ma anche in Lombardia. Dove la 'ndrangheta, dopo il sequestro Sgarella, si è ormai trasformata in mafia imprenditrice, in grado di controllare interi settori dell'economia, come l'edilizia e gli appalti stradali, le bonifiche e i rifiuti, di sistemare propri uomini ai vertici della sanità regionale, condizionare le elezioni dirottando voti verso politici complici o conniventi, spiare le inchieste in tempo reale attraverso la corruzione sistematica di rappresentanti delle forze dell'ordine.
La cupola lombarda
A segnare la svolta nella storia criminale della 'ndrangheta è l'omicidio di Carmine Novella, ufficialmente un ricco imprenditore dell'edilizia e ristorazione, che è stato assassinato da due killer in pieno giorno, il 14 luglio 2008, in un bar di San Vittore Olona, tra Milano e Varese. Le indagine dei pm di Milano e Reggio Calabria, fondate soprattutto su quelle intercettazioni ambientali che il governo Berlusconi ora progetta di limitare massicciamente, mostrano che Novella era diventato il massimo rappresentante della sotto-cupola che riunisce le famiglie mafiose calabresi trapiantate in Lombardia. Una federazioni di cosche, chiamata "la Lombardia", che funzionava come una "camera di controllo" per spartirsi gli affari leciti e illeciti e puntava anche a inserirsi negli affari miliardari dell'Expo, acquisendo grosse imprese attraverso prestanome. Novella, stando alle indagini, è stato ammazzato per uno sgarro legato a una sorta di federalismo mafioso: il boss teorizzava che le cosche trapiantate da decenni al Nord erano diventate tanto ricche e potenti da poter ormai staccarsi dalle famiglie originarie radicate in Calabria. Dopo l'omicidio di Novella, il nuovo rappresentante della sotto-cupola lombarda è diventato Giuseppe Neri, la cui designazione è stata ricostruita interamente dalle indagini. Filmati e intercettazioni dei carabinieri di Monza e della polizia di Reggio Calabria hanno ricostruito in diretta circa quaranta vertici tra boss mafiosi in Aspromonte, alla Madonna dei Polsi. Intercettato anche un summit a Paderno Dugnano, in un locale paradossalmente intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino, dove i capi-mafia della Lombardia hanno eletto per alzata di mano, all'unanimità, il "mastro generale" Pasquale Zappia.
Mafia imprenditrice
I capitoli più inquietanti della maxi-inchiesta coordinata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dall'aggiunto milanese Ilda Boccassini documentano la massiccia infiltrazione della 'ndrangheta nelle imprese del Nord. Almeno 160 aziende sono state agganciate con l'usura e le estorsioni fino ad essere svuotate dall'interno: i vecchi proprietari sono stati costretti a svendere, portati al fallimento o trasformati in prestanome, utilissimi per conquistare appalti pubblici senza destare sospetti. Emblematico il caso della Perego general contractor, una grossa azienda lecchese che, dopo una grave crisi, è finita sotto il controllo del clan Pelle-Strangio. Tra gli arrestati compaiono circa 160 imprenditori presunti mafiosi, ma nelle intercettazioni i boss dicono di poter contare su "circa 500 unità".
Voti mafiosi, talpe e corruzione
Tra i tanti insospettabili finiti in manette in Lombardia compaiono anche Carlo Antonio Chiriaco, manager calabrese nominato direttore sanitario dell'Asl di Pavia, Francesco Bertucca, imprenditore edile del Pavese e Rocco Coluccio, biologo e manager privato trapiantato a Novara. Su indicazione di Chiriaco, il boss Pino Neri ha ordinato ai suoi uomini di far incanalare i voti delle famiglie a favore di Giancarlo Abelli, uomo forte della sanità lombarda e parlamentare pavese del Pdl, non indagato perché fino a prova contraria inconsapevole. Un assessore comunale di Pavia, Pietro Trivi, è invece indagato per corruzione elettorale, mentre l'ex assessore provinciale milanese Antonio Oliviero è inquisito per tangenti e bancarotta. Sotto inchiesta anche quattro carabinieri di Rho, il comune sede della futura Expo dove aveva la sua base il defunto boss Novella. Uno dei quattro militari avrebbe sistematicamente passato notizie alle cosche in cambio di tangenti da mille e tremila euro. Di certo i boss mostravano di conoscere l'inchiesta già dal 2008 e si preoccupavano: «Con la Boccassini non la scampiamo». Le dimensioni dell'inchiesta spiazzano le autorità milanesi. Nei mesi scorsi, accogliendo la commissione parlamentare antimafia, il prefetto Gian Valerio Lombardi si era sbilanciato a sostenere che «a Milano la mafia non esiste».
Il sindaco Letizia Moratti si è sempre opposta alle richieste dell'opposizione di creare anche a Palazzo Marino una commissione d'indagine sulle infiltrazioni mafiose in vista dell'Expo. Mentre la giunta Formigoni dovrebbe chiarire chi abbia proposto la nomina del presunto colletto bianco della 'ndrangheta ai vertici della sanità di Pavia. Dagli atti delle indagini emergono decine di piste investigative su possibili infiltrazioni della 'ndrangheta nella politica e nelle istituzioni, oltre che negli affari. L'inchiesta è tutt'altro che chiusa.
Scheda18.02.2013
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