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Mondo
febbraio, 2016

L’Eritrea ha un sogno: un futuro di turismo

Foto di Massimo Berruti per l'Espresso
Foto di Massimo Berruti per l'Espresso

È uno dei Paesi più poveri e isolati del mondo, da cui fuggono molti dei migranti che poi sbarcano sulle nostre coste. Ma ora scommette sulla pace (con l’Etiopia), sulle miniere e perfino sul turismo

Foto di Massimo Berruti per l'Espresso
Il drone si libra sul piazzale di fronte alla Grande Moschea di Asmara. Impiega meno di un minuto per raggiungere la quota da cui una telecamera inquadra tutta la città. E una manciata di secondi per attirare una folla di curiosi. Tutti con il naso per aria, rapiti dalla meraviglia tecnologica.

Nell’Eritrea seconda nell’isolamento internazionale solo alla Corea del Nord, una ripresa televisiva dal cielo diventa un inedito show di magia. Nelle città e ancor più nelle campagne i ritmi e le atmosfere sono fermi alla metà del Novecento. Per assenza di accordi con i gestori stranieri di telefonia, non esiste nemmeno il roaming. Per parlare con l’estero occorre procurarsi una Sim locale (impresa ardua) o ricorrere ai telefoni fissi degli alberghi. Internet è una chimera: i collegamenti sono lentissimi e a singhiozzo. Per le strade c’è più gente con il giornale in mano che con il telefonino. Il drone nel tramonto di Asmara sembra un effetto speciale di un film di fantascienza.

[[ge:rep-locali:espresso:285180354]]Dal giorno dell’indipendenza (1993) incombe sul paese l’ombra ossessiva della guerra. Con l’Etiopia: un conflitto che fra il ’98 e il 2000 provocò 70 mila morti e non è mai arrivato a una pace definitiva (i confini restano chiusi).

Con il Sudan, Gibuti e lo Yemen, per dispute territoriali. Oggi i cannoni tacciono ma gli eserciti continuano a guardarsi in cagnesco. Uno stato di tensione permanente gestito da un sistema dittatoriale che oscilla fra il socialismo e il nazionalismo. Non si è mai votato in Eritrea. Non è mai stata applicata la Costituzione varata nel ’97. Il presidente Isaias Afewerki (71 anni), ex studente di ingegneria, proviene da una famiglia di classe alta, di religione cristiano ortodossa. Cresciuto nel culto dello stalinismo, ha guidato la lotta per l’indipendenza ed è il leader del Fronte Popolare per la Democrazia e Giustizia (partito unico). Con la conquista del potere ha inaugurato una breve stagione di aperture ma dopo i primi attriti con i paesi vicini ha puntato sulla militarizzazione della società. La chiamata alle armi può protrarsi fino ai 50 anni. Nessun maschio può lasciare il paese prima dei 52, nessuna donna prima dei 47. L’emergenza bellica ha trasformato l’Eritrea (quasi sei milioni di abitanti) in una sorta di prigione. Da cui sono fuggiti già in 400 mila (50 mila solo nell’ultimo anno), rischiando la vita negli avventurosi viaggi verso la Libia per poi tentare di approdare con i barconi sulle coste italiane.

Il complesso dell’accerchiamento alimenta la repressione. Oltre 10 mila i detenuti politici. Soppressa la libertà di stampa: per Reporters sans Frontières l’Eritrea occupa l’ultimo posto al mondo, sotto la Corea del Nord. Decine i giornalisti dissidenti incarcerati. Assenti i corrispondenti stranieri. Un tentativo di colpo di Stato nel 2013 fu quasi ignorato dai media internazionali. Espulse quasi tutte le Ong. I gravissimi problemi economici sono appesantiti dalle sanzioni e il bilancio dello Stato è assorbito prevalentemente dalle spese militari. L’agricoltura è di sussistenza. Il governo nazionalista rifiuta i prestiti della Banca Mondiale e ha respinto anche gli aiuti offerti dall’Arabia Saudita e dai padri comboniani. Lo stesso dittatore conduce una vita spartana: gira senza scorta, trascorre il tempo libero a casa con la moglie e i tre figli, va a comprarsi personalmente nei mercatini i capi di vestiario. Della sua vita privata non si sa molto altro, salvo un viaggio per gravi motivi di salute (malaria o cirrosi epatica) in Israele, nel 2012. Il suo cerchio magico giustifica il deficit di democrazia e le violazioni dei diritti umani con lo stato di emergenza imposto dalla guerra infinita. Le fughe sono attribuite al fascino irresistibile degli standard europei e non alla fame.

Non è però tutto un mondo di tenebre, l’Eritrea. Vanta successi nel campo della sanità (sono diminuite la mortalità infantile e quelle per Aids e malaria) e dell’istruzione, completamente gratuite. Il ministro dell’Informazione, Yemane Gebremiskel, assicura che quando sarà risolta la controversia con l’Etiopia «ci saranno libere elezioni nel rispetto del pluralismo garantito dalla Costituzione». E in quest’epoca di aspri conflitti confessionali si spinge a indicare al mondo l’Eritrea come «un modello di pacifica convivenza religiosa» (la popolazione è divisa in parti quasi uguali tra musulmani sunniti e cristiani ortodossi).

Hagos Ghebrehiwet, ministro dell’Economia, invita l’Italia a investire nel turismo. Ma intanto punta sulle materie prime: Bisha (verso il confine con il Sudan) è la quarta miniera d’oro del pianeta. Impiega oltre mille lavoratori e sorge nel mezzo di una zona agraria molto arretrata, con stili di vita primitivi che nei mercati dei villaggi (il più famoso è Aekudet) diventano attrazioni turistiche. Sacche di sottosviluppo che il governo cerca di prosciugare con un progetto di dighe per l’irrigazione e la distribuzione di acqua potabile. «Siamo un movimento che pensa al popolo e non ai nostri interessi», dice Yemane Ghebreab, segretario del partito unico. «Manca la democrazia? Siamo in Africa, un continente dove le libertà vanno conquistate gradualmente». Amina Nurhussien, ministro della Sanità, pone l’accento sulla crescita sociale delle donne che «dopo l’indipendenza hanno conquistato gli stessi diritti degli uomini».

Ad Asmara non balzano agli occhi i picchi di miseria nera che abbrutiscono tanti paesaggi africani. È una capitale sonnolenta, dove tutto scorre lentamente: dal traffico ridotto (la gente va in bicicletta) ai costumi rilassati della quotidianità. Il fotogramma di una città italiana del Sud nel dopoguerra. Non c’è criminalità. Non ci sono neanche mendicanti. Solo le vedove di guerra in difficoltà economica siedono per convenzione sui sagrati delle chiese a raccogliere gli oboli dei passanti.

I caffè, dalle insegne tigrine o italiane, sono sempre affollati. Il rito del cappuccino resiste dall’epoca coloniale. I cinema (il Roma, l’Impero) sono mirabili vestigia dell’art déco. L’architettura razionalista domina ancora i quartieri del centro. La stazione della storica ferrovia per Massaua che dai 2.300 metri della capitale scende al mare (i treni percorrono la domenica un breve tratto per sparuti gruppi di turisti) è destinata a trasformarsi in un museo della memoria. La stazione di carburante Fiat Tagliero, dalla struttura futurista, riaprirà inglobando un pub. Nelle notti di weekend i giovani scatenano nei bar e nelle discoteche una movida dimentica di povertà e isolamento.

Massaua, la Zanzibar d’Eritrea, sonnecchia fra le macerie mai rimosse della guerra con l’Etiopia. Davanti al porto troneggia l’imponente edificio sbrecciato della Banca d’Italia. L’hotel Torino, il più prestigioso, è chiuso da tempo. Offre ai visitatori solo il fascino délabré della sua splendida facciata. È una città che fa della decadenza un motivo di seduzione. I suoi vicoli sgarrupati si animano solo la sera, quando i localini si riempiono di marinai e prostitute. In periferia invece c’è il nuovo cementificio costruito dai cinesi e la cittadella del libero scambio che promuoverà gli scambi commerciali.

Di fronte, nel Mar Rosso, si stagliano le isole Dahlak. Selvagge e quasi disabitate (non c’è neanche una locanda). Il paradiso prossimo venturo dei vacanzieri, secondo i progetti del governo. Quando la guerra sarà soltanto un ricordo.

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