Politica
29 luglio, 2013

Gli scongiuri di Rosy Bindi

L'ex presidente del Pd profetizzò che sarebbe stato il Caimano a provocare la scissione del partito. E ora che siamo alla vigilia del pronunciamento della Cassazione sul processo Mediaset, cosa farà uno dei politici simbolo dell'antiberlusconismo?

Cara Rosy Bindi,

oggi, o scrivevo a Silvio Berlusconi o a lei.

È vero che Berlusconi non si vede mai in Parlamento, ed è possibile che da domani gli sarà proibito metterci piede indipendentemente dalla sua volontà, ma oggi è pur sempre ancora un senatore della Repubblica. Poteva dunque essere la mia ultima occasione di scrivergli nella sua qualità di onorevole (come da titolo di questa rubrica), ma alla fine ho deciso di scrivere a lei.

Perché quando penso a Berlusconi, io non posso fare a meno di pensare a lei. Sempre. (Mentre non è vero il reciproco, cioè posso pensare a lei anche senza pensare a Berlusconi). Tutti sanno che siamo alla vigilia di una svolta cruciale. Qualunque sia la sentenza della Corte di Cassazione, qualunque cosa faccia lui, al di là delle dichiarazioni sempre fanfaronesche, qualunque reazione avrà il suo partito, sarà svolta comunque, la prima vera svolta di questo nostro disgraziato ventennio.

Penso a lei, onorevole Bindi, perché ai miei occhi lei rappresenta il più coerente antiberlusconismo che esista in tutta la politica italiana, quell'antiberlusconismo che a me non solo sembra sacrosanto ma indispensabile, premessa etica e politica fondamentale non dico per ricostruire, che è una parolona, ma per provare a tirare un po' avanti.

Da posizioni di potere o no nel partito e nel governo, lei, cattolica convinta, non si è mai fatta rincitrullire da parole come "riconciliazione". Lei è stata salda, e in questo io non posso che ammirarla perché nel suo partito in particolare, il Pd, rimanere saldamente antiberlusconiani oggi, non cedere nemmeno di un millimetro, sa di eroico. Soprattutto rimanerlo per profonda convinzione, non per giochini di corrente o per meschino interesse tattico. Sono fermamente convinto di questo, esattamente come sono convinto che non ci siano altre ragioni personali in questa sua fermezza. Ragioni che pure lei avrebbe come nessuno e nessuna. Oggi, vigilia del fatidico 30 luglio 2013, voglio ricordare, perché temo troppi se ne siano dimenticati, che Berlusconi l'ha insultata ripetutamente più di qualunque altra donna. Attaccandola sulle sue fattezze fisiche, fino ad arrivare, nel corso di una visita ai terremotati dell'Aquila, prima del G8, alla famigerata "barzelletta" dell'orchidea (che non voglio ripetere) con tanto di bestemmia finale.

Metto la mano sul fuoco che tutto questo non ha influito sulla sua fermezza. Il punto è che lei sa - lo ha detto nell'ennesima tragica riunione del Pd alla fine della settimana scorsa - che sarà Berlusconi a provocare la scissione del Pd. Più Berlusconi, soprattutto in caso di condanna, di qualunque altra divisione: tattica, di potere o sui cosiddetti "temi sensibili". So che anche lei è fra coloro che pensano che questo governo non abbia alternative ma, a differenza di tutti gli altri che la pensano così, lei non è disposta a spappolare definitivamente il Pd sull'altare del governo, né su quello della Costituzione (lo ha ribadito ieri in un'intervista) né tantomeno su un'eventuale condanna del leader maximo del Pdl.

Lei ha detto: "Quando nacque il Pd finì un governo. Oggi non vorrei che sia nato un governo e finisca il Pd". Una frase pronunciata come uno scongiuro, rito estremo, esorcismo. Ma aveva il sapore della profezia, o della visione, come si ama dire oggi, più che della pre-visione dettata da un concreto timore.

Quindi siamo davvero alla vigilia di una grande scissione. Lei cosa farà? Pagherei per sapere, oggi, 29 luglio 2013, vigilia di un momento storico, cosa si è preparata a fare da domani.

L'edicola

Voglia di nucleare - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 28 marzo, è disponibile in edicola e in app