Il Governo Renzi ha deciso di inserire tra i beneficiari dei fondi statali raccolti con la dichiarazione dei redditi anche le scuole del Fondo edifici di culto. Peccato che tra le oltre 750 proprietà c’è un solo edificio scolastico e quando era capo l’ex prefetto Francesco La Motta ha fatto sparire 10 milioni di euro
Primo atto: giugno di un anno fa.
L’ex prefetto Francesco La Motta viene arrestato per i soldi soffiati al Viminale e scomparsi in Svizzera. La Motta è stato direttore del Fondo edifici di culto (Fec) del Ministero dell’Interno per un triennio e durante il suo mandato sarebbero spariti nel nulla circa 10 milioni di euro, transitati su conti esteri.
Secondo atto: ottobre 2014. Nel decreto attuativo con cui il Governo Renzi modifica il regolamento delle quote dell’otto per mille
spuntano come beneficiari anche gli immobili destinati ad uso scolastico di proprietà del Fec.
O meglio l’immobile, perché è uno solo, a spulciare l’elenco dall’enorme patrimonio: oltre settecento chiese e conventi (tra i gioielli in gestione Santa Maria del Popolo a Roma, Santa Chiara a Napoli, Santa Croce a Firenze) e poi caserme, un castello, centinaia di unità immobiliari, fondi rustici, cascine, boschi e perfino foreste. E solo un’unica, singola scuola, ospitata nell’Abbazia di San Martino delle scale a Monreale, nel Palermitano.
IL PREFETTO E IL GIRO DI SOLDIIl funzionamento del fondo (creato dallo Stato dopo la soppressione degli enti ecclesiali nell’ottocento) è semplice: le entrate sono i proventi derivanti dallo sfruttamento degli edifici, mentre le uscite sono le risorse investite nella loro conservazione.
Forse fin troppo semplice, perché in effetti buona parte di questi immobili vengono concessi in uso gratuito per esigenze di culto, quindi le entrate sono nettamente inferiori a quelle che ci si potrebbe aspettare. Un giro d’affari da milioni di euro che per il prefetto Francesco La Motta la nomina a capo della Direzione centrale per l’amministrazione del Fondo si trasforma in un vero e proprio bingo: s
econdo i magistrati riesce a dirottare 10 milioni di euro su conti esteri.A scoprirlo la Procura di Roma che lo arresta con l’accusa di peculato e falsità ideologica insieme a Rocco Zullino, broker di Lugano e collaboratore di Eduardo Tartaglia, a sua volta parente di La Motta e broker napoletano che avrebbe riciclato anche i soldi di camorra e di grandi evasori fiscali.
Il gruppo si è fatto aiutare dall'ex banchiere Klaus George Beherend per preparare i piani di investimento che fregavano il Viminale. Gli arrestati, secondo l’inchiesta, si erano adoperati per dissuadere gli amministratori a chiudere il conto aperto alla banca svizzera Hottinger per «timore che si scoprissero i milionari ammanchi».
Per tenersi buoni i consiglieri d’amministrazione del Fondo (dove siedono anche tre componenti designati dalla Conferenza episcopale italiana, un terzo del totale dei consiglieri) per le feste si spedivano regali e biglietti di auguri che avevano lo scopo di “ingraziarseli” e “dissuaderli dall’iniziativa di chiudere il conto”. Nessuno era escluso dai regalini,
persino i potenti della Rai ricevevano omaggi da La Motta.
Tutto a carico dello Stato e senza che nessuno obiettasse nulla. Nel testo dell'ordinanza, firmata da gip di Roma Massimo Di Lauro vengono, sollevati i dubbi di complicità:«È del tutto probabile che vi siano state collusioni con altri pubblici ufficiali organici al Fec essendo del tutto inverosimile che nessuno si sia accorto di nulla per svariati anni».
I DUBBI DEI CINQUE STELLEL’inchiesta è ancora aperta ma passati 15 mesi ecco che il famigerato Fec rispunta come beneficiario delle quote che gli italiani destinano ad opere di bene, nel nuovo regolamento con cui si dovranno assegnare le quote.
A denunciarlo è Francesco Cariello, deputato del Movimento 5 stelle, che spiega all’Espresso:«La mia sensazione è che attraverso questa modifica si è voluto creare nella norma una corsia preferenziale, creando non pochi imbarazzi ai commissari che dovranno decidere a chi assegnare le risorse».
Il Fec diventa così un ente segnalato. «Io mi metto nei panni di un commissario - continua Cariello - che, nello scegliere le più meritevoli tra le moltissime richieste di finanziamento che arriveranno, di quel fondo avrà molta considerazione, non potendo non notare che il Fec è l’unico ente espressamente citato nella norma e che potrà far richiesta per due diverse categorie, sia per i beni artistici, che per le scuole».
La norma è arrivata già scritta per volontà di Palazzo Chigi, con la difesa della scelta portata avanti dai funzionari governativi che nelle sedute della commissione bilancio «ripetevano come un disco rotto» che bisognava citare espressamente il Fondo, per non correre il rischio di escludere quell’unica scuola.
A questo dubbi se ne aggiungono altri per Cariello: «Nel Pd non si è opposto nessuno anche perché sostengono giustamente che il Fec è pubblico. Io ho provato a far notare che è vero che fa capo al ministero dell'Interno, ma è vero anche che la stragrande maggioranza dei suoi beni sono destinati ad uso privato, della Chiesa. Ho anche proposto di chiedere un parere giuridico per definire meglio il Fondo, ma il parere non è stato chiesto e si è andati dritti per la strada segnata».
IL VATICANO PIGLIATUTTOL’approvazione definitiva del codicillo voluto dal Governo ora passa al Senato.
Anche Raffaele Carcano, segretario dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, ha criticato la scelta: «Non sorprende che, ancora una volta, le istituzioni prendano posizioni che collidono con la laicità dello Stato attraverso mezzi arcaici come l'uso di oscuri commi all'interno di decreti attuativi».
Ogni anno, in effetti, un fiume di denaro pubblico esce dalla casse dello Stato con il meccanismo dell’8 per mille:
principale beneficiaria è la Chiesa cattolica che con il 37 per cento delle firme si aggiudica l’82 per cento dei fondi, in virtù del meccanismo per cui le quote non espresse – quelle che non vengono destinate, perché il contribuente non firma né per lo Stato né per una delle confessioni religiose – sono comunque ripartite in proporzione alle firme ottenute.
Non solo: in passato anche una parte consistente di questo tesoretto destinato allo Stato è finito, di fatto, nelle casse del Vaticano, perché utilizzato per il restauro di chiese ed immobili ecclesiastici (alla voce «beni culturali») oppure devoluto ad associazioni e organizzazioni non governative di stampo cattolico impegnate in interventi per la fame del mondo o per i rifugiati.
Con l’arrivo di Matteo Renzi al Governo gli stanziamenti sono stati quasi azzerati: lo scorso marzo
Palazzo Chigi decide di deviare l’importo raccolto nelle dichiarazioni dei redditi del 2013 e dirottarlo ad altre finalità (in particolare come “fondo di riserva” per il bilancio generale dello Stato) lasciando solo le briciole.
Su 170 milioni solo poco più di 400mila euro per quattro progetti di fame nel mondo tra Etiopia, Eritrea e Burkina Faso. Ora si cerca di recuperare inserendo i beni della chiesa tra i beneficiari del prossimo 8 per mille?