
«Il paradosso è che nonostante questi accordi siano stati ormai resi pubblici, Jean-Claude Juncker, che è stato primo ministro lussemburghese per 18 anni, è rimasto presidente della Commissione europea. Invece io rischio di finire in prigione», racconta Deltour. Il giovane francese lavorava alla PricewaterhouseCoopers, meglio nota come Pwc, una delle regine globali della consulenza finanziaria: con Ernst & Young, Kpmg e Deloitte si spartisce un mercato che l’anno scorso valeva 120 miliardi di dollari. Prima di licenziarsi, nel 2010, l’ex “senior auditor” della Pwc ha scaricato sul suo computer migliaia di documenti sui “tax rulings”, gli accordi fiscali stretti tra il governo di Juncker e 340 multinazionali.
Pubblicati un anno fa in maniera congiunta da alcuni giornali internazionali, e in Italia da “l’Espresso”, i documenti hanno dimostrato come il Lussemburgo sia riuscito nel tempo a diventare il paradiso fiscale preferito dalle più famose multinazionali. Un successo ottenuto attirando le grandi imprese attraverso imposte bassissime. Che hanno fatto perdere, al contempo, miliardi di euro di entrate fiscali ai governi delle nazioni in cui queste multinazionali operavano prevalentemente.
A dicembre 2014 Deltour è finito sotto processo in Lussemburgo: rischia un massimo di cinque anni di carcere e una multa da 1,2 milioni di euro. Al telefono, l’uomo che ha smascherato i trucchi della grande elusione fiscale ha la voce sottile e il tono fermo. Parla un inglese fluente, con un marcato accento francese. Pondera le risposte, aspetta sempre qualche secondo prima di parlare. Ribatte immediatamente solo quando gli si chiede se ne è valsa la pena.
«È STATO UN ATTO DI GIUSTIZIA FISCALE»
«Se tornassi indietro? Lo rifarei sicuramente», dice, «il mio è stato un atto di giustizia fiscale: i “tax rulings” fatti dal Lussemburgo hanno sottratto risorse fiscali ad altre nazioni, alcune delle quali hanno poi subito politiche d’austerità, e sono stati concessi solo ad alcune aziende, quelle grandi, mentre quelle piccole sono costrette a pagare pienamente le tasse». Deltour oggi vive a Epinal, una cittadina nel nord est della Francia, e lavora a Nancy, nella pubblica amministrazione, a due ore di macchina dal Lussemburgo. Sul suo attuale impiego non aggiunge altro. La Francia lo ha protetto offrendogli un lavoro, il Granducato ha fatto di tutto per non farlo diventare un caso mediatico. Niente a che vedere con i casi di Snowden e Manning, i whistleblower che hanno messo in imbarazzo il governo degli Stati Uniti, additati da Washington come traditori della patria e costretti al carcere (Manning) o all’esilio (Snowden). Deltour finora ha tenuto un profilo basso. Poche parole con la stampa, qualche conferenza in giro per il mondo, un comitato che lo sostiene sul Web a cui partecipa tra l’altro l’economista Thomas Piketty. «Ero consapevole dei rischi», ammette, «anche se non pensavo di arrivare a rischiare cinque anni di prigione».
Il Parlamento dell’Ue lo ha appena nominato cittadino europeo dell’anno, ma al di là dell’atto simbolico qualcosa è successo davvero da quando l’allora ventiquattrenne francese ha copiato dai computer della sua ex azienda i file dei “tax rulings”. La conseguenza l’hanno sentita per ora Fiat e Starbucks. A fine ottobre le due multinazionali sono state punite dalla Commissione europea con sanzioni da oltre 20 milioni di euro. Motivo? I “tax rulings” firmati rispettivamente con i governi di Lussemburgo e Olanda avevano lo «scopo di ridurre artificiosamente l’onere fiscale», ha spiegato la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, che ha definito questi accordi «aiuti di Stato». Deltour ricorda che «è stata la stessa Vestaeger a dire che i files di LuxLeaks sono stati usati nell’inchiesta su Fiat e Starbucks, e anche su quelle che ora riguardano Apple e Amazon. La cosa strana», aggiunge Deltour, «è che i proventi delle sanzioni andranno nelle casse del Lussemburgo e dell’Olanda, gli stessi Paesi responsabili per le violazioni, non in quelle delle nazioni in cui queste società hanno effettivamente fatto quei profitti».
240 MILIARDI DI TASSE ELUSE
Dopo LuxLeaks, la Commissione europea ha pubblicato alcune proposte per riformare il sistema fiscale. Il progetto che dovrebbe però cambiare radicalmente le cose si chiama Beps. È un piano d’azione basato su 15 punti e scritto dall’Ocse, l’organizzazione che raccoglie le maggiori economie avanzate. Il documento prevede, tra l’altro, che gli Stati si scambino automaticamente informazioni sui “tax rulings”, e che ogni multinazionale con un fatturato annuo superiore ai 750 milioni di dollari presenti un documento con i risultati principali raggiunti in ogni Paese in cui opera (il “country by country reporting”). La riforma, dicono all’Ocse, se recepita dagli Stati abbatterà di molto l’elusione, oggi stimata dagli stessi economisti dell’organizzazione parigina tra i 100 e i 240 miliardi di euro all’anno.
Il progetto Beps è davvero, come sostiene l’Ocse, rivoluzionario? Deltour risponde che «è certamente un passo in avanti, ma non sufficiente per cambiare radicalmente le cose». E punta il dito sui grandi consulenti fiscali: «La riforma», spiega, «mantiene in piedi un sistema fiscale molto complesso, comprensibile solo da pochissimi esperti. Sono sempre le stesse società che finora hanno condotto il gioco: Pwc, Deloitte, Ernst & Young, Kpmg. Questi gruppi fanno da consulenti sia ai governi che alle multinazionali a caccia di buchi nella legge per risparmiare sulle tasse. Questo è il grande problema, e la riforma Ocse non lo risolve». Qualche merito, al progetto, Deltour lo attribuisce. «Lo scambio di informazioni fra i vari Stati sui “tax rulings” e sui “country by country reporting” sono novità positive. Esistono però anche limiti evidenti. Il fatto, ad esempio, che il “country by country reporting” valga solo per le multinazionali con un fatturato superiore a 750 milioni, tetto che ne lascia fuori nove su dieci. O l’impossibilità per il pubblico di avere queste informazioni, che saranno note unicamente alle autorità dei singoli Paesi: una scelta sbagliata, perché solo con la conoscenza pubblica si può creare pressione su governi e multinazionali per una maggiore giustizia fiscale».
Una soluzione per fermare l’elusione Deltour ce l’ha, anche se ammette che realizzarla è molto difficile. «L’unica via veramente efficace è la creazione di un’unione fiscale europea, se non addirittura globale. Lo stesso Juncker ha detto che 22 dei 28 Paesi europei usano i “tax rulings”. È vero, è così. Bisogna aggiungere che un patto fiscale in sé non ha niente di sbagliato, è un accordo attraverso cui uno Stato fornisce ad una società i parametri legali attraverso cui questa verrà tassata. Il problema è quando diventa un modo per permettere all’azienda di evadere le tasse. Io credo che questo tipo di cose avvenga ancora oggi in tutta Europa e il motivo è semplice: siamo in una situazione di competizione fiscale. Finché non verranno armonizzate le imposte, almeno all’interno dell’Unione europea, le aziende continueranno a spostare i profitti dove sono meno tassati».