Cultura
10 gennaio, 2011

Il cinema con il cappello

Dal 18 gennaio al 6 marzo le porte della Triennale di Milano si aprono per la prima tappa della mostra "Il cinema con il cappello. Borsalino e le altre storie". Un viaggio ironico e nostalgico attraverso i linguaggi della contemporaneità, tra arte cinematografica e storia del costume

Potreste mai immaginare un Indiana Jones senza cappello a falde larghe, o un Charlie Chaplin privo della sua inconfondibile bombetta? L'impresa si presenta davvero ardua anche per i più fantasiosi perchè quella tra cinema e cappello è una lunga e duratura storia d'amore e come tale è impossibile cancellarne le tracce.

Dal 18 gennaio al 6 marzo le porte della Triennale di Milano si apriranno per accogliere la prima tappa della mostra itinerante dedicata a questa celebre coppia: "Il cinema con il cappello. Borsalino e le altre storie". Un viaggio attraverso i linguaggi della contemporaneità, uno sguardo ironico, nostalgico, poetico e trasgressivo, capace di creare ponte tra arte cinematografica e storia del costume. L'esposizione, ideata da Elisa Fulco della Fondazione Borsalino e curata dal critico cinematografico Gianni Canova, si articola secondo cinque nuclei tematici.

L'identità ovvero Il cinema con il cappello. Un grande cilindro multimediale svela il ruolo chiave del copricapo nella costruzione identitaria, utilizzata dal cinema. Dai protagonisti della pellicola sino all'emblematico dialogo di Peter Falk ne "Il Cielo Sopra Berlino" di Wim Wenders, dove attraverso la ricerca del cappello giusto si racconta il cambio di identità sotteso a ogni cambio di copricapo: gangster, borghese, eccessivo, comico.

Il cappello che emoziona. Una sequenza di sale, ciascuna diversa dall'altra, scandisce le diverse emozioni suscitate dal copricapo nelle sue diverse fogge. Guidato da suoni e rumori, il visitatore incontrerà il cappello che fa ridere, il cappello che fa piangere, il cappello che seduce, il cappello che fa paura.

Scappellamenti e gesti. 10, 20, 100 scappellamenti cinematografici (riverenza, rispetto, saluto, ringraziamento, esultanza) a confronto, per ritrovare tutti i molteplici significati dei gesti legati all'uso del cappello: codici comportamentali vecchi e nuovi che hanno negli attori i massimi interpreti di segni che ci parlano di un decoro perduto e di più attuali costumi.

La giostra dei nomi. Dal Borsalino, nome proprio divenuto sinonimo di cappello classico maschile, al basco, all'elmo, al casco, alla coppola, al turbante, alla bombetta, al colbacco, berretto, feluca, etc. Una lunga lista di nomi cui corrispondono infinite e curiose forme di cappelli, raccontate attraverso un'installazione multimediale realizzata dal gruppo N!03, pensata come una vera e propria galleria del vento.

Borsalino lancia Borsalino. La mostra si conclude là dove tutto ha inizio: la sezione presenta una carrellata dei Borsalino più famosi nella storia del cinema ed è introdotta dai due celebri film Borsalino (1970) e Borsalino & co (1974), entrambi di Jacques Deray (film cult con Jean Paul Belmondo e Alain Delon), il cui titolo porta il logo dell'antica casa alessandrina, scelta dal regista per rappresentare il gusto degli anni Trenta. Completano la narrazione i bozzetti d'epoca di Jacques Fonteray, costumista parigino delle due pellicole, e i lavori appositamente realizzati per la mostra da Gianluigi Toccafondo.

Da sempre il cinema si è appropriato della capacità del cappello di raccontare efficacemente e silenziosamente, generando riconoscimento e identità, sollecitando trasformazioni. E così per la dolce Sabrina interpretata da Audrey Hepburn, il cappello segna il passaggio da semplice figlia dell'autista in sofisticata donna di classe.

I cappelli di Greta Garbo in Ninotchka ci annunciano la fine del comunismo. Un intramontabile e insostituibile accessorio di abbigliamento che definisce ruoli, professioni, stili. Sancisce gerarchie. Innesca discorsi sociali. Implica e consente una gestualità e un rituale che nessun altro capo di abbigliamento prevede senza tralasciare la sua capacità di dettare moda. Da James Dean che negli anni '50 lancia il grande cappello con falda rialzata, al colbacco che con Il "Dottor Zivago" entra a far parte del vestiario occidentale, fino a quello di "Rocky "che diventa il copricapo popolare degli anni '70. La mostra itinerante rimarrà a Milano fino al 6 marzo.

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