O Müller o morte. Più o meno così, alla vigilia del Natale, Renata Polverini presidente della Regione Lazio, espresse le sue preferenze nell'indicare il futuro direttore del Festival di Roma. E fu subito caos. La politica romana viene scossa da una faida, venata di isteria: la sinistra comincia a difendere i candidati nominati dalla destra. La destra punta su un candidato che un tempo fu uomo molto di sinistra. Ognuno urla. E più si urla più l'intreccio si infittisce. E poiché questa è un bella storia, paradigma dei nostri tempi, e soprattutto non è ancora finita, val la pena di raccontarla. Capitolo dopo capitolo.
Tutto comincia da Marco Müller, classe 1953, sinologo, studioso di cinema, produttore e direttore di tanti festival. Licenziato dalla mostra di Venezia, ufficialmente per mandato scaduto ma sostanzialmente per incompatibilità di vedute e carattere con il presidente Paolo Baratta, Müller a spasso è una mina vagante. Tanto più che mentre lui sta ficcando in valigia un pesante guardaroba per trasferirsi a San Pietroburgo e fondare un festival degno della nuova Russia, Renata Polverini apprende dall'ultimo Cda del festival romano che il saldo di tanta manifestazione registra una perdita di un milione e 350 mila euro. Ce n'è abbastanza per chiedere - anzi nel suo stile, pretendere - che si cambi rotta e direttore. In questo caso la milanese Piera Detassis, che è noto non esserle mai stata molto simpatica. Müller è libero, Venezia ha assoldato Alberto Barbera, direttore del museo del cinema di Torino. E allora perché non chiamarlo a Roma e fare due festival di charme internazionale l'uno contro l'altro, con le tifoserie che dividono l'Italia come ai tempi di Coppi-Bartali o Callas-Tebaldi? La Polverini ne è talmente entusiasta che riesce a convincere anche il riluttante sindaco Alemanno. Secondo lei, a quel punto (siamo al 23 dicembre) è fatta, i due soci di maggioranza sono d'accordo. Habemus papam. Non resta che annunciarlo con gli auguri di Natale.
Presa dall'enfasi la Nostra dimentica che il direttore non lo nominano i soci, bensì il presidente del festival. Il questo caso Gian Luigi Rondi, decano della critica italiana, un forever young che a novant'anni compiuti riesce a presiedere anche l'Ente David di Donatello e ricoprire l'incarico di commissario straordinario della Siae. E soprattutto uomo dalla lunga esperienza che non si lascia scavalcare facilmente. Non basta: si ignora anche la presenza di un altro socio finanziatore (sia pur minore): la Provincia, unica istituzione rimasta alla sinistra. Il presidente Nicola Zingaretti non la prende bene. Anzi sente l'esigenza di lanciare (parole sue) addirittura "un grido di allarme" mentre Pino Battaglia, consigliere provinciale Pd passa dritto agli insulti: "Il trombato Müller si fa sponsorizzare per venire a Roma dopo aver insultato la nostra manifestazione. Sarebbe come mettere Dracula a capo dell'Avis". A parte che sul piano della professionalità non si può negare a Dracula competenza sul sangue, paragonare Müller al principe dei vampiri è francamente eccessivo.
Ma intorno a questa vicenda (vuoi anche per gli stravizi delle feste) i toni superano qualunque paradosso. Goffredo Bettini in una lettera al "Messaggero" rivendica a ragione la paternità del festival, ma conclude ricordando a tutti (Müller compreso) che i poteri della destra non sono eterni e nel 2013 si rivoterà (e questo da parte sua non è carino). Per tutta risposta sul sito Dagospia arriva anonimo un j'accuse contro Bettini, che sarebbe interessato a difendere l'attuale staff anche per la presenza della sorella Fabia (consulente al festival) e del cognato Gianluca Giannelli curatore del sezione cinema per bambini (e anche questo non è carino).
Intanto schierati con Goffredone, i consiglieri Pd difendono a spada tratta Piera Detassis che improvvisamente diventa il candidato puro e duro della sinistra, nonostante lavori con Mondadori come critico ufficiale di "Panorama" e direttore della rivista "Ciak". E persino Gianluigi Rondi nell'immaginario del Pd romano diventa ora un padre della rivoluzione. Mentre Marco Müller, oltre a Dracula, è paragonato a Brenno e definito senza alcuna ironia "nemico di Roma". È a quel punto che il candidato-direttore decide di uscire allo scoperto e dichiarare, in un'intervista a "Repubblica", che lui nonostante la dieresi è "romano de Roma" e fu anche compagno di scuola di Veltroni al liceo Tasso, per cui se ha parlato male del festival capitolino fu solo perché dirigeva quello avversario sul Lido (come sui campi di calcio i due capitani se ne dicono parecchie). Comunque conferma che a parer suo questo festival va cambiato da cima a fondo. Lui vede un festival pieno di eventi che coinvolga l'intera città, che non conosca separazioni fra fiction, film e sperimentazione, che recuperi fisicamente il mito di Cinecittà da una parte e quello di Via Veneto dall'altra, come due brand internazionali capaci di far risuonare emozioni in tutto il mondo e attrarre a Roma il vero mercato. È questo che lo candida ad essere, più che l'uomo della Polverini, quello dei produttori i quali non aspettano altro. O meglio, aspettano anche un'altra cosa: un nuovo presidente nella persona di Paolo Ferrari, in uscita dalla Warner. La coppia Ferrari-Müller sarebbe vincente per garantire a Roma i favori di Hollywood e della sempre più potente cinematografia dell'Est. Se poi si aggiustano le date facendo slittare il festival alla fine di novembre, il rilancio è perfetto. L'anno festivaliero avrebbe dunque come scansione l'inverno di Berlino, la primavera a Cannes, il tardo autunno a Roma. Mentre Venezia resterebbe stritolata a settembre nella competizione con i grandi festival nord americani: Toronto e Telluride. Basta convincere Rondi a dimettersi e il gioco è fatto. Tra Natale e Capodanno, i cronisti giurano che Rondi ha già scritto la lettera di addio e con la missiva in tasca è pronto ad andare alla riunione dei soci del 30 dicembre per chiudere la questione. Invece: sorpresa. Rondi, da vero allievo di Andreotti (sodali dal 1949, tempi in cui il divo Giulio fu sottosegretario allo spettacolo) non chiude la questione ma la fa galleggiare, secondo la formula: "Il mio candidato sarebbe la Detassis, ma voi volete Müller e io non posso oppormi, altrimenti il festival perde i suoi supporter. Dunque resto fino alla scadenza del mio mandato a giugno, non nomino nessuno, tranne me stesso ad interim e comincio subito a lavorare per l'edizione 2012".
Rondi è un miracolo della natura. Alla sua età è pronto a saltare da una parte all'altra del pianeta, soffrire i jet lag, vedere film, strappare titoli a Cannes e Venezia, vivere tra due blackberry e un iPhone. Complimenti davvero! Anche perché stavolta la lotta è dura, vince chi porta a casa i due film evento 2012 "Django" di Tarantino e "Hobbit" di Peter Jackson. E si dice che "Django", Müller lo abbia già in tasca. Come anche il contratto di direttore di Roma. Ma per non offendere nessuno il grande Rondi si è sacrificato: cristianamente e democristianamente. Amen.