“A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto? Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del "volemose bene e annamo avanti"; da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei "Sali e Tabacchi", degli "Erbaggi e Frutta"; quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle...”.
“La vecchiaia non esiste, è un concetto borghese" disse una volta “il più autentico vate underground d’Italia”. Eppure anche lui, che davvero pareva immortale, senza tempo e contro ogni tempo, forever young, alla fine ha ceduto all’umana finitezza.
Stanotte se n’è andato a quasi 91 anni Remo Remotti, artista totale, poeta, attore, pittore, voce radicale e irriducibile e libera, in direzione ostinata e contraria, aspramente, criticamente romano, come testimonia l’estratto dal suo più citato “blues in parole” (nonché spoken world ante litteram). “Mamma Roma, addio”: “Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati… Quella Roma degli uffici postali e dell'anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione…”. A modo suo, Remo Remotti presagì per primo “Il mondo di mezzo” e “Mafia Capitale”.
Una vita piena e inimitabile quella di Remotti. Dopo la laurea in legge, estenuato dal perdurante clima “clerico-fascista”, in anticipo persino sulla Beat Generation, tagliò la corda, destinazione Sudamerica, dove visse dal 1951 al 1958. Poi una sarabanda di incontri, mestieri, cadute, redenzioni e reinvenzioni clamorose di se stesso. Cronache picaresche da un tempo così lontano e così vicino; di una vita vissuta pericolosamente, pienamente. Tassista in Perù; operaio in Germania; agente di una ditta farmaceutica a Milano; becchino in un cimitero americano di guerra; poeta e scrittore umoristico e politicamente scorrettissimo tra i più rigogliosi; attore teatrale e cinematografico per gente come Nanni Moretti (memorabili le sue apparizioni in “Bianca” e “Caro Diario”), Francis Ford Coppola (ne “Il Padrino III”), Carlo Verdone, Marco Bellocchio, Ettore Scola, i fratelli Taviani; grande e spiazzante performer su e giù dal palco; amatore instancabile e innamoratissimo fino alla fine dei suoi giorni.
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“Me ne andavo da quella Roma dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte… Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Roma caput mundi… quella Roma sempre con il sole - estate e inverno - quella Roma che è meglio di Milano...”. Mai davvero “famoso”, Remo Remotti, eppure sempre più leggendario per un culto sotterraneo sì, ma alla potenza. Remotti è stato uno di quei pochi nomi maudit autarchici veramente catalizzanti, in grado di far fare rete, anche prima di Internet, a ogni nuova generazione “alternativa” che si affacciava sulla scena. Leggere un suo libro o assistere a un suo show è sempre stato sinonimo di libertà. Non a caso Twitter l’ha fissata al quinto posto tra i top trend di giornata la notizia della sua scomparsa.
In tanti hanno voluto cinguettare un pensiero sull’hashtag #remoremotti. Diavolo di un Remotti: chissà come se la starà ridendo e commovendo beffardo. Da Alessandro Gassman (che ha scritto “Ciao Remo Remotti, te ne sei andato da sta Roma...”) all’attrice Chiara Francini (“Ciao Remo... quanto t'ho amato e quanto t'ho citato”), passando per la pop-band Perturbazione (“Addio amico e fratello di strada e musica negli anni. Dicevi me ne vado e l'hai fatto davvero. Immenso.
Anche chi vi scrive lo conobbe di persona. Era il 2006 e Remo fu l’ospite d’eccezione per il party di presentazione di un mio libro. Non lo conoscevo ancora, e fu un’epifania travolgente, che non s’è più arrestata. Remotti si materializzò all’improvviso con la sua aria a metà strada tra Charles Bukowski e Petrolini. Indossava una camicia hawaiana, un Panama e ingollava una birra dopo l’altra. Aveva già più di ottant’anni, ma la sua energia era impetuosa. Risate e introspezione senza requie durante il suo monologo, che interrompeva di continuo, per corteggiare un paio di giovani spettatrici. Con parole di fuoco e sguardi di velluto. “Me ne andavo da quella Roma dimmerda! Mamma Roma: Addio!”.
Potere16.01.2012
Roma, la guerra più ridicola