Non parla più della rivoluzione, Edgar Morin, il patriarca della gauche francese e la voce più autorevole del Paese che è (idealmente) alle origini di tutte le rivoluzioni. Preferisce la parola metamorfosi: più complessa e ambivalente. Arrivato all'età di 90 anni si misura con temi come l'Apocalisse e il futuro dell'umanità, e in un sottile gioco degli specchi tra la disperazione (per lo stato attuale del pianeta Terra, per la pochezza dei politici, per gli eccessi del capitalismo sfrenato) e la speranza. Speranza, nonostante la coscienza di vivere dentro una catastrofe ("Ho conosciuto i momenti oscuri della storia. So che non sono eterni"). Perché, dice in questa intervista a "l'Espresso", la storia è imprevedibile. È fatta da persone che portano avanti con coraggio idee considerate devianti e marginali. Il professore ci riceve nel suo studio al Marais a Parigi: un tavolo lungo, una finestra che dà sui tetti, e pile di libri dappertutto; tra questi, il suo ultimo volume "La voie" (la via), in cui tira le somme della sua lunga vita e cerca di tracciare una nuova strada per il genere umano".
Cominciamo con la differenza tra rivoluzione e metamorfosi.
"La rivoluzione vuole fare tabula rasa del passato e dare un nuovo inizio, e quasi sempre finisce male. Metamorfosi invece significa pensare al bene dell'intera umanità in continuità con il passato. Ecco io sono per questa soluzione".
Oggi il mondo occidentale è in ammirazione per la Rivoluzione dei gelsomini nei paesi arabi, rivoluzione, non metamorfosi...
"Iniziata da giovani non violenti con aspirazione alla libertà e alla dignità. La rivoluzione è in atto, ma non si può sapere come finirà. La violenza, invece, è arrivata, dalla parte del potere. In Libia ha provocato un'insurrezione e l'intervento dell'Occidente".
L'ambivalenza della storia.
"Questo è il vero problema. Allarghiamo il discorso. Pensi alla mondializzazione. È la peggiore, ma anche la miglior cosa che ci potesse capitare. Non si può vedere da un lato tutto il bene e dall'altro solo il male. Nella storia il bene spesso è stato causa del male".
Come proteggersi da questo rischio?
"Con l'ecologia dell'azione".
Vale a dire?
"Qualsiasi azione intrapresa, foss'anche con le migliori intenzioni, si scontra a un certo punto con condizioni storiche e sociologiche date. È là che può sfuggire al controllo e invertire il senso. Si deve essere coscienti che ogni decisione è una scommessa e che solo una strategia precisa, permette la correzione dei probabili errori dell'azione in corso".
Per la filosofia occidentale ci fu uno spartiacque nel 1755 con il terremoto di Lisbona. Fu la svolta nel pensiero illuminista, su cui siamo cresciuti tutti.
"Solo le catastrofi ci permettono di prendere coscienza dei problemi fondamentali. Terremoti, tsunami ci mostrano le minacce vitali che pesano sulla biosfera. E basti pensare al Giappone, oggi. Si è capito che la sicurezza assoluta è un mito: la realtà invece è composta da negligenze e scorie radioattive nocive per migliaia d'anni. E anche che il nucleare, per sua stessa organizzazione, è una forma di totalitarismo economico: non può esistere senza il segreto, che favorisce lo strapotere delle lobby".
E allora, dall'esperienza dei suoi 90 anni cosa è il Male?
"È la barbarie umana. Che però ha diverse forme. Ha un volto antico: guerra, conflitto, dominazione, sfruttamento, tortura, disprezzo, umiliazione. La nostra barbarie contemporanea è invece tecno-economica: fondata su calcolo e profitto. Fra le qualità umane riconosce solo quelle che sono misurabili, catalogabili con dei numeri, ignorando il fondo della natura umana: l'amore, l'odio, la gioia, la tristezza. A volte capita l'alleanza tra le due specie di barbarie. Il primo sodalizio si è manifestato ad Auschwitz dove è stato industrializzato il massacro di popolazioni ebree e rom. Ma attenti, il potenziale del Male è in ciascuno di noi".
Sta dicendo che avanziamo incerti verso l'Apocalisse.
"Colpa di una mitologia: quella dell'economia neo-liberale che è l'altra faccia del mito del comunismo. C'è ancora gente che pensa, che l'economia liberale sia la realtà. Non è vero, è solo ideologia. Non è nemmeno una teoria del mercato, perché oggi non ci sono più regole e non c'è più concorrenza, solo speculazione e profitti senza limiti. Se non le si pone freno, saremo nell'anticamera della catastrofe".
Chi sono gli artefici dell'Apocalisse?
"Rispondo citando il mio collega Alain Touraine: "Il capitalismo finanziario si è messo al di sopra dell'umanità, ora bisogna metterlo al bando". La speculazione finanziaria è diventata un nemico dell'umanità. Aggiungo: oggi siamo in una fase critica in cui bisogna ripensare, rigenerare, creare una rinascita politica. C'è un mio libro, uscito anche in Italia: "La mia sinistra" (Feltrinelli). Propongo di pescare nelle tre eredità: libertaria per l'autonomia dell'individuo, socialista per migliorare la società, comunista per creare la comunità. Queste eredità si sono disgiunte, irrigidite, chiuse, degradate. Oggi si deve tornare alle fonti e rigenerare il tutto".
In Francia e in Italia ha avuto molto successo il libro "Indignatevi" del suo amico Stephane Hessel.
"Non sono indignato perché l'indignazione è un sentimento di risveglio. Non sono stato svegliato perché ero già sveglio. Ma c'è complementarietà fra il suo libro e il mio. Se ci fosse un premio Nobel della dignità umana io lo darei a Hessel".
Come trasformare l'indignazione e la paura di catastrofe in una metamorfosi?
"Con il pensiero deviante e marginale. L'umanità ha più volte cambiato strada, grazie a gente in apparenza marginale: Buddha, Gesù e Maometto. Anche la democrazia ha rischiato di non nascere: se l'impero persiano avesse battuto Atene nel quinto secolo. Nata in una piccola città greca, passata dall'Italia del Medioevo, un po' nelle Fiandre, si è poi sviluppata ed è diventata una forza moderna molto importante. Pure le scienze moderne sono nate da spiriti reietti dalla società del XVII secolo: Galileo, Bacon, Cartesio. Il socialismo è nato dall'idea di un intellettuale ignorato da tutte le università e dalle grandi personalità dell'epoca, Marx. Ogni inizio è un inizio modesto. Io chiamo "politica dell'umanità e politica della civilizzazione" quella che si pone il problema di salvare la Biosfera. Domani ci saranno movimenti capaci di sviluppare queste idee".
Concretamente?
"André Gide ha scritto: "C'è chi dice che si debba riformare la società e chi invece pensa che si debba riformare se stessi in quanto persone". D'accordo con Gide. Ma per farlo dobbiamo cambiare anche le strutture: economiche, amministrative, il modo di consumare, l'agricoltura. Un mutamento è in atto già oggi. In Francia torna il movimento cooperativo, in Europa dappertutto esistono gruppi di commercio equo che lottano contro gli intermediari predatori. E poi c'è l'agricoltura biologica che consente di ridurre lo sfruttamento industrializzato, nocivo per la terra, per i prodotti, per la vita. Sono i primi esempi, li cito un po' alla rinfusa, del nuovo che può segnare la metamorfosi".
Crede quindi, nel mito del progresso?
"È stata l'idea di Condorcet, quella secondo cui l'umanità progredisce sempre, nonostante gli errori. Si è imposta al mondo dopo la seconda guerra mondiale, quando si sviluppava la società democratica industriale (con lo scopo del bene comune), si parlava di un futuro radioso (il socialismo), c'era la speranza di un "socialismo arabo". Il progresso era visto come "una necessità storica". Oggi sappiamo che tutto questo non era vero, abbiamo capito che non c'è legge del progresso. Di più, abbiamo compreso che non ci sono conquiste irreversibili: la tortura eliminata in Europa nel XIX secolo, è stata applicata nel XX secolo da Paesi come la Germania, l'Unione Sovietica, la Francia (in Algeria). Vede, siamo in lotta permanente fra Eros e Tanatos per dirla con Freud, in un conflitto costante fra la morte e l'amore".
Il futuro dell'umanità?
"Ci sono molti futuri possibili. Catastrofici, regressivi, di stagnazione. E se non si cambia direzione assisteremo a un concatenarsi di cataclismi. Il degrado della biosfera porta a movimenti migratori massicci. L'aggravarsi delle crisi economiche crea perturbazioni politiche. L'oscurantismo è all'opera ovunque. C'è un bel film sul tema di Abraham Segal: "La parola o la morte". Mostra integralisti ebrei, cristiani e musulmani. Si esce dalla sala senza sapere quali siano i più grotteschi".
Si va alla scontro di civiltà?
"Ripeto, siamo in un'epoca di regressione, in particolare per l'Europa. Il nostro continente ha fermato la costruzione della sua politica comune. In ogni Paese crescono partiti estremisti, nazionalisti, con componenti xenofobe e razziste. È un fenomeno che, se si aggrava, rischia di sommergerci. Nel 1929 nessuno pensava che il piccolo partito nazista, così ridicolo, potesse un giorno arrivare al potere. Quindi siamo minacciati".
Eppure nel suo libro c'è speranza.
"Sì, perché, come diceva il poeta tedesco Hölderlin: "Là dove c'è il pericolo, cresce anche ciò che salva". Le fonti di angoscia presenti nel nostro mondo, sono fonte di disperazione, ma possono anche stimolarci a resistere all'angoscia. Il probabile è forse disastroso, ma l'improbabile è spesso successo nella storia. Io penso che può svilupparsi un movimento nelle giovani generazioni. Avevamo quasi tutti fra i 20 e i 30 anni, durante la Resistenza, eravamo giovani. Ma anche oggi c'è voglia di vivere e di resistere. "Aspettati l'inatteso" è una delle mie massime".