Uomini, donne e bambini sono solo dollari che camminano per i trafficanti di esseri umani. Basta organizzarsi bene e il gioco è fatto. Lavorando d'astuzia si può ridurre in schiavitù chiunque abbia bisogno d'aiuto. O, almeno, lo si può spremere fino all'ultimo centesimo. Di storie così ce ne sono a bizzeffe: vengono da tutto il mondo e arrivano anche in Italia. C'è Goodluck, ad esempio, 23 anni, che è scappato dal Ghana dopo avere visto genitori e quattro fratelli ammazzati a fucilate per una faida familiare. Ha attraversato il deserto, consegnando tutti i risparmi ad autisti e poliziotti incontrati di frontiera in frontiera, fino a raggiungere la Libia. Lì ha trovato un lavoro, ma la guerra lo ha costretto presto a infilarsi in un barcone strapieno di migranti diretto a Lampedusa. E a dare all'aguzzino tutti i soldi guadagnati.
Maria, romena di appena 16 anni che studiava in un liceo linguistico di Bucarest, invece, è stata abbindolata dal vicino di casa. «Vieni con me in Italia», le aveva detto, «ho un posto da interprete che fa al caso tuo: entro qualche anno avrai abbastanza soldi da non doverti più preoccupare di nulla». Poi Maria è stata venduta all'asta in un albergo di Tirana e oggi si prostituisce a Roma e Milano.
Il filo rosso
Goodluck e Maria hanno qualcosa in comune: tutti e due sono rimasti impigliati nella rete dei trafficanti di esseri umani. Una miriade di gruppi specializzati in grado di trasformare una persona in difficoltà in carne da macello. In qualunque parte del mondo si trovi. Secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro, si contano ogni anno 2,7 milioni di vittime di tratta. Un traffico tra i più redditizi, secondo solo a quello delle armi e della droga. Il fatturato annuo di questa organizzazione criminale, infatti, è stimato in 32 miliardi di dollari (dati Terre des Hommes-Ecpat 2010).
Il traffico degli esseri umani viene raggruppato di solito in due macro-categorie. Da una parte c'è lo "smuggling of migrants", o traffico di migranti. «Si tratta di un'attività criminale che consiste nel trasportare e introdurre illegalmente persone in un Paese straniero facendosi pagare per il servizio», spiega Andrea Di Nicola, professore aggregato di Criminologia della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Trento e autore del capitolo su devianza e criminalità degli stranieri dell'ultimo rapporto Ismu sulle migrazioni in Italia. Lo smuggling non prevede l'abuso dei migranti una volta a destinazione. Quando esiste uno sfruttamento anche nel Paese d'arrivo, sia esso sessuale o lavorativo, invece, si parla di "trafficking in persons", o tratta di persone a scopo di sfruttamento.
Il giro d'affari
Secondo una stima fatta in esclusiva per 'l'Espresso' dal professore di Trento insieme ad Andrea Cauduro, assegnista di ricerca del dipartimento di Scienze giuridiche dello stesso ateneo, questo mercato vale in tutto fino a 3,2 miliardi di euro l'anno nel nostro Paese (dato 2011).
Per arrivare a questa cifra gli studiosi hanno considerato tariffario e numero di vittime. Con gli smugglers mediterranei, scrivono Di Nicola e Cauduro, «si pagano 7-10 mila euro per arrivare in Italia dall'Africa subsahariana, contro 1-2 mila per il solo passaggio tra Tunisia o Egitto o Libia e Italia». E il migrante deve consegnare altri quattrini ai trafficanti che incontra nel percorso. Si è ipotizzato dunque un costo medio di 4-8 mila euro a persona.
Quanto al numero di immigrati entrati nel nostro Paese con queste organizzazioni, sia via mare sia via terra, i ricercatori hanno stimato quasi 180 mila persone nel 2011. A conti fatti, dunque, il fatturato del traffico di migranti in Italia vale tra i 711,5 e 1.423 milioni di euro.
Il trafficking è ancora più redditizio. La stima delle persone intrappolate in questa rete nel 2011 è tra gli otto e i 16 mila, di cui circa il 70 per cento sfruttate per fini sessuali e il 30 per cento in attività lavorative. Considerando che in media la prostituzione rende 500 euro al giorno, mentre il lavoro nero 100 euro, il fatturato annuo va da 912 a 1.824 milioni di euro.
Sommando smuggling e trafficking, e limitando l'analisi a chi è entrato in Italia l'anno scorso, si arriva dunque a un fatturato compreso tra 1,6 a 3,2 miliardi di euro. Una montagna di soldi che viene fatta sparire con meccanismi rodati nel tempo da una miriade di associazioni capaci di spostare e sfruttare gli indifesi in ogni parte del Pianeta.
Caporali e catapecchie
Dietro a tutti questi numeri ci stanno volti e storie di chi è caduto in trappola per i motivi più svariati. «Nello sfruttamento lavorativo ci sono in particolare giovani uomini dai 20 ai 40 anni, celibi e coniugati ma comunque senza famiglia al seguito», scrive Mirta Da Pra Pocchiesa in 'Un metodo in continuo divenire' (Gruppo Abele, 2011). In generale, si tratta di persone con scolarità medio-alta arrivate da diverse nazioni e distribuite in Italia in base all'occupazione.
«I rumeni sono presenti più al Nord, impiegati nell'edilizia, e al Centro, nel lavoro domestico; i cinesi sono impiegati in laboratori artigianali, soprattutto al Centro, mentre al Sud sono presenti gli indiani e i pakistani, occupati nella pastorizia e nella ristorazione», puntualizza Da Pra Pocchiesa. In generale, i Paesi di provenienza più rappresentati sono: Romania, Moldavia, Ucraina, Bulgaria, Polonia, Russia, Marocco, Tunisia, Egitto, Ghana, Brasile, Perù, Ecuador, India, Pakistan, Cina.
Chi entra in Italia attraverso le organizzazioni criminali si porta sulle spalle un debito che va dai 2 ai 13 mila euro. E il caporale, che fa da intermediario tra lavoratore e azienda (leggi l'approfondimento de 'l'Espresso'), «trattiene per sé dal 50 al 60 per cento del compenso giornaliero del lavoratore», dice la responsabile del progetto Prostituzione e tratta delle persone del Gruppo Abele.
Le condizioni di vita, inoltre, possono essere peggiori persino di quelle dei Paesi d'origine. Come testimonia Jacopo Storni nel suo 'Sparategli!' (Editori Internazionali Riuniti, 2011), dove racconta anche l'incontro con alcuni raccoglitori di pomodori di Borgo Rignano (Foggia): «Nel ghetto non ci sono servizi igienici. Tutto avviene all'aria aperta, tra l'erba bruciata e la terra polverosa. Gli uomini diventano bestie». Insomma, nonostante il viaggio e i soldi pagati alle organizzazioni - confessa un migrante a Storni - «senza un lavoro qui è peggio che vivere in Africa».
Il business del sesso
Oltre ad avere messo le mani sullo sfruttamento dei lavoratori migranti, queste multinazionali del crimine si sono accaparrate gran parte del mercato della prostituzione. Secondo il recente rapporto della fondazione Scelles, nel mondo si prostituiscono 40-42 milioni di persone, di cui tre quarti di età compresa tra i 13 e i 25 anni. E nella sola Europa occidentale la cifra è di 1-2 milioni di persone coinvolte, di cui nove su dieci alle dipendenze di un protettore.
Nel nostro Paese si prostituiscono donne, uomini, minori di 60 diverse nazionalità e le italiane rappresentano circa il 10 per cento del totale. Un esercito di 19-70 mila vittime, a seconda della fonte (vedi anche l'inchiesta 'La fabbrica della lucciole' ). E nell'80 per cento dei casi si tratta di migranti legati a qualche forma di tratta o sfruttamento.
A proporsi ai clienti sulle strade italiane sono soprattutto nigeriane e donne dell'Est Europa, mentre al chiuso sono più numerose rumene, cinesi, sudamericane, marocchine e italiane. La prostituzione "indoor" rappresenta dal 30 al 70 per cento del totale e si consuma in saune, sale massaggio, discoteche, sale bingo e pub, che attrezzano sale riservate.
Un debito da 50 mila euro
Di solito le vittime vengono abbindolate da conoscenti nei Paesi d'origine. Oppure possono essere avvicinate da organizzazioni mascherate da agenzie di lavoro. In ogni caso, «il vero legame che lega la persona ai suoi sfruttatori è il debito molto alto che le donne contraggono quando decidono di partire (per una giovane nigeriana può arrivare fino a 50-70 mila euro) e che dovranno restituire pena la rivalsa sui parenti nel Paese di origine», scrive Da Pra Pocchiesa in 'Prostituzione, un mondo che attraversa il mondo' (Cittadella Editrice, 2011).
Per assicurarsi che il debito sarà saldato, i trafficanti fanno leva su tutto ciò che possono. E così le sudamericane e alcune rumene devono mettere un'ipoteca sulla casa, mentre le cinesi fanno garantire i genitori. Altre, soprattutto le nigeriane, sono sottoposte a riti vudù, capaci di creare «la convinzione che, se non manterranno le promesse fatte accadrà qualcosa di grave ai loro cari rimasti in patria o anche a loro stesse».
La contropartita
In cambio dei soldi, l'organizzazione criminale offre una sorta di "pacchetto all inclusive". Questo, spiega Da Pra Pocchiesa, prevede «il viaggio con un trasporto aereo oppure misto con pullman, traghetto, treno e tanti spostamenti a piedi, con accompagnatori che hanno il compito di far superare i posti di frontiera; l'ospitalità nei posti-tappa e i documenti ottenuti quasi sempre corrompendo funzionari di ambasciate e forze di polizia. All'arrivo, un posto dove andare, un telefono cellulare in dotazione, qualche vestito per "lavorare" e l'indirizzo di un avvocato».
In realtà, chi arriva dall'Africa spesso è costretto a percorrere molti chilometri nel deserto e a subire violenze di ogni tipo. E non è raro che queste donne finiscano per attraversare il mare su pericolosi gommoni. Le ragazze dell'Est, invece, sono vendute più e più volte durante il tragitto. «E l'ultima transazione avviene di solito in cantine di alberghi di Tirana o Valona, in Albania, dove si svolge una vera e propria tratta delle bianche, con le donne che vengono fatte sfilare per essere scelte e smistate verso luoghi sicuri e redditizi», spiega Da Pra Pocchiesa.
La vita in Italia
Una volta portate le vittime a destinazione, ai trafficanti interessa solo che siano il più "produttive" possibile, che obbediscano, che non creino problemi. Per ottenere questi risultati, innanzi tutto, vengono sequestrati i documenti. «L'obiettivo dell'organizzazione è far sì che non si fidino di nessuno e che pensino di essere in una situazione di illegalità insanabile», chiarisce la ricercatrice.
Anche se i trafficanti sono meno efferati di un tempo, perché vogliono che le donne continuino a ubbidire, sono previste ancora dure punizioni. Chi non lavora, chi non consegna i soldi o, peggio, chi cerca di fuggire, deve affrontare botte, cinghiate, immersioni in acqua gelida. Oltre alle frequenti minacce di ritorsioni sulla famiglia d'origine.
Chi si prostituisce in strada deve pagare anche il posto in cui stare. «Un pezzo di marciapiede, chiamato in gergo "joint", può costare alla donna fino a 500 euro al mese», dice Da Pra Pocchiesa. E «alcune vengono guardate a vista e sono impaurite al punto tale che sul posto di lavoro non parlano con nessuno, se non con i clienti, e quando tornano a casa non possono più uscire», mentre altre «hanno più libertà di movimento e si sentono quasi indipendenti perché in cambio di una percentuale più alta di guadagno l'organizzazione riesce a tenerle legate a sé senza temere denunce».
I bambini, merce preziosa
Un capitolo a parte riguarda i minori. Un bambino può essere usato per spacciare, per chiedere la carità o per soddisfare le perversioni di qualche ricco cliente. E accade persino che questi ragazzini, una volta arrivati in Italia, spariscano nel nulla nel giro di pochi giorni. Insomma, «sembra consolidarsi lo sfruttamento dei minori a scopo sessuale, ma anche di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro», come si legge nel dossier di Save the Children 'I piccoli schiavi invisibili'.
Secondo le Nazioni Unite, i minori vittime di tratta interna e internazionale nel mondo sono 1,2 milioni. E in Italia quelli sfruttati sessualmente sono 1.600-2.000. In particolare le vittime sono soprattutto «ragazzine provenienti dalla Romania (46 per cento) e dalla Nigeria (36 per cento), seguite da giovanissime albanesi (11 per cento) e del Nord Africa (7per cento )».
In questo mercato del sesso sono stati trascinati anche rom fra i 15 e i 18 anni di età, soprattutto a Roma e Napoli. «Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori, per poi prostituirsi durante la notte», scrivono i curatori del report. Che sottolineano pure che «accanto ai minori rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni».
E lo sfruttamento sessuale al chiuso è addirittura tre volte quello su strada. Un sistema studiato dalle organizzazioni criminali per rendere ancora più difficile l'individuazione delle vittime a chi prova ad aiutarle a uscire dal giro.
Ma i trafficanti di esseri umani hanno imparato a sfruttare questi ragazzini anche per lavorare. Oltre all'accattonaggio, imposto soprattutto ad adolescenti rom e provenienti per lo più dalla ex Jugoslavia e dalla Romania, ci sono altre attività molto richieste. «I ragazzi egiziani sono tra i più a rischio di sfruttamento lavorativo, in particolare nel settore orto-frutticolo, o di cadere vittime di organizzazioni criminali per essere sfruttati nello spaccio di sostanze stupefacenti», scrivono Save the Children e On the Road.
Piccoli fantasmi spariti nel nulla
Un altro inquietante aspetto della tratta dei minori è che molti ragazzini, una volta entrati in Italia e dopo essere stati inseriti nelle strutture d'accoglienza, spariscono letteralmente nel nulla. E da ogni forma di possibile protezione.
Non si tratta di voci di corridoio : la notizia, infatti, arriva direttamente dal soggetto attuatore per l'accoglienza dei minori non accompagnati del Nord Africa, Natale Forlani, che lo scorso 25 ottobre ha parlato alla bicamerale per l'Infanzia e l'adolescenza.
Riferendosi al periodo 1° gennaio-25 ottobre 2011 Forlani diceva che, dei 3.863 minori non accompagnati arrivati fino a quel momento, «835 si sono resi irreperibili». Spariti, appunto.
La trappola dei centri d'accoglienza
Alessandra Ballerini, avvocato specializzato in diritti umani e immigrazione, punta il dito contro le "strutture ponte", 24 centri aperti nel 2011 dove sono accolti ancora oggi molti minori non accompagnati. «Sono soluzioni provvisorie, dove i ragazzi non possono fare nulla: basti pensare che qui non viene neppure nominato un tutore e, di conseguenza, non è possibile chiedere per loro un permesso di soggiorno», dice. Inoltre, «in alcuni casi c'è il rischio che gli approfittatori si appostino nelle vicinanze di questi centri e non serve una grande organizzazione per portarsi via i minori o per sfruttarli».
La Ballerini spiega che ci sono mille complicazioni burocratiche per questi ragazzi. E così tanti rischiano di diventare maggiorenni prima di avere avuto la nomina del tutore, che è poi il solo a poter chiedere un permesso di soggiorno per loro. E in questo modo si ritrovano irregolari al compimento dei 18 anni.
Anche chi ottiene un permesso per minore età, del resto, rischia di non vederselo rinnovato, anche se ne avrebbe diritto. Capita spesso, infatti, che la struttura non faccia richiesta di un apposito parere al comitato per i minori, come invece impone di fare la legge. Una complicazione in più, che sembra fatta apposta per consegnare i giovani alla clandestinità. Con tutto quello che questo può significare, ancora una volta, per il ricco mercato del traffico degli esseri umani.