Periodicamente, il ministero dell’Ambiente sudafricano pubblica sul suo sito Internet il numero aggiornato dei rinoceronti trovati morti nei suoi parchi nazionali. Un bollettino di guerra, che dal 2007 a oggi, non accenna a fermarsi. L’ultimo, datato ottobre 2013, parla di 790 animali uccisi, più di due al giorno. Un numero che ha già superato i 668 dell’intero 2012: e mancano ancora due mesi alla fine dell’anno. Ciò significa che il 2013 sarà ricordato come l’anno nero per l’antico mammifero dal prezioso corno, il cui valore si aggira intorno ai 65 mila dollari al chilo, più dell’oro e del platino. In media, il corno di un rinoceronte bianco, il più comune nell’Africa sub-sahariana, pesa circa 6 chili. L’uccisione di un singolo animale, dunque, può valere fino a 400 mila dollari. Calcolando che ad oggi ne sono stati ammazzati 790, il giro d’affari del traffico dei corni di rinoceronte si aggira intorno ai 316 milioni di dollari.
Un mercato in continua ascesa che si sviluppa sull’asse Africa-Asia, non a caso due dei continenti con le principali economie emergenti. Se, infatti, la materia prima si trova in Sudafrica, la domanda viene soprattutto da Cina, Vietnam, Laos e Thailandia. Secondo la medicina tradizionale cinese, il cui ascendente è ancora forte soprattutto tra i nuovi ricchi, la sostanza di cui è composto il corno di rinoceronte avrebbe funzioni curative. Due grammi a dose sarebbero necessari per sconfiggere impotenza, influenza e addirittura alcuni tumori. Insomma una sorta di farmaco tuttofare, mai riconosciuto dalla medicina ufficiale, con un bacino di utenza ancora limitato, un milione di consumatori, a causa dei costi proibitivi, ma con un enorme potenziale di crescita.
La vendita di corna di rinoceronte è stata vietata nel 1977 dai paesi aderenti al Cites (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora), un accordo internazionale per la salvaguardia delle specie in via d’estinzione. Tra i membri, Cina, Sudafrica, Vietnam e Mozambico, che in anni diversi ne hanno bandito anche il traffico interno. Come nel caso delle zanne degli elefanti, la via proibizionistica non sembra aver funzionato, anzi ha incentivato il proliferare di un fiorente traffico illegale. Con la crescita economica del Sudafrica e il conseguente irrigidimento dei controlli negli scali portuali e aerei, le gang asiatiche, spesso le stesse connesse al traffico di droga o di esseri umani, si sono spostate nel vicino Mozambico, nuova frontiera della rotta illegale dei corni di rinoceronte.
Una volta atterrati a Maputo, i trafficanti si spostano qualche centinaio di chilometri a nord verso il confine con il Sudafrica e con il Kruger National Park, il principale santuario dei rinoceronti bianchi. In mezzo a villaggi martoriati dalla fame e dove sono ancora tangibili i postumi della guerra civile degli anni Ottanta, inizia la ricerca dei bracconieri che uccideranno i rinoceronti e consegneranno il prezioso corno alle gang asiatiche. Individuarli è facile, perché grazie ai loro introiti dovuti al bracconaggio, sono gli unici che si possono permettere case di cemento.
Si muovono a gruppi di tre, armati fino ai denti con AK 47, visori notturni, silenziatori e l’immancabile machete per sradicare il corno. Chi spara e abbatte l’animale guadagna intorno ai 40 mila euro, gli altri due, i “macellai”, come sono chiamati nell’ambiente, prendono 20 mila euro a testa.
I tranquilli villaggi di confine si iniziano ad animare verso il tramonto, quando un discreto numero di fuoristrada affolla le terrose strade dei villaggi. Alcuni hanno delle cassette di plastica colorata sul tettuccio. È un segnale in codice per i bracconieri, che grazie all’aiuto di corrotte guide locali, possono localizzare l’area dove sono stati avvistati i rinoceronti. Senza queste segnalazioni il loro lavoro sarebbe quasi impossibile dato che la zona di confine, dove viene ucciso il 72 per cento dei grandi mammiferi, è lunga circa 350 chilometri.
Gli appostamenti possono durare ore e solitamente, sfruttando la scarsa vista dei rinoceronti, gli attacchi avvengono durante la notte. Una volta sedati con un potente sonnifero chiamato M99, i cacciatori illegali hanno il tempo per tagliare il corno, lasciando così morire dissanguato il mammifero.
I “macellai” di rinoceronti agiscono quasi indisturbati, dato che la polizia locale non ha i mezzi e gli uomini da dislocare lungo il confine, mentre sul versante sudafricano i circa 600 uomini impiegati dal governo di Pretoria, sono mal equipaggiati e insufficienti per monitorare i 20 mila chilometri quadrati di parco. Secondo SANParks, l’autorità che coordina le riserve naturali sudafricane, ce ne vorrebbero altri 1.400, in modo tale che ogni guardia-parco controlli al massimo dieci chilometri quadrati. I militari, impegnati nella cosiddetta “Operazione Corona”, hanno delle regole d’ingaggio che, di fatto, autorizzano anche il conflitto a fuoco, tanto che dall’inizio dell’anno 21 bracconieri sono stati uccisi.
Nell’ultima finanziaria il governo sudafricano ha destinato 2 milioni di euro per l’implementazione di forze e mezzi al confine con il Mozambico. Troppo poco, soprattutto per l’acquisto di nuove tecnologie, tra cui dei piccoli droni, che permettono di monitorare le attività dei bracconieri e localizzarli in minor tempo, ma il cui costo si aggira intorno ai 20 mila dollari ciascuno.
Mentre il Mozambico ha i fari puntati della comunità internazionale e già il prossimo gennaio dovrà presentare al Cites risultati concreti sull’inasprimento delle sanzioni nei confronti dei cacciatori illegali, a Pretoria si sta seriamente considerando l’ipotesi di presentare alla commissione del Cites, che si riunirà solo nel 2016, una proposta di legalizzazione del commercio di corna di rinoceronte. Il progetto, se approvato, farebbe partire le operazioni per tagliare una parte del corno dei rinoceronti, che grazie alla sua composizione, simile a quelle delle unghie umane, ricrescerebbe a un ritmo di cinque centimetri all’anno.
Una scelta che fa discutere gli animalisti, ma che, secondo il governo sudafricano, avrebbe un duplice scopo: ridurre i prezzi sul mercato e rendere meno “attraenti” per i bracconieri i mammiferi con il corno in parte mozzato, salvando quindi la loro vita.
Come sempre nei traffici illegali è difficile quantificare la reale domanda, ma secondo Mary Rice, dell’Enviromental International Agency, un’organizzazione londinese che da anni investiga sul traffico illegale di animali, «la legalizzazione coprirebbe anche il traffico illegale», come tra l’altro già avvenuto con gli elefanti.
C’è poi un altro aspetto da tenere in considerazione: le licenze di caccia. Nonostante i tanti animali selvatici in via d’estinzione, in Sudafrica è ancora permessa la caccia, rinoceronti compresi. Negli anni, dietro la registrazione di licenze a scopi venatori si sono nascosti molti trafficanti, tra cui il thailandese Chumlong Lemtongthai, che è stato colto in flagrante mentre trasportava 26 corna di rinoceronte verso il Laos. Arrestato e processato è stato punito con una sentenza storica in materia: 40 anni di carcere. Nelle ultime settimane Pretoria ha irrigidito i controlli, trovando però ostacoli da parte dei proprietari privati di alcune riserve, che hanno comprato direttamente dal governo i permessi per la caccia al rinoceronte, che può rendere fino a 4 milioni di euro annui.
Ancora più sorprendente la posizione del Cites, che permette l’uccisione dei mammiferi come trofei venatori. Una soluzione sembra ancora lontana da trovare. Ciò che è certo è che due specie di rinoceronti asiatici, tra cui proprio quello della regione vietnamita di Java, sono già estinti. Se si continuerà di questo passo, nel 2026, le morti supereranno le nascite anche tra i rinoceronti bianchi sudafricani.