In moto nel tunnel  il re della coca torna libero

L’evasione incredibile e spettacolare del “Chapo”, boss dei boss messicano, secondo gli Stati Uniti ?“il criminale più pericoloso del mondo”

Tutto ciò che riguarda El Chapo è spettacolare. El Chapo, ossia “il Tarchiato”, chiamato così perché piccolo e tozzo, al secolo è Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, capo del Cartello di Sinaloa, il gruppo criminal-industriale messicano che ha rivoluzionato il mondo della cocaina. È ancora il capo, nonostante l’ultimo anno lo abbia trascorso dietro le sbarre.

Spettacolare è stata la sua carriera criminale, spettacolare è stato il suo arresto la notte tra il 21 e il 22 febbraio 2014 e incredibile la sua fuga l’11 luglio 2015.

La sua cattura il Messico la seguì con un’apprensione pari a quella per una finale dei Mondiali e superiore a quella di una campagna elettorale presidenziale. El Chapo si trovava nell’hotel Miramar, nel centro di Mazatlán, nello Stato di Sinaloa. Per arrestarlo servì lo sforzo congiunto della Marina militare messicana e della Dea statunitense, due elicotteri e sei unità terrestri di artiglieria eppure, nonostante lo spiegamento di forze, non fu esploso un solo colpo. Non ce ne fu bisogno, perché sembrò che El Chapo avesse deciso di farsi arrestare. Lui, come i boss italiani che studio da anni, raramente si allontanava dal centro del suo impero, dallo stato di Sinaloa che gli ha dato grandezza e offerto protezione, sempre. La cattura del Chapo tutto sembrò tranne che frutto di un lavoro di sola intelligence. Quanto piuttosto una resa, la volontà di togliersi dai giochi - ancora non era chiaro se solo momentaneamente e solo in apparenza - forse a favore delle nuove generazioni di affiliati che minacciavano di farlo fuori.

Sconvolse però il luogo dell’arresto, non le montagne della Sierra, ma un residence di Mazatlán, un porto turistico, per nulla lontano dagli sguardi discreti dei sudditi. El Chapo era il re e regnava indisturbato, e protetto.
Non era, quello, il primo arresto, così come l’11 luglio non è stata la prima evasione orchestrata da chi gli è vicino. Il motivo probabilmente lo stesso: il timore di essere estradato negli Stati Uniti, da dove mantenere un ruolo di primo piano sarebbe stato difficilissimo se non impossibile. E anche questa volta la fuga, avvenuta attraverso un tunnel sotterraneo, è degna delle migliori sceneggiature di film d’azione. El Chapo e i suoi, del resto, sono maghi nella progettazione e costruzione di cunicoli sotterranei; una settimana prima che fosse arrestato, a febbraio del 2013, le autorità messicane scoprirono una serie di cunicoli che collegavano le sue abitazioni. Quindi l’arte che aveva imparato per far arrivare la droga negli Usa gli servirà nella sua vita spesso, per nascondersi e, naturalmente, per evadere.

La fuga dell'11 luglio è stata incredibile e a ripercorrerne le tappe sembra quasi di star raccontando la trama di un film. Solo che questo non è un film e in carcere non c’era un giusto finito per errore nelle maglie della giustizia, ma il re del narcotraffico mondiale, il capo indiscusso del cartello di Sinaloa, che gestisce circa un quarto della droga che entra negli Stati Uniti, definito dal numero uno della Dea di Chicago «il più pericoloso criminale del mondo».

Altipiano, a un centinaio di chilometri da Città del Messico, è un carcere di massima sicurezza costruito per ospitare i criminali più pericolosi, quelli che mai da lì avrebbero potuto evadere.

Eppure El Chapo ci è riuscito attraverso un tunnel lungo circa un chilometro e mezzo, costruito probabilmente grazie anche alla complicità di alcune guardie carcerarie. Era andato a farsi una doccia e non è più tornato. Dalle docce, dove non è possibile tenere telecamere di sorveglianza, si deve essere infilato - questa la ricostruzione della dinamica - in un buco scavato sul pavimento del diametro di circa 50 centimetri e profondo una decina di metri. Da lì deve essere passato a un secondo tunnel dove avviene il colpo da maestri: i complici di Guzmán sono stati in grado di scavare un tunnel orizzontale lungo un chilometro e mezzo, largo circa 70 centimetri e alto 170, illuminato, ventilato e al cui interno si trovava una sorta di “motocicletta su rotaie”, che El Chapo ha utilizzato per percorrere quanto più rapidamente fosse possibile quei pochi metri che lo separavano dalla libertà, dal suo impero e dal trono lasciato vacante.

E a noi il rammarico di non aver messo un punto a una delle carriere criminali più incredibili che si potessero raccontare. Non c’è null’altro da dire che questo: il re è tornato.

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