Una stretta di mano, qualche firma sui documenti e l'affare è fatto: il prodotto è venduto e il denaro arriverà alla data pattuita. Una volta funzionava così. Oggi non più, complice la crisi che continua a mordere il sistema economico e finanziario e che non sembra destinata ad attenuarsi. "Diciamo che il 10 per cento paga alla scadenza, mentre il 90 per cento sfora", confessa sconsolata Piera Rosso, responsabile dell'amministrazione della Cerri Trasporti, una società da poco più di 2 milioni di euro di fatturato con sede a Santhià (Vercelli).
Questi ritardi stanno costando circa 40 mila euro l'anno all'azienda. Che tra il 2008 e il 2010 ha accumulato pure 100 mila euro di fatture che forse non saranno mai onorate. Un mucchio di soldi per una società di queste dimensioni. Il problema, del resto, è molto diffuso. Come dimostra una ricerca di Cribis D&B, la società del gruppo Crif specializzata nell'informazione alle imprese.
Lo studio ha analizzato i movimenti contabili di un milione di aziende italiane dalle micro e più piccole ai grandi gruppi, scoprendo che nel 2010 solo il 37,5 per cento ha rispettato i termini di pagamento. E la situazione ha continuato a lungo a peggiorare: nel 2007 la quota superava il 50 per cento, nel 2008 era ancora al 49,6 per cento e nel 2009 è precipitata al 43,7 per cento. Il primo trimestre di quest'anno mostra un timido miglioramento, chiudendo con un 41,9 per cento di scadenze rispettate, ma è presto per parlare di inversione di tendenza.
"Il contante è ancora il bene che scarseggia di più", fa notare Marco Preti, amministratore delegato di Cribis D&B, "per cui i tempi di pagamento resteranno comunque più alti del periodo pre-crisi". Tradotto: tante società continueranno a farsi finanziare dai fornitori saldando i debiti in ritardo. Per bloccare questo fenomeno ci sono imprenditori che hanno imposto il pagamento anticipato. Tra questi c'è Giuseppe Colonna Romano, amministratore unico della Slide srl, un'azienda di Buccinasco (Milano) che produce mobili luminosi in polietilene. "Nel caso di clienti nuovi", spiega, "ci facciamo inviare un assegno alla consegna, mentre se esiste un rapporto consolidato chiediamo la ricevuta bancaria, che ci consente di incassare entro 60 giorni". Prima di spedire merce all'estero, inoltre, la società chiede di saldare tutto il debito. "Siamo arrivati a questo punto perché abbiamo avuto problemi con diversi clienti", racconta Romano, "tanto che nel 2009 abbiamo perso il 10 per cento del fatturato per mancate riscossioni". Con il nuovo sistema, gli insoluti sono scesi al 2-3 per cento.
L'Italia, comunque, non è tutta uguale. Secondo i dati Cribis D&B, nel primo trimestre il 48 per cento delle imprese del Nord-est ha pagato alla scadenza, così come il 43,6 per cento di quelle del Nord-ovest. Al Centro, invece, non ha sforato solo il 40,8 per cento e al Sud e nelle isole non si è andati oltre il 33,6 per cento. Ma ci sono altre differenze evidenti. Come quelle tra un settore e l'altro: paga in tempo quasi la metà degli imprenditori attivi nei servizi finanziari e nell'agricoltura, mentre nel commercio all'ingrosso, nei trasporti e nell'industria ci si ferma al 38 per cento. Inoltre, c'è un abisso se si considerano le dimensioni aziendali: le grandi società sfruttano la forza contrattuale per rinviare i pagamenti (è puntuale appena il 12 per cento), mentre quelle molto piccole devono rigare dritto (lo fa il 46,7 per cento).
Se il rapporto tra privati è difficile, quello con il pubblico è drammatico. Le imprese aspettano di incassare dai vari enti statali qualcosa come 60-70 miliardi di euro. Una situazione che peggiora di anno in anno: nel 2009 il Centro studi di Confindustria calcolava un ritardo medio di 52 giorni, balzati a 86 nel 2010. Peggio di noi non è riuscito a fare nessuno in Europa. Portogallo (84 giorni), Grecia e Spagna (65) si sono avvicinati, ma gli altri Paesi stanno sotto i 30 giorni. Una situazione che pesa sulle nostre imprese per circa 10 miliardi l'anno (stima della Cgia di Mestre). Tanto che, ormai da tempo, la battaglia contro i ritardi è un cavallo di battaglia per la confederazione degli industriali. Lo ha ricordato il presidente, Emma Marcegaglia, lo scorso 4 agosto, in occasione dell'incontro con le parti sociali.
Tra gli interventi necessari per la crescita il numero uno di viale dell'Astronomia ha detto che bisogna "avviare un piano di riduzione progressiva dei pagamenti ritardati alle imprese". E in passato il presidente di Confindustria aveva già dichiarato che questa situazione "è una piaga che mina la sopravvivenza delle imprese", rappresenta "uno scandalo nazionale" e "rientra nel tema del pessimo funzionamento della pubblica amministrazione".
L'amministratore delegato della Jcoplastic, un'azienda di Battipaglia che produce contenitori in materie plastiche, fa due esempi che valgono più di mille numeri. Il primo è ambientato nella capitale. La società guidata da Antonio Foresti ha venduto cassonetti all'Ama sei anni fa, ma la municipalizzata di Roma si è trascinata parte del debito, circa 60 mila euro, fino a quest'anno. Il motivo? "Nel bando era previsto che il 5 per cento dell'importo fosse pagato dopo il collaudo", spiega Foresti, "ma questa operazione è stata dimenticata e siamo arrivati al 2011". Altra città, Napoli, altra municipalizzata, l'Asia.
Nel 2008 la Jcoplastic ha fornito il primo lotto di cassonetti e ha provveduto alla loro distribuzione. A settembre 2010, quando il credito aveva toccato gli 800 mila euro, la società si è rivolta al tribunale e solo allora l'Asia ha iniziato a pagare. Mettendo nel calcolo tutti i clienti, l'azienda registra ritardi medi di 160 giorni. "Una situazione che nel 2008 ci ha costretto ad assumere una persona che si occupasse a tempo pieno solo della gestione dei crediti", conclude Foresti. Per contenere il rischio, la fetta di fatturato della Jcoplastic legata alla pubblica amministrazione è stata ridotta in due anni dal 75 al 50 per cento. Una scelta simile a quella della Loni Silvio srl, una piccola impresa edile romana che fino a qualche anno fa lavorava solo col pubblico e oggi ha tagliato la quota al 20 per cento. "Ho preso questa decisione per sopravvivere", ammette amareggiata l'amministratrice unica, Varinia Loni. Le aziende come la sua, insiste, si stanno riducendo a fare da società finanziarie.
La banca di solito le concede un fido sull'80 per cento del credito, ma alla scadenza non si scherza: bisogna saldare il debito e aggiungerci gli interessi. Del resto, quello delle costruzioni è un settore che soffre da tempo: secondo l'Associazione nazionale costruttori edili, l'82 per cento delle imprese subisce ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione. Messo peggio, forse, c'è solo il sistema sanitario, su cui pesa circa il 60 per cento del debito complessivo della pubblica amministrazione. Nel secondo semestre 2010 la media dei tempi di pagamento è stata di 278 giorni, contro i 30 di Germania e Svizzera (secondo elaborazioni del Centro studi Assobiomedica).
Sono più lenti di noi solo la Spagna (300 giorni) e la Grecia (500 giorni). E la tendenza è al peggioramento. Scorrendo i dati aggiornati ad aprile, infatti, si scopre che è già stata abbattuta la soglia dei 300 giorni, con differenze abissali tra una regione e l'altra: si va dai 90 giorni del Friuli Venezia Giulia ai 912 della Calabria. E se è vero che le aziende possono ricorrere alla cessione del credito, è vero anche che capita di restare impigliati in situazioni in cui le banche non vogliono entrare. "Anche se non ne ho le prove", dice il presidente di Assobiomedica, Angelo Fracassi, "non mi meraviglierebbe scoprire che il crimine organizzato intervenga in casi del genere".
In altre parole, bloccare la liquidità delle società può essere un terreno fertile per gli usurai. Le storie che si raccontano nel settore sanitario lasciano a bocca aperta. Come quella di Bellco, un'impresa che vanta crediti verso la Pa italiana per circa 31 milioni, di cui 21 già scaduti. "Rispetto a Paesi come Germania, Francia o Regno Unito", sottolinea l'amministratore Stefano Rimondi, "abbiamo circa sette mesi di oneri finanziari addizionali". In cifre vuol dire che "ogni anno siamo costretti a buttare via circa un milione a causa dei ritardi". Pasquale Mosella, country business director di Becton Dickinson - una multinazionale che fattura 7,5-8 miliardi di dollari nel mondo - è allibito. "Nessuno si sognerebbe di andare in un negozio, comprare una tv e uscire dicendo che la pagherà tra mille giorni", dice Mosella. Eppure la Bd ha un credito che viaggia oltre i 960 giorni con l'ospedale Federico II di Napoli. Insomma, per dirla con Attilio Castelli, presidente della Et medical devices di Cavareno (Trento), "trovare una situazione come quella italiana è difficile nel resto del mondo".
A questo punto l'unica speranza è legata alla direttiva europea 7/2011, che tra un paio d'anni ci costringerà a metterci in riga (i sistemi sanitari dovranno pagare entro 60 giorni). Per adesso le aziende possono contare solo su un impegno preso dal ministro allo Sviluppo economico, Paolo Romani. Che, all'ultima assemblea annuale della Confcommercio, ha affrontato il problema così: "Personalmente mi impegno per un veloce recepimento della direttiva, perché so bene quanto sia fondamentale per gli imprenditori la certezza dei tempi di pagamento. È una promessa". Staremo a vedere. Ancora una volta, si procede grazie alla frusta europea.