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Una marziana allo Strega

Scrittrice esordiente a 50 anni. Del tutto estranea all'establishment culturale: Mariapia Veladiano è nata in campagna e fa la prof in una scuola di Bassano. Ma il suo romanzo "La vita accanto" piace molto ai ragazzi. Ed ora è finalista al premio

Anche Cenerentola, nella fiaba, è orfana di madre, ha un padre che la ignora e una matrigna cattiva. Però è bellissima. Invece Rebecca, protagonista di "La vita accanto" (Einaudi), primo romanzo della cinquantenne Mariapia Veladiano, esordiente già finalista al Premio Strega, è sì fornita di un padre inetto e una matrigna che la maltratta, ma è molto, molto brutta. Dopo il parto sua madre non l'ha più guardata, è diventata muta e si è suicidata.

E Rebecca vive la sua "vita accanto" di esclusa e reclusa uscendo solo di notte. Ma può essere la bruttezza - "quell'angolo in cui la vita ci ha stretti" e che precede Rebecca "come un'ombra terrificante" - la causa di tante tragedie? Nata nella campagna vicentina, dove vive curando i fiori in una grande casa con il marito professore e il figlio diciottenne, Veladiano, laureata in Filosofia e Teologia e insegnante di Italiano e Storia in un istituto professionale di Bassano, ha scritto un romanzo fulminante che piace, che "spacca", come dicono i ragazzi. Ed è nella dozzina dei finalisti al più ambito premio letterario italiano.

Una straniera allo Strega, però. Un'intellettuale raffinata e defilata per niente mondana, estranea all'ambiente letterario e ai suoi giochi pericolosi. Che scrive fin da piccolissima e all'improvviso ha sfornato questa storia che parte con un cazzotto nello stomaco e si dipana come una fiaba rasserenante. Perché la bruttezza della protagonista è solo un pretesto per raccontare qualcosa di molto più profondo: l'esclusione e il rifiuto, l'angoscia di non essere accolti. Sentimenti che l'autrice conosce bene: "Venivo dalla campagna e al liceo, a Vicenza, ho avuto la sensazione di non essere accettata, di non trovarmi nel posto giusto".

Quello stesso senso di inadeguatezza che le restituiscono ogni giorno i ragazzi a scuola e che lei, dopo 26 anni, vede crescere sempre di più: "Negli adolescenti l'omologazione è tiranna, e si fa presto a esser tagliati fuori da modelli di ricchezza, di bellezza e di appartenenza ben codificati e sempre più irraggiungibili", dice. Per lei l'insegnamento, convivere ore e ore con i ragazzi, è un privilegio. Ma anche una fatica: "Vedo nella classe politica una volontà irresponsabile di colpire la scuola pubblica, proprio ora che andrebbe rafforzato il suo ruolo di baluardo e collante sociale", denuncia.

È una che s'indigna, Veladiano, che dà battaglia alle ingiustizie con uno sguardo intransigente e feroce, mai ideologico. Il suo maestro, dopo lo svizzero "ribelle" Hans Küng, è il teologo luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer, protagonista della Resistenza al nazismo, impiccato nel Lager di Flossenburg nel 1945. Oggi Veladiano collabora a "Il Regno", prestigiosa rivista conciliare, e non ha mai militato in movimenti politici o religiosi: "Mi basta la Bibbia, la fede e l'appartenenza alla Chiesa", dice. Una fede che non giudica, ma che accoglie, perdona e sa guardare avanti: "Ricorda che non è mai finita, che c'è una vita nuova dietro ogni angolo", raccomanda nel romanzo a Rebecca la vecchia signora De Lellis.

Oggi Veladiano aspetta il verdetto di giugno con tranquillità, continuando a stare defilata. Del suo "La vita accanto" va a parlare soprattutto nelle scuole, dove è stato molto ben accolto perché, spiega, "intercetta l'insicurezza dell'adolescente che si sente a rischio di rifiuto". E a suo figlio, è piaciuto? "Moltissimo, per fortuna. Lui è uno che giudica, molto più radicale di me: non ha macchina né patente, gira in corriera per non inquinare".

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