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Shale oil, il petrolio Usa non andrà in crisi

fracking, energia, petrolio, shale
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I produttori Opec sperano che il sistema di estrazione inizi a perdere colpi. Ma si sbagliano. Perché non considerano ?i grandi progressi delle tecnologie

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Da anni si continuano a leggere verdetti funesti sulla produzione statunitense di petrolio e gas “shale”, estratto cioè da quelle formazioni non convenzionali di sottosuolo che hanno garantito all’America un’inattesa rinascita energetica. Secondo quei verdetti, gli idrocarburi shale avrebbero avuto vita breve perché la loro dimensione era stata gonfiata artificiosamente e i loro costi erano troppo alti per poterne recuperare volumi significativi.

IL RECENTE COLLASSO DEI PREZZI del petrolio ha fornito un nuovo spunto a questa narrativa, condivisa anche dai paesi dell’Opec, a partire dall’Arabia Saudita. Eppure così non è stato, e difficilmente sarà.

La crescita produttiva degli Stati Uniti è continuata anche a gennaio e febbraio, sorprendendo tutti o quasi. In realtà, vi sono almeno cinque motivi che consentono ai produttori americani di battere le previsioni funeree.

Anzitutto, le società petrolifere stanno concentrando le loro operazioni sulle aree più produttive dei giacimenti in cui operano, aree che consentono un profitto anche a prezzi del greggio inferiori ai 35 dollari a barile. Questo spiega perché, per esempio, l’estrazione di petrolio ha continuato a aumentare anche in aree molto critiche, come il Nord Dakota. In questo Stato, epicentro iniziale della rivoluzione del greggio shale, a dicembre il prezzo medio di vendita di un barile di oro nero è stato di poco superiore ai 40 dollari, mentre a gennaio è sceso addirittura a 31: un livello assai inferiore a quello vigente sul mercato americano e internazionale dovuto a problemi irrisolti di trasporto, tanto che gran parte del greggio è evacuato via treno per mancanza di oleodotti. Nondimeno, la produzione del Nord Dakota già a dicembre aveva superato il record storico di 1,2 milioni di barili al giorno, e poi è cresciuta ancora.

In secondo luogo, le soglie di redditività (break-even) di oggi sono destinate a scendere ancora. A spingerle sempre più in basso sono stati i continui miglioramenti di conoscenza delle formazioni shale e delle tecnologie per sfruttarle, che hanno consentito riduzioni dei costi di oltre il 10 percento annuo a fronte di un enorme aumento della produttività dei singoli pozzi, cresciuta in sei anni di quattro-sei volte a seconda dei giacimenti. Nel corso del 2015, gli effetti di questi due fattori si faranno ancora sentire.

IN PARTICOLARE, L’ADOZIONE su larga scala del “multi-well pad drilling”, una tecnologia che rende possibile perforare un numero multiplo di pozzi da una sola postazione (una sorta di piovra con la testa in superficie e tentacoli che penetrano sottoterra in più direzioni) abbasserà ulteriormente i costi. Allo stesso tempo, i produttori stanno studiando e sperimentando sia pozzi più ravvicinati, per sfruttare in modo più intensivo i giacimenti, sia il “re-fracking”, cioè la “ri-fratturazione” idraulica di pozzi già fratturati - un’operazione che permetterà a questi ultimi di aumentare la produzione (anche del 100 per cento) a costi molto ridotti.

Infine, il settore shale beneficerà del drastico calo dei costi di perforazione, fratturazione, e messa in produzione dei pozzi, dovuto ai forti sconti praticati dalle società che svolgono quelle attività per conto delle compagnie petrolifere: sconti necessari per sopravvivere in un’era in cui le commesse stanno cadendo.

Ridimensionare la produzione di petrolio shale statunitense, pertanto, si rivelerà un osso molto più duro del previsto. Anche per un quinto motivo.

LE DINAMICHE DELLO SHALE sovvertono i principi tipici della produzione convenzionale di petrolio (e gas). Quest’ultima richiede anni e anni di esplorazione e sviluppo prima di arrivare sul mercato, e altri anni prima di raggiungere il livello massimo. Al contrario, un pozzo shale entra in produzione in poche settimane, raggiungendo subito il picco produttivo; poi declina verticalmente, rendendo necessaria la perforazione continua di altri pozzi.

Le implicazioni di questa differenza sono enormi, perché comportano un avvio al mercato quasi immediato della produzione, ma anche la possibilità di “spengere” e “accendere” tempestivamente nuove produzioni. In altri termini, se anche la produzione shale calasse a causa di prezzi del greggio troppo bassi, impiegherebbe pochissimo a riprendersi una volta che i prezzi tornassero a salire.

Certo, la caduta del petrolio trascinerà con sé fallimenti e crisi per le società petrolifere e un raffreddamento del credito loro concesso, rendendo più difficile una rapida ripresa della produzione nel futuro. Uno scenario possibile, ma poco probabile, come suggerisce quanto avvenuto nel settore dello shale gas. Dal 2010 in poi, la caduta dei prezzi del gas naturale negli Stati Uniti ha ucciso molti operatori che si erano eccessivamente indebitati, ma non ha impedito alle migliori società di prosperare e spingere la produzione a livelli impensabili, quadruplicandola. E anche adesso, con prezzi del gas ai minimi, continua a crescere, a dispetto di quanti l’avevano già data per morta anni orsono.

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