Più di mille i giornalisti uccisi dal 1992 a oggi, 80 solo in Messico (e 17 scomparsi), dove si denunciano criminalità e narcotraffico. Per questo consiglio di leggere e ascoltare Diego Osorno, proprio in questi giorni in Italia

Scrivere può essere molto pericoloso. Sono più di mille i giornalisti uccisi dal 1992 - anno in cui si è cominciato a contarli - per aver fatto il loro mestiere. Ci sono dinamiche criminali che non hanno confini, sono internazionali: si muore a Napoli come a Rio. Muore chi racconta a Nuevo Laredo come chi racconta in Guatemala. Muore chi racconta in Russia, in Cecenia, muore chi racconta in Iran. Muore chi racconta in Egitto, muore chi racconta in Tunisia. Muore chi racconta in Nigeria.

Si paga un prezzo elevato non solo in territori senza democrazia e senza diritti. Chi scrive, chi approfondisce, chi svela dinamiche, deve essere tolto di mezzo. Arrestato, diffamato, umiliato, allontanato dagli affetti, annientato agli occhi di chi era disposto a prestargli ascolto. Agli occhi di chi era sensibile a quanto stava denunciando. Spesso che tu scriva di criminalità organizzata o di mancanza di democrazia e libertà poco cambia: il potere ne è comunque infastidito. Il potere illegale e, talvolta, quello legale. Spesso chi scrive deve guardarsi le spalle da chi impugna pistole e allo stesso tempo da chi, simulando superficialità, mina l’autorevolezza di un’analisi.

Non si tratta di ritenere colluso o criminale chiunque rivolga critiche a chi si occupa di argomenti delicati, ma certo colpisce davvero pensare che ci sia chi scrive sostanzialmente per occupare uno spazio e chi per ogni singola parola rischia la credibilità, la tranquillità personale e quella della propria famiglia. Talvolta la vita. Uno dei paesi dove è più pericoloso scrivere e occuparsi di ciò che ti accade attorno, è il Messico. Negli ultimi 10 anni, in Messico sono stati uccisi più di 80 giornalisti e ne sono scomparsi 17. La maggior parte sono vittime della guerra alla droga, ma le cifre variano: spesso non si riesce a dimostrare il movente e quindi nemmeno che questi giornalisti siano stati effettivamente uccisi dalle organizzazioni criminali per ciò che hanno scritto o raccontato.

Una parola scritta in Messico ha un peso specifico diverso; trovare il coraggio di raccontare, lì, non è cosa scontata. In questi anni mi è capitato di avvicinarmi a molti lavori sul Messico e non sempre di autori messicani. Malcom Beith ha scritto “L’ultimo Narco”, un libro incredibile su Joaquin “El Chapo” Guzman, il capo del cartello di Sinaloa. “Forbes” inserisce nel 2009 El Chapo nella lista degli uomini più ricchi del mondo e al 41º posto nella lista degli uomini più potenti.

Ho conosciuto Beith qualche anno fa e mi ha colpito la sua aria scanzonata, nonostante le sue parole fossero macigni. Tempo dopo ho conosciuto Anabel Hernandez autrice di “Los señores del narco” libro fondamentale che denuncia come in Messico finanza, politica e apparati militari siano totalmente esposti allo strapotere dei cartelli della droga. E Lydia Cacho che in “Schiave del potere”, libro agghiacciante e necessario, racconta degli abusi che donne e bambini subiscono in Messico.

Ecco perché sono felice che in questi giorni arrivi in Italia Diego Osorno, scrittore messicano, che sabato 7 dicembre presenta alla Fiera nazionale della piccola e media editoria di Roma PiùLibriPiùLiberi il suo ultimo lavoro “Z-la guerra dei narcos”. Con lui, due delle migliori menti italiane, Goffredo Fofi e Alessandro Leogrande. Mi sento di consigliare questo incontro perché immaginare che tutto sia sempre distante da noi significa non essere in grado di vedere ciò che ci accade intorno. Conoscere il Messico, affrontare il Messico da una prospettiva a noi familiare, può essere l’unico modo per non abbassare mai la guardia.

Mi sento di consigliare questo incontro perché mi sento di consigliare vicinanza ai libri. In un momento in cui ognuno di noi si sente in crisi - crisi propria personale e crisi comune - i libri possono essere interlocutori con cui confrontarsi. Attraverso di loro scopriremo che altri hanno vissuto le nostre crisi e le hanno superate o ne sono stati sopraffatti. Attraverso loro scopriremo che forse esistono mezzi e prospettive per poterne uscire. Attraverso i libri, attraverso il confronto, troveremo soluzioni e speranza. Quella speranza che ora vediamo perduta.

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