La morte di Giulio Regeni squarcia il velo ?su un regime che l’Occidente sostiene per realismo cinico. E che deve obbligare a cambiare metodi

Giulio Regeni
L'Egitto è forse l’unico Paese arabo del Medio Oriente dove l’Occidente non può e non vuole permettersi desaparecidos. Anzitutto per un problema di autostima: sarebbe come ammettere un errore grave nella scelta strategica di un alleato affidabile o, al minimo, presentabile, nell’area più calda del pianeta. È vero che non sono mancati in passato patti scellerati con dittatori sanguinari in nome del realismo cinico geopolitico. Ma con il generale-presidente Abdel Fattah al Sisi sono mutati i tempi e le condizioni. La sua ascesa al potere, completata da un golpe, è stata salutata con sollievo perché in opposizione alla deriva fondamentalista dei Fratelli musulmani.

È sconcertante dover constatare un parallelismo di metodi, almeno alcuni, col nemico da combattere. Lo Stato islamico tortura e sgozza in favore di telecamera. Lo Stato egiziano tortura e uccide in celle nascoste, legali e illegali. È quanto denunciano ormai da mesi varie ong. Come Human Right Watch che definisce l’attuale regime “il più violento nella storia del Paese” e conteggia 191 deceduti nelle galere a causa di maltrattamenti. Mentre sono tremila le condanne a morte, decine di migliaia gli attivisti arrestati, non solo nelle file islamiste ma anche tra gli oppositori liberali, quelli che avevano creduto nella rivoluzione possibile, cinque anni fa in piazza Tahrir. Se i seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi eliminano gli occidentali (e non solo) coi rituali che sappiamo, al Cairo la psicosi dello straniero-spia sta favorendo un clima di sospetti che sfocia nella caccia alle streghe e mina alle fondamenta il ponte del dialogo.

Naturalmente il regime nega. Derubrica a “caso criminale” l’uccisione del ragazzo italiano Giulio Regeni, lascia trapelare sospetti su un movente sessuale, convinto che la sovranità totale sugli apparati e la mancanza di qualsiasi contrappeso di controllo democratico impedirà alla verità di venire alla luce. Ma è una difesa obsoleta e di prassi che si ripete uguale a se stessa sotto ogni dittatura e a qualsiasi latitudine. Fu così in Argentina, nella pianificazione più massiccia del politicidio di una generazione: l’esempio moderno per le giunte militari a cui ispirarsi per far sparire i dissidenti e con loro le prove.

Al contrario delle entità terroriste come lo Stato islamico, i generali egiziani hanno codici che si ispirano alle prassi degli eserciti golpisti, conosciuti e perciò decrittabili perché culturalmente ci sono prossimi, un’escrescenza delle democrazie che abbiamo purtroppo sperimentato. E l’Egitto stesso è il Paese dell’area mediorientale che meno ci è alieno, con cui condividiamo una fetta di storia e di cammino nel progresso delle civiltà. Motivo in più per non perderlo nella pericolosa deriva della sua postura truce e di richiamarlo a qualche obbligo nel momento in cui dalla comunità internazionale reclama comprensione, aiuti e sussidi.

Il martirio di Giulio Regeni, se può servire a qualcosa, ha squarciato il velo, anche tra l’opinione pubblica, sulle malefatte di un partner indispensabile ma impresentabile per i nostri standard. E verso il quale abbiamo argomenti sensibili per chiedere un cambio di rotta. Li hanno, per primi, gli americani che foraggiano la casta dei militari al potere con laute prebende: 1,3 miliardi di dollari, ogni anno, dal 1979 dopo la firma degli accordi di Camp David per la pace fredda con Israele. Li abbiamo noi italiani grazie agli scambi commerciali che assommano a 5 miliardi di euro e che diventeranno ancora più fecondi dopo il maxi giacimento di gas scoperto dall’Eni nel Mediterraneo con benefici ad entrambi.

E senza contare l’alleanza obbligatoria contro lo Stato islamico. Non ci potrà essere nessuna operazione militare in Libia senza l’avallo e l’appoggio, peraltro interessato, del Cairo che vede nel nascente califfato la minaccia più grave al suo ruolo antico di faro indiscusso dell’universo sunnita. Né si potrà mai arrivare a una pacificazione del Medio Oriente senza lo Stato più cosciente di se stesso, oltre che più popoloso. L’unico da dove, se fosse riuscita la “primavera araba”, si sarebbe potuto irradiare un virtuoso esempio per i vicini. Così non è stato. Il realismo obbligato ci ha imposto di sostenere i generali. A cui abbiamo consegnato una carta di credito illimitato. È ora di far loro sapere che i fondi sono finiti. E devono consegnare un rendiconto.

L'edicola

Voglia di nucleare - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 28 marzo, è disponibile in edicola e in app