La guerra civile sta mettendo in ginocchio la gente. E un'iniziativa delle grandi potenze non è ancora in vista

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Potrebbe essere troppo tardi per salvare la Siria, ma è necessario più che mai salvare il suo popolo. Il brutale regime di Bashar al-Assad si è opposto in questi ultimi due anni a una soluzione politica di transizione lanciando così la Siria giù per la china di una devastante guerra civile. Il tessuto nazionale del Paese si è sgretolato e sul campo restano soltanto le sue componenti settarie ed etniche. Lo Stato ha perso il controllo del Paese, riducendosi al solo ruolo di milizia più forte. Come è già successo in passato ad altri paesi vicini della regione levantina, Libano e Iraq, la Siria si è sfaldata. Ci vorranno anni, se non decenni, perché ristabilisca l'unità nazionale o la sovranità dello Stato.

Nel frattempo, abbandonato dallo Stato, il popolo siriano è stato lasciato a se stesso, vessato dagli elementi radicali dell'opposizione, sfollato e pauperizzato dalla guerra e dal collasso dell'economia. Soprattutto, però, è stato negletto dalle potenze globali che hanno sede a Washington, Bruxelles, Mosca e Pechino.

LA RESPONSABILITÀ di proteggerlo resta un imperativo morale e un obbligo fondamentale della comunità internazionale. L'Occidente ha imposto delle sanzioni e preso in considerazione interventi militari – ai quali poi ha rinunciato – in assenza di un consenso internazionale. Mosca, da parte sua, ha continuato a sostenere il regime di Assad, il quale resiste con fermezza a che si associ la situazione siriana a precedenti interventi internazionali negli affari interni di Stati sovrani e sembra disposto a combattere fino all'ultimo siriano, visto che i russi rifuggono sempre di più il fronte nel suo Paese.

Anche così, né l'Occidente né l'Oriente possono sottrarsi alla responsabilità di salvare 22 milioni di uomini, donne e bambini dalla rovina del Paese. Oltre che morale la responsabilità è anche geopolitica, perché un crollo totale del Paese non può non avere un impatto sulla sicurezza regionale e globale. I combattimenti in Siria stanno già agitando le acque nelle altre aree della zona con condizioni analoghe. Le tensioni e il flusso in arrivo di rifugiati siriani stanno già minando la stabilità e la sicurezza in Libano, Giordania, Iraq e Turchia. Al-Qaeda sta sfruttando il caos in Siria come nuovo brodo di coltura per l'estremismo.

UN INTERVENTO MILITARE non è in vista. La speranza di una transizione politica guidata dal sempre più avvilito Lakhdar Brahimi è stata ripetutamente scartata da un regime che non perde occasione per ribadire che prima di considerare un negoziato intende distruggere l'opposizione. I paesi arabi, la Turchia e l'Occidente si sono schierati con i ribelli, mentre Iran, Iraq, gli Hezbollah, Russia e Cina stanno dalla parte del regime. Difatti, la guerra in Siria sta replicando in piccolo la prima guerra di portata mondiale dalla fine della guerra fredda più di due decenni fa. È ormai chiaro, inoltre, che nessuna delle due parti ha la possibilità di vincere nel breve periodo e che la Siria è condannata a una lunga e sanguinosa condizione di stallo che potrebbe prolungarsi per molti anni.

Non assumendo una posizione più ferma, vale a dire esercitando una reale pressione su Mosca o decidendo di schierarsi apertamente per un intervento, l'Occidente ha mostrato debolezza e confusione sul piano morale. Nel primo anno del conflitto, un intervento avrebbe potuto forzare la situazione verso una soluzione di transizione salvando la Siria dalla sorte attuale. Ora è probabilmente troppo tardi. La strada della transizione potrebbe essere definitivamente sbarrata. La sfida a questo punto è riuscire a salvare delle vite, fornire quell'aiuto umanitario di cui c'è urgente bisogno, attenuare le fiamme della guerra civile, lavorare con l'obiettivo di un accordo politico che ponga fine alla guerra e pianificare per l'immediato dopoguerra l'invio di truppe nel quadro di un'operazione di mantenimento della pace.

Giocando le carte della geopolitica sopra i cadaveri dei civili e le macerie di una nazione distrutta, l'Oriente – Mosca e Pechino – hanno mostrato di avere un livello morale ridotto ai minimi termini. Ciò dopo aver svolto un ruolo essenziale nel permettere che si arrivasse all'attuale olocausto. Occorrerebbe riuscire a costringerli sulla base di questa vergogna ad assumere un ruolo chiave nel gestirne le conseguenze e nell'aiutare i siriani a riemergere dalla carneficina.

Ora che le elezioni e la cerimonia d'insediamento di Obama sono superate e che il presidente Putin ha avuto la meglio sull'opposizione interna, i due leader hanno l'obbligo sedersi a un tavolo e affrontare il peggior fallimento della governance mondiale degli ultimi anni. Occorre che individuino un terreno comune nel quale possano trovare un posto sia l'opposizione sia certi elementi dell'attuale regime, e come generare quel tipo di pressione regionale e internazionale in grado di imporre la fine della guerra. È necessario che anche l'Europa e la Cina assumano un ruolo importante di sostegno a questa impresa.

L'AVER FALLITO finora nel trovare una soluzione per la situazione siriana non assolve la comunità internazionale dalla responsabilità morale. Le urla disperate degli sfollati, delle persone ridotte in povertà e dei civili morenti stanno sollecitando un'immediata azione internazionale concordata.

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