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Attualità
gennaio, 2014

Angiola Armellini, vita e opere di Lady No Tax

Di famiglia palazzinara, passata dai salotti romani alle fiduciarie estere, ecco la donna che ha gestito 1.243 immobili senza curarsi del fisco, accumulando nel 2008-09 un contenzioso da 3,6 milioni di euro per l’Ici non pagata al Comune di Roma

Trentacinque anni sono passati invano. La coazione a evadere è rimasta irresistibile attraverso le generazioni. Scudi, condoni e assoluzioni in tribunale per il rotto della cuffia non sono bastati a convincere Angiola Armellini, figlia del costruttore Renato, che i tempi sono cambiati, che il piatto dell’erario piange a dirotto e che le grandi feste del generone romano sono una coperta corta rispetto al “mors tua vita mea” dello Stato contro gli imprenditori con salotto in Italia, residenza a Montecarlo e trust sparsi per il Mar dei Caraibi.

Bella, elegante e così coraggiosa da mettere in fuga i rapitori che volevano trascinarla, adolescente, a fare la stessa villeggiatura in Aspromonte subìta per nove mesi dal padre, Angiola ha passato una vita a tentare di emendarsi da un’origine palazzinara senza però rinnegare la sostanza dei metodi paterni. Ha sposato un finanziere poliglotta, Alessandro Mei, conosciuto sullo yacht dell’armatore Manfredi Lefebvre d’Ovidio e provvisto di quel titolo di ingegnere che il geometra Renato Armellini pretendeva ad honorem dopo avere riempito Roma di case ultrapopolari.

Ha poi tenuto banco, quando viveva all’Eur e risiedeva nel principato di Monaco, nelle serate della Roma veltroniana con un occhio alla sinistra e il cuore fedele al democristianesimo di rito andreottiano-sbardelliano che ha fatto le fortune della famiglia del vecchio capomastro emigrato a Roma dalle Marche. Nei primi anni del Duemila ha vissuto una relazione con Bruno Tabacci quando il politico mantovano aveva stabile organizzazione nel centrodestra. Il Ccd e poi l’Udc guidati da Pier Ferdinando Casini tenevano le loro convention all’hotel Aran di Angiola all’Eur. Anche se lei, come ricorda chi le organizzava, «ci faceva pagare sempre».

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Non un carattere semplice, Angiola. Il matrimonio è finito in pochi anni con l’ex marito che denunciò ottimi amici della famiglia di lei come Giovanni Acampora, l’avvocato della tangente Imi-Sir, il commercialista Sergio Melpignano, il giudice Antonio Pelaggi, tutti arrestati nel 1996 per uno dei vari scandali fiscali di famiglia insieme allo stesso Mei.

La vicenda del divorzio è stata accompagnata da una faida che, per un lungo periodo, ha turbato i rapporti familiari. La spartizione dell’eredità del padre, morto di infarto in spiaggia a Porto Santo Stefano venti estati fa dopo una vita come Steve McQueen, è costata liti in tribunale fra Angiola, la madre Laura Romaldini e le sorelle Francesca e Alessandra, difesa da Stefano Previti figlio dell’ex ministro Cesare. Nel 1994, l’anno successivo alla morte del patriarca Renato, un testimone dell’epoca ricorda una riunione nello studio dell’avvocato di Angiola, Alba Torrese, conclusa con uno scontro fisico fra la sorella maggiore, che oggi ha 55 anni, e Francesca Armellini, nata nel 1964.

Tra le frequentazioni interrotte in modo tempestoso, c’è quella con Berta Spallone, moglie del neurochirurgo Aldo e nipote acquisita del medico di Palmiro Togliatti. E con Tabacci - ipse dixit - tutto è finito sei anni fa quando ormai la signora Armellini si era spostata dall’Eur in centro, nel palazzo rinascimentale di via Banco del Santo Spirito, abbandonando quasi del tutto la mondanità. Ma non gli affari.

Gli ultimi tre anni sono stati un inseguimento continuo aperto nel 2009 dalla Guardia di finanza e dall’Agenzia delle entrate contro i finti residenti all’estero, a Montecarlo in particolare. Da lì in poi è stato un crescendo terminato dieci giorni fa con una conferenza stampa dei finanzieri della tributaria di Roma e una notorietà che la signora avrebbe volentieri evitato.

Eppure sul pasticciaccio tributario di Angiola Armellini è meglio disilludere da subito l’opinione pubblica, infiammata dai fantomatici 2 miliardi di evasione palazzinara. La primogenita di Renato se la caverà con una sanzione di qualche milione di euro. Sei, se le va male. Dieci, se il negoziato con l’Agenzia delle entrate finirà in un disastro.

In sede penale, dove il pm di Roma Paolo Ielo procede per associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale, i tempi saranno molto più lunghi. Qui il pronostico è impossibile e il riserbo degli inquirenti totale. Nessun nome di società. Nessun nome dei professionisti italiani e stranieri che hanno affiancato Angiola Armellini nella costruzione di un’architettura barocca, e ormai superata dalle contromisure della legislazione recente, che spaziava da Panama alle Bahamas, dalle Isole Vergini Britanniche alla Nuova Zelanda.

“L’Espresso” può però rivelare che la mente del comparto lussemburghese è Jean Faber, noto per le sue traversie nelle vecchie vicende Enimont, fiduciario, amministratore e revisore particolarmente apprezzato dalla clientela italiana in vena di escursionismo societario. È lui che, fino allo scorso dicembre, ha gestito le holding estere di Angiola Armellini. Ed è sempre la sua Fiduciaire Faber, con sede in boulevard Roosevelt 15 nella capitale del Granducato, ad amministrare il patrimonio di Francesca e Alessandra Armellini, sorelle minori di Angiola.

Per lo più, le Armellini avevano holding con stabile organizzazione in Italia. In parole povere, pagavano le tasse secondo la normativa fiscale italiana. Alessandra è la più defilata dagli affari e la più nota per la cessione di immobili in uso gratuito a onlus o alla chiesa valdese. Francesca è l’imprenditrice, con 350 dipendenti e un’azienda, la Gse Aeronautica, con sede legale a Roma e fabbrica a Brindisi. Angiola ha un profilo da immobiliarista. Ma l’imprinting, quello che i finanzieri chiamano esterovestizione delle attività, è un’eredità paterna.

Anche in questo Angiola è l’erede che meglio ha ricalcato le orme di Renato. Le sue Lemon Green, Mhm, Chameron, Chabron con le varie controllate amministrate da Faber e dal suo socio di studio Didier Kirsch, erano sostanzialmente in regola. Ma nel mosaico c’erano due tasselli (le finanziarie Grand Baie e Sorol) che invece hanno approfittato per anni delle facilitazioni tributarie del Granducato. Grand Baie e Sorol hanno attirato l’attenzione di magistrati e finanzieri, partiti su binari diversi per arrivare a una conclusione simile, anche se fra la Procura e la Guardia di finanza c’è stato quanto meno qualche problema di comunicazione e di coordinamento.

Nel marzo del 2013 la Procura è partita dall’arresto per bancarotta fraudolenta, 17 anni dopo il primo, proprio di Alessandro Mei, ex marito di Angiola e padre dei suoi due figli Andrea e Federico, entrambi con cittadinanza statunitense. Il più grande, Andrea, è stato inserito dalla madre fra i soci di una delle holding al momento del grande rimpatrio delle scatole lussemburghesi in Italia nella seconda metà del 2013, svolto quasi in parallelo con la sorella Francesca che si è decisa a reinsediare le società in Italia qualche mese prima.

In questo dedalo di società, Angiola Armellini figurava come semplice consulente con un compenso di 200 mila euro l’anno. Sono tanti soldi per dare qualche suggerimento. Ma non sono molti per gestire a tempo pieno, come lei faceva, la sua quota dell’impero immobiliare paterno, concentrato nella zona sud-est di Roma (Eur, Tuscolano, Laurentino, Ostia) e quantificato in 1.243 unità compresi depositi, magazzini, scantinati e negozi.
A parte i tre alberghi Aran, la qualità delle proprietà è medio-bassa. Del resto, a metà degli anni Novanta, l’intero lascito immobiliare di Renato Armellini era stimato in 2 mila miliardi di lire, con 3.600 unità abitative e una cubatura di 90 mila metri. Ma era una valutazione approssimata per eccesso e a beneficio delle banche che avevano finanziato la crescita del gruppo di famiglia. Le case Armellini erano già cariche di ipoteche. Spesso erano concesse in usufrutto al Comune di Roma e girate in affitto agevolato agli sfollati da quartieri come la Montagnola, rasi al suolo per realizzare edifici signorili. A volte, erano palazzi costruiti nel più completo abusivismo, come la lottizzazione dei terreni a Pomezia realizzata in assenza di permessi o come l’edificio di nove piani in via Mantegna di cui fu decretata la demolizione e dove oggi sorge il lussuoso hotel Aran affittato in passato a Tabacci, Casini e congressisti vari.

Anche se, in larga parte, il tesoro di Renato Armellini è fatto di beni che hanno una valutazione immobiliare teorica ma nessun mercato reale, come l’ex “Bronx” di via Fasan sul lungomare di Ostia, Angiola ha difeso strenuamente l’eredità paterna, fossero hotel a quattro stelle o le “case di ricotta” denunciate dai cronisti de “l’Unità” negli anni Settanta. Chi dice che con le stamberghe non si fanno soldi?

Soltanto nel 2008 e nel 2009 Angiola Armellini ha accumulato un contenzioso con il Comune per il mancato pagamento di Ici da 3,6 milioni di euro. L’amministrazione del Campidoglio aveva avviato la manovra di recupero ma ogni volta andava a sbattere contro una lussemburghese diversa. Non solo. Angiola Armellini ha a sua volta replicato con una richiesta di aggiornare da 4 a 11,5 milioni di euro il canone che il Comune versa agli Armellini dagli anni Settanta proprio per gli appartamenti di via Fasan a Ostia. La giunta Alemanno le aveva dato ragione con una delibera prefestiva a ridosso del Capodanno 2013. Purtroppo mancava la copertura finanziaria e il robusto ritocco non è andato a buon fine.

Adesso bisognerà pagare. Poco male. Tre o dieci milioni, non sarà questa la fine dell’impero Armellini. L’erario, coi grandi, è bonario.

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