È sparito nell’estate romana di ventuno anni fa il giudice Paolo Adinolfi. Non è fuggito, era legatissimo alla sua famiglia e un magistrato integerrimo. Chi ne ha ordinato la scomparsa lo ha voluto fare per toglierlo di mezzo e chiudergli la bocca per sempre. Allontanandolo con la forza da importanti e delicati procedimenti civili e fallimentari a cui stava lavorando.
Le modalità con le quali è scomparso hanno tutto il sapore e le impronte di una struttura criminale organizzata. Ancora oggi, però, non si conosce la fine che gli è toccata. Ma a rivederla tutta questa storia - che ventuno anni fa magistrati e investigatori hanno mal digerito e mal gestito - appare evidente la violenza criminale che ricalca il metodo della “lupara bianca”, usato dalla mafia per eliminare le persone senza far rumore, facendo sparire i loro corpi.
Paolo Adinolfi al momento della sua scomparsa il 2 luglio 1994, aveva 52 anni, una moglie e due figli. Con il suo lavoro alla Sezione fallimentare del tribunale di Roma aveva messo le mani su procedimenti che coinvolgevano professionisti, imprenditori e faccendieri molto in vista, alcuni dei quali, come l’imprenditore Ernesto Diotallevi, ritenuto il cassiere della “banda della Magliana”, oggi appaiono vicini a esponenti di Mafia Capitale, guidata da Massimo Carminati.
Ed è proprio nella mega inchiesta coordinata dalla procura diretta da Giuseppe Pignatone che Giovanna Adinolfi, la figlia del giudice scomparso, spera di trovare uno spiraglio, o un aggancio che le possa dare una strada per avere giustizia: «Nel mio cuore ho la certezza che qualcuno sa che cosa è successo quel giorno in cui mio padre è scomparso».
Per questo motivo la donna rivolge un appello ai collaboratori di giustizia che hanno contribuito con le loro dichiarazioni ai pm a svelare i retroscena della mafia a Roma e nel suo litorale. «Vorrei riuscire a trovare le parole giuste e a farle arrivare a queste persone che adesso collaborano con la giustizia, o a quelle che conoscono la verità su mio padre, perché con il loro aiuto prima o poi sapremo», dice Giovanna Adinolfi, la quale aggiunge: «La vicenda di mio padre, qualunque sia stata la sua fine, se fine c’è stata, non sappiamo neppure quello, è una storia dell’orrore. Questo, non solo per la sua scomparsa, che per noi è in sé un dramma che ci distrugge oggi come il primo giorno, ma anche per come è stata vissuta dai colleghi e da quelli che consideravamo amici, e ancora per il muro di silenzio che la circonda».
SILENZI E DEPISTAGGI
La storia della scomparsa del magistrato parte con indagini svolte in modo approssimativo, fatte male già nell’immediatezza dei fatti e con testimoni non ascoltati. La vicenda si è poi sviluppata con depistaggi, e infine è stata avvolta nel silenzio e si è conclusa con le archiviazioni giudiziarie, tanto da far dire al pm di Perugia, Alessandro Cannevale, che ha chiesto ed ottenuto la chiusura del caso: «Le indagini sono rimaste ben lontane dal raggiungere risultati utili all’esercizio dell’azione penale, non appaiono praticabili ulteriori attività e solo sopravvenienze future – attualmente imprevedibili – potrebbero rendere significativi e rilevanti i risultati fin qui acquisiti».
Le informazioni che i magistrati hanno raccolto dai familiari disegnano la figura di Paolo Adinolfi: «Aveva certamente maturato esperienze lavorative deludenti e frustranti e certamente aveva vissuto, nella Sezione fallimentare del tribunale di Roma, una condizione di isolamento umano e professionale». Era un magistrato rigido, perbene, e con un forte senso per la giustizia. Aggiunge la figlia Giovanna: «Mio padre è stato una persona eccezionale, nel senso che ha sempre fatto eccezione alla norma. E il suo fare eccezionale si è risolto nel fatto che, quando è sparito, la sua ricerca, prima, e la sua memoria, poi, sono state rifiutate dallo Stato, dagli amici e dai colleghi. Il Csm non ha mai speso una parola per lui». E poi con tono amareggiato: «Non lo hanno cercato. Non lo hanno trovato».
La figlia del magistrato scomparso usa toni molto duri: «Nessuno ci ha aiutati, e a noi oggi rimane solo un provvedimento di archiviazione del tribunale di Perugia pieno di belle parole, con il quale lo Stato conferma che quel giorno a papà è probabilmente successo qualcosa di orrendo legato al suo lavoro, ma lo Stato se ne frega e si arrende». Giovanna insiste sulle difficoltà incontrate ogni volta che lei e i suoi familiari hanno cercato di fare luce su una storia che in molti hanno preferito fosse dimenticata: «Tante volte ci è sembrato di scontrarci con un muro di gomma, come se l’eccezionalità di papà e della sua storia facessero paura».
LA TESTIMONIANZA DI BUSCETTA
L’anno in cui viene fatto sparire Paolo Adinolfi è cruciale per le organizzazioni criminali che operano su Roma. C’è in corso l’istruttoria per la “banda della Magliana”. Massimo Carminati è in carcere perché accusato di banda armata e calunnia nell’ambito della strage di Bologna, da cui verrà assolto. E l’imprenditore Ernesto Diotallevi è fra quelli per cui il giudice istruttore Otello Lupacchini nell’estate 1994 ordina il rinvio a giudizio assieme ad alcuni presunti componenti della “banda della Magliana”.
Nello stesso periodo il primo grande pentito di Cosa nostra, Tommaso Buscetta parla pubblicamente di Diotallevi. Lo fa nel giugno 1994 rispondendo alle domande dei pm durante un processo nell’aula bunker di Rebibbia. C’era molta tensione a Roma in quel periodo e forse anche per questo motivo l’eliminazione di un magistrato che avrebbe potuto creare problemi agli uomini legati ai clan criminali doveva avvenire in silenzio: con la “lupara bianca”.
Il giudice Adinolfi aveva incrociato gli interessi di Diotallevi nel 1992 occupandosi del fallimento della finanziaria Fiscom, società legata a personaggi del mondo dei servizi segreti e della malavita organizzata. Per questa storia furono poi condannati in primo grado Enrico Nicoletti, il notaio Michele Di Ciommo e uomini d’affari come Salvatore Tuttolomondo ed Enzo Zanetti accusati di bancarotta fraudolenta. «Una delle voci che sono girate su mio padre è che sia stato sepolto sotto l’ex villa di Nicoletti (oggi è la Casa del Jazz a Roma, ndr)», dice Giovanna Adinolfi. Anche in questo caso furono eseguiti accertamenti investigativi, persino scavando nella villa, senza trovare traccia.
I magistrati di Perugia che hanno indagato sul mistero Adinolfi, sono convinti che «si tratta di un’azione delittuosa» e mettono in evidenza «l’estrema delicatezza di alcuni affari trattati dal magistrato alla Sezione fallimentare, la notevole rilevanza degli interessi economici coinvolti, l’asprezza delle reazioni suscitate dalla ferma e lineare condotta del giudice Adinolfi, i contrasti insorti con taluni dei colleghi, la capacità criminale di taluni dei soggetti interessati alle società che subivano le procedure».
LA PISTA DEI FALLIMENTI
Gli inquirenti sostengono che il giudice avrebbe potuto “suggerire” strade investigative ai colleghi che si occupavano in procura di alcune importanti indagini su economia-criminale, che in quel periodo erano state aperte fra Roma e Milano, e che si potevano agganciare ai procedimenti fallimentari da lui istruiti. Per i pm di Perugia «non è difficile pensare che una sua collaborazione a indagini riguardanti affari da lui trattati avrebbe potuto rivelarsi preziosa e insostituibile, non solo per la cognizione degli interna corporis del suo ufficio, ma anche, e più semplicemente, per favorire la ricostruzione documentale di certi passaggi».
Il crac dell’Ambra assicurazioni, è uno dei casi di cui si occupò Adinolfi e in cui avrebbe notato qualcosa di penalmente rilevante, tanto che pochi giorni prima di sparire contattò al telefono il collega della procura di Milano, Carlo Nocerino, che si occupava dell’inchiesta per bancarotta proprio dell’Ambra. Adinolfi, come ricorda la procura di Perugia «si era dichiarato disponibile a fornirgli utili notizie su un procedimento che aveva ad oggetto società delle quali il magistrato scomparso si era occupato alla Sezione fallimentare. Ed è difficile pensare che queste notizie potessero essere null’altro che ovvietà o pettegolezzi». Gli inquirenti sottolineano come «fra le più delicate vicende delle quali il giudice Adinolfi ebbe a occuparsi (affare Fiscom, fallimento Casina Valadier che era di proprietà di Giuseppe Ciarrapico, affare Stirpe) coinvolgono persone e interessi economici» che a Roma hanno ancora un grande rilievo politico e imprenditoriale.
Era un giudice scomodo Adinolfi, e per questo motivo dalla sua scomparsa molti criminali ne hanno avuto un ritorno positivo. Un buon motivo forse perché tanti volessero che questa storia fosse dimenticata, cancellata dalla memoria dei romani. Ma Giovanna Adinolfi insieme a suo fratello e alla sua mamma credono ancora che giustizia possa essere fatta. E adesso che hanno visto scoperchiare la pentola di Mafia Capitale, sperano che dal calderone della nuova inchiesta possa arrivare qualche spiraglio su una vicenda rimasta per troppo tempo oscura.