Caro Maurizio Lupi,
le scrivo dopo aver visto, insieme al Presidente Letta (Enrico) - io a casa mia lui a casa sua, s'intende - in diretta tv la manifestazione di qualche centinaio di italiani osannare un grande evasore fiscale, riconosciuto tale in via definitiva da tre gradi di giudizio.
Non l'ho vista, onorevole Lupi, né sotto né sopra quel palco, e questa è una buona notizia, una delle ragioni anzi per le quali scrivo a lei. Non l'ho vista e non mi aspettavo di vederla perché era stato proprio lei a comunicare ufficialmente che i ministri non avrebbero partecipato a questo bell'esempio di moralità pubblica. Credo che in questo caso, onorevole Lupi, non sia stato solo il megafono di decisioni prese da altri, ma l'artefice di questa scelta di cautela che le varie Erinni del suo partito avrebbero preferito di gran lunga non rispettare.
E devo dire che cautela, e forse addirittura un po' di consapevolezza e, udite udite, forse un barlume di preoccupazione l'avevo colta anche nelle sue parole e nei toni (da tutti riconosciuti così importanti) all'uscita da Palazzo Grazioli dopo l'annuncio della condanna. Lei continuava a ripetere, un po' frastornato: il Presidente Berlusconi ci ha raccomandato di non prendere decisioni avventate, di pensare al bene del Paese, di non prendere decisioni avventate.
Sembravano più parole sue, onorevole Lupi, parole difficili da tenere insieme agli stridii delle Santanché e delle Carfagna, e lei è parso improvvisamente il baluardo se non il simbolo della mitezza forzitaliana dopo il passaggio alla clandestinità dell'ex-buono, anzi buonissimo Bondi. La farò breve, perché abbiamo tutti caldo e siamo tutti molto stanchi, in senso lato. Lei mi è sembrato quello che più di tutti nel Pdl ha avvertito la sproporzione surreale di quanto stava accadendo e forse un principio di vergogna e la preoccupazione che le cose potessero sfuggire davvero di mano. Che si arrivasse al famoso punto di non ritorno, quando i danni sono fatti e anche i pentimenti più sinceri risultano ormai inutili.
Lei capirà che, anche volendo, non riesco a preoccuparmi delle sorti del Pdl. E nemmeno di quelle del governo del Grande Inciucio e del Grande Rinvio. Ma delle sorti del Paese, cui anche lei fa cenno, sì, di quelle mi preoccupo.
Non so quanto lei possa contro le Erinni scatenate e gli Alfani, non so per quanto le lasceranno ancora questo ruolo di pompiere, come si sarebbe detto all'epoca della Dc, bei tempi. Ma finché le daranno un minimo di corda (niente battute sugli impiccati, per favore) provi a ricordare a se stesso e a loro che se si vuole il bene di un Paese in generale, ma di questo in modo particolare, e oggi più di ieri, la frode fiscale è l'ultima cosa che bisognerebbe fare e additare all'esempio.
Mi basterebbe. Sarà l'afa, cosa vuole che le dica. Se lei riuscisse a infilare una frase su questo, anche solo per sbaglio, in una dichiarazione, in un tweet, tra una scemenza e l'altra in tv, be', guardi, potrei perdonarle di essere un fedelissimo di Comunione & Liberazione. Di più. Potrei perdonarle di aver scritto la propria autobiografia. Insomma Le perdoniamo tutto. A patto che, tra tanti lupi travestiti da agnelli, lei continui a essere un agnello travestito da Lupi.