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Politica
ottobre, 2012

Perché conviene essere 'choosy'

I giovani non dovrebbero essere tanto schizzinosi, dice la Fornero. Invece sì, sostiene un ricercatore di politica economica: il modo in cui si entra nel mondo del lavoro influenza l'intera carriera. Inoltre accontentarsi amplifica ulteriormente l'immobilità sociale e le disuguaglianze tra generazioni e favorisce la fuga di cervelli

Chissà cosa ha ispirato il ministro Fornero nella scelta del termine inglese choosy – schizzinoso – riferito ai giovani italiani restii ad accettare qualsiasi offerta di lavoro in attesa di un'occupazione ideale che potrebbe non arrivare mai. Magari è qualcosa che arriva da lontano, dai suoi ricordi di ragazza legati alle romantiche note di Choosy Beggar di Smokey Robinson & the Miracles, hit soul della seconda metà degli anni Sessanta. Certo è che qualunque sia il motivo, la scelta del termine non è stata felice e ha causato una forte reazione di sdegno e indignazione da parte di molti giovani italiani. Indignazione subito intercettata dalla Rete, dove è stato creato un sito che ha raccolto centinaia di immagini con le testimonianze di giovani laureati che svolgono lavori spesso dequalificanti e lontani dalla loro formazione.

Schizzinoso a chi?
Una categoria bistrattata quella dei giovani italiani, accusati dai politici di turno di essere bamboccioni (il ministro Padoa Schioppa nel 2007), l'Italia peggiore perché precaria (il ministro Brunetta nel 2011), sfigati (il viceministro Martone nel 2012) che si laureano tardi e si ostinano a ricercare un posto fisso in fondo "monotono" (secondo il premier Monti nel 2012) e di essere, appunto, choosy, schizzinosi, nella scelta del primo lavoro. Ma conviene veramente non essere choosy e accettare qualsiasi lavoro per entrare nel mondo del lavoro, e poi si vedrà?

«La realtà ci dimostra che questo meccanismo lascia delle cicatrici» sostiene Michele Raitano, ricercatore in Politica economica presso la "Sapienza" Università di Roma, dove insegna "Modelli di welfare state e mercati globalizzati" e "Economia della previdenza" al Master in Economia pubblica. « Non è vero che il modo in cui si entra nel mercato del lavoro non influenza la carriera lavorativa. La influenza prima di tutto rispetto all'accumulo dei contributi, dell'esperienza e delle possibilità di cambiare poi collocazione nel mercato. Questa tendenza porta a distruggere il proprio capitale umano e manda un segnale sbagliato alle imprese. Non c'è indipendenza tra i due eventi: non è vero che se mi metto a fare il cameriere perché non trovo un lavoro da laureato, poi questo non ridurrà le mie probabilità di trovare un lavoro da laureato».

« A questo di aggiunge un altro aspetto importante, peculiare nel nostro paese e che non si osserva nei paesi europei nordici e continentali» continua Raitano. « In Italia il background familiare continua a condizionare anche oltre la fine del percorso di studi, dal punto di vista salariale e da quello delle possibilità occupazionali. Se sei laureato e "figlio di" hai maggiori probabilità di trovare un lavoro migliore e con un salario più alto. Come può accadere questo fenomeno? Tra i vari fattori che lo determinano, una cosa rilevante è che se si proviene da un contesto socioeconomico migliore, non si è obbligati ad accettare la prima cosa che viene offerta. Se invece si proviene da un contesto svantaggiato, si è tendenzialmente obbligati ad accettare la prima offerta che viene proposta. E questo amplifica le problematiche sopra citate».

La soluzione prospettata dal ministro Fornero quindi non solo peggiora le possibilità di carriera, ma amplifica ulteriormente l'immobilità sociale e le disuguaglianze tra generazioni.

L'errata equiparazione giovane-precario e la rigidità del mercato del lavoro
La questione generazionale è poi utilizzata strumentalmente dal ministro Fornero per semplificare in macro-categorie, che non aiutano a capire le cause profonde dei problemi che affliggono le nuove generazioni e il mercato del lavoro in generale. Mercato considerato troppo rigido a causa dei diritti acquisiti dei lavoratori con contratto stabile come ad esempio l'articolo 18, su cui non a caso il governo Monti - con il benestare dei partiti che lo sostengono – si è accanito ed adoperato per depotenziarne gli effetti. Continua Michele Raitano: «tagliare con l'accetta tra giovani e anziani è facile, e porta in sé una risposta altrettanto facile: il problema è la struttura regolamentativa ed è quindi lì che bisogna intervenire. Ma non è questo il problema, e il quadro è molto più complesso. Primo perché in realtà il mercato del lavoro non è così rigido come sembra: considerando lo stock dei lavoratori e non solo le nuove generazioni, in media il 30-35% dei dipendenti a tempo indeterminato sperimenta almeno una volta in cinque anni un episodio di perdita del lavoro o di cassa integrazione, cioè un peggioramento della situazione».

«Anche rispetto all'entrata dei giovani» conclude Raitano «ci sono moltissime disuguaglianze interne. Legate alla provenienza geografica e al background familiare, per cui non è vero che tutte le carriere dei giovani sono sempre e soltanto precarie, senza nessuna differenziazione interna. D'altro canto, ai giovani non basta più ottenere un contratto a tempo indeterminato per essere poi sicuri per tutta la vita. Ci sono moltissimi giovani lavoratori atipici che si stabilizzano e nel giro di due o tre anni ritornano di nuovo atipici. Il mercato del lavoro italiano più che rigido, è quindi liquido».

Uno spreco di risorse
Oltre a tutto questo, un'altra conseguenza che dichiarazioni come quelle del ministro Fornero possono avere è di incentivare il pericoloso trend della fuga dei cervelli, che porta molti nostri laureati a investire all'estero le proprie professionalità e competenze acquisite qui in Italia. Ogni anno, secondo l'Istat, circa il 7% dei dottori di ricerca italiani decide di lasciare il paese per cercare una posizione professionalmente ed economicamente più adeguata rispetto alle proprie competenze, con una perdita economica non indifferente.

Alcuni studi molto citati, tra cui quello realizzato dall'Istituto per la Competitività (Icom), ci dicono che il fenomeno del brain drain, ossia l'esportazione netta di capitale umano altamente formato, fa perdere allo stato italiano ricercatori in grado di produrre ciascuno un valore medio di 63 milioni di euro per ricerche e brevetti, al netto dei costi. Con una proiezione, nei prossimi vent'anni, di circa quattro miliardi di euro di mancati guadagni per l'Italia.

Un quadro allarmante, confermato dai dati forniti dall'European Research Council (ERC), che ogni anno finanzia centinaia di progetti in Europa per giovani ricercatori. Progetti, per rendere l'idea, che possono arrivare a ricevere cinque milioni di euro di finanziamento. L'Italia, nella classifica dei paesi che riceve più fondi, è quinta per nazionalità dell'istituzione, mentre è terza per nazionalità del ricercatore capofila del progetto. Nel 2011 sono 26 le istituzioni italiane che hanno vinto uno di questi grant, ma sono 49 i ricercatori vincitori. Cosa significa? Che quasi la metà dei ricercatori italiani ha presentato (e vinto) un progetto a partire da un'istituzione accademica straniera. Dall'istituzione, nel 2007, di questa linea di finanziamento europea per la promozione della ricerca dei giovani studiosi, sono 106 gli italiani che hanno vinto fuori dai confini del nostro paese. A non essere choosy, sembra, non ci si guadagna per niente.

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