Caro Luigi Zanda,
eh no, lei non può fare così, non può farmi questo. Non può istigarmi a iniziare questa lettera, per la seconda settimana consecutiva, con «lo sa? lei è pazzo». Non può. Un bel gioco è bello se dura poco, cercava di insegnarmi mia nonna. E poi, Laura Puppato nel Pd conta come il due di denari quando briscola è coppe (ormai siamo amici e posso dirlo senza tema di offenderla), e dunque lei certe affermazioni può permettersele. Ma, senatore Zanda, nel suo caso parliamo del capogruppo Pd al Senato, un ruolo quasi sacrale.
Ora lei, senatore, se ne esce, a freddo, con l'ineleggibilità di Berlusconi. Come se il governo Letta, che lei lealmente sostiene, non subisse quotidianamente abbastanza minacce e ricatti dal centrodestra.
Facciamo finta che siamo amici anche lei e io, senatore, amici di facebook naturalmente. Facciamo finta che stiamo facendo una chiacchieratina rilassata, in confidenza, diciamo a un tavolino di un bar davanti a una bella birretta.
Le chiederei: ma se n'è accorto adesso, dopo vent'anni, degli scandali, dei processi, dello stile di vita di Berlusconi? E le sembra questo il momento di tirar fuori l'ineleggibilità dell'ex-Premier proprio alla vigilia di una probabile o possibile interdizione dai pubblici uffici? Cosa che eliminerebbe definitivamente il problema dell'ineleggibilità, insieme a molte altre faccende. Non le chiederò cosa ha fatto e soprattutto dove è stato in questi anni. È vero, l'abbiamo vista per decenni, ormai, occuparsi di varia importantissima umanità più che di attività parlamentare - dal Giubileo al Gambero Rosso, dalla Rai (indimenticate ed eroiche le sue dimissioni dal Cda) alle Scuderie del Quirinale, dalla presidenza di Lottomatica alla Fondazione che tutela l'Oasi di Ninfa e il Castello di Sermoneta - ma lei è sempre stato qui tra noi (perfino vicepresidente di questo giornale, più vicino di così), non posso dunque credere si sia svegliato solo adesso, cappuccino cornetto e una sfogliatina a Repubblica per colazione.
Allora vorrei capire perché sta cercando - non che mi dispiacerebbe, sia chiaro - di far cadere questo governo che già se non cade domani sull'Imu è un miracolo. È come se - parlando da uno che guarda il Palazzo con interesse e attenzione, ma un po' da lontano, dalla propria finestra di casa - invece di una scissione per correnti, per vecchie e nuove appartenenze, storie, culture, il Pd stesse deflagrando, diciamolo meglio: stesse spaccandosi in due come la classica mela tra partito e gruppo parlamentare, tra governo e Camere.
Io non saprei spiegarmi diversamente la sua uscita sull'ineleggibilità, con tutto che lei è un avvocato, un procuratore legale e figlio di un celeberrimo capo della Polizia, e posso immaginare che cosucce come l'assalto dei parlamentari Pdl al Tribunale di Milano o la manifestazione di Brescia l'abbiano fatta uscire dai gangheri.
Non credo, però, alla fatidica goccia. Non credo affatto si tratti di questo. E non credo nemmeno a una vendetta dei prodiani (chi sono? dove sono? lei, senatore, per caso lo è?). Deve esserci dell'altro, molto altro. E proprio nel suo partito.
Mi piacerebbe me lo spiegasse.
Mi piacerebbe sapere cosa pensa di questa ipotesi curiosa: non più un Pd partito "di lotta e di governo", non più le correnti, non più giovani turchi contro vecchi zaristi (o zarini), ma una frattura - questa sì bella trasversale - fra gruppo parlamentare e partito. A me sembra che, per quanto misteriosa nelle origini come nelle conseguenze, questa ipotesi cominci ad acquistare una certa consistenza.
Ci spiega, senatore?