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Mondo
febbraio, 2016

Da formica a cicala, la svolta della Cina

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Meno fabbriche e più servizi. Meno export e più consumi. Così il Paese trasforma il suo modello di sviluppo. A pagare, con i licenziamenti di massa, sono i lavoratori delle industrie. Rapporto sul gigante che cambia pelle

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Voglia di normalità in Cina. Basta con la crescita economica a due cifre, con i milioni di container spediti nei quattro angoli del mondo, con le fabbriche-formicaio, con i nuovi grattacieli a cancellare le vecchie pagode, con i rivoli di sostanze chimiche fosforescenti tra le piantagioni di riso. È arrivata la frenata: il mondo non ce la fa più ad assorbire le loro produzioni di massa e i cinesi non sono più disposti a lavorare solo per un tetto e un pasto caldo. L’economia sta cambiando passo: meno fabbriche e più servizi, meno operai e più informatici, meno calzini e più prodotti high-tech. E, soprattutto, meno esportazioni e più consumi, vero motore di ogni economia avanzata. Il tempo delle formiche povere è alle spalle. Questo è il momento per la Cina di cogliere i frutti di trent’anni di crescita a rotta di collo e vivere la sua Dolce Vita.

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Ma la transizione da formica a cicala non è mai stata semplice o indolore. Per questo stretto sentiero sono passate negli anni tutte le economie del G-10, per le quali il settore non manifatturiero rappresenta oggi tra il 60 e il 70 per cento del totale. Tante altre, come la Malesia o il Brasile, non ce l’hanno fatta e sono rimaste incagliate nella cosiddetta “middle income trap”, la situazione di stasi in cui può finire un’economia che, raggiunto un livello medio di sviluppo, smette di progredire e non ha più risorse da investire sui servizi essenziali dei cittadini come sanità e istruzione.

Il problema è che non è mai stato facile fare il cambio di passo perché nei primi anni di questa virata epocale di modello economico il settore dei servizi non riesce a riempire i vuoti di produzione e occupazione lasciati dalle fabbriche in dismissione.

In Cina i numeri parlano chiaro. Da un anno e mezzo le esportazioni sono deboli. L’indice manifatturiero, da mesi al di sotto di quota 50, ovvero il livello di stasi, indica che l’industria continua a produrre meno: era a 49,4 a gennaio e 49,7 a dicembre, sempre inferiore alle stime degli analisti, nonostante le misure prese per ravvivare l’economia. L’indice del settore dei servizi - come tempo libero, immobiliare e ristorazione- è invece da mesi sopra quota 50, dunque in espansione, ma i volumi totali sono ancora troppo bassi. Se quest’anno la Cina forse vedrà il settore non manifatturiero rappresentare per la prima volta più della metà della sua economia, un cambio epocale rispetto a solo tre anni fa, sarà dovuto soprattutto alla contrazione della produzione delle fabbriche e molto meno alla crescita dei settori dei servizi.

Nel 2015 il Pil è cresciuto, stando alle fonti ufficiali, del 6,9 per cento, la metà circa di quanto non facesse ai tempi delle Olimpiadi del 2008, e il governo ha già annunciato che la crescita non supererà il 6,5 per cento l’anno prossimo, al di sotto di quella soglia dell’otto per cento che fino al 2013 era reputata indispensabile per mantenere l’ordine sociale nel Paese.

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La realtà è ancora più violenta se si va oltre l’ufficialità: il tasso reale di crescita, secondo tutti gli osservatori indipendenti, non dovrebbe superare oggi il 4 per cento, con molti economisti che lo collocano intorno al 2. A suffragare queste analisi c’è il cosiddetto “indice di Li Keqiang”, dal nome del premier cinese, che una volta confessò di non dare retta ai dati ufficiali ma di capire lo stato dell’economia dai dati relativi al consumo di elettricità e alla movimentazione dei container. E poi c’è anche il numero sempre maggiore di guardie al di fuori dei cancelli delle fabbriche: aumentano i licenziamenti, gli arretrati non vengono pagati e crescono le proteste. Secondo il “China Labour Bullettin”, una ong di Hong Kong che documenta gli abusi e difende i diritti dei lavoratori, le dimostrazioni sono raddoppiate nel 2015 raggiungendo quota 2.774, con 400 episodi nel solo mese di dicembre, il peggiore di tutti i tempi. La situazione è talmente grave che le autorità hanno cominciato ad arrestare alcuni difensori dei lavoratori per intimare agli altri di non parlare con la stampa straniera. «Se fino ad oggi le aziende hanno provato a non pagare i lavoratori e a mandarli a casa in anticipo per le festività del Capodanno cinese (8 febbraio)», spiega Laura Battistin, rappresentante della Cina per l’Iscos, una ong sindacale italiana, «è probabile che a fine febbraio inizino con i licenziamenti di massa».

Ad essere colpiti sono soprattutto i lavoratori della ex culla manifatturiera del mondo, la provincia del Guangdong, dove le imprese negli ultimi tre anni hanno già licenziato il 5 per cento della forza lavoro e bloccato gli aumenti salariali. «Il settore dei servizi non genera abbastanza posti di lavoro altamente qualificati e ben retribuiti», spiega Tyler Cowen, professore di economia alla George Mason University: «Moltissimi lavoratori dei servizi sono camerieri e commessi, non banchieri e finanzieri». Cowen non è ottimista nel breve periodo: «Non credo che l’economia si stia muovendo a un tasso superiore al due percento. Potrebbe in futuro crescere del quattro ma solo a patto che si metta mano a licenziamenti di massa e si lascino andare in bancarotte le aziende statali che non hanno motivo di esistere».

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Uno dei problemi è che questi carrozzoni statali hanno ricevuto finanziamenti bancari che non possono oggi ripagare. Chiuderli, vorrebbe dire non solo tagliare drasticamente l’occupazione ma anche costringere il sistema bancario ad ammettere l’elevato volume di crediti inesigibili e a incorrere in ingenti perdite. L’ammontare del debito privato e pubblico è praticamente raddoppiato dal 2007 ad oggi sfiorando il 300 per cento del Pil: una situazione accettabile quando l’economia galoppava ma critica in tempi di rallentamento.

La situazione è particolarmente delicata nel Paese del “miracolo”, dove è stato proprio il crescente benessere economico a garantire la permanenza del partito unico al potere. «La Cina di oggi, in termini di reddito pro capite, è ancora più povera del Messico, leggermente più povera del Brasile e più povera della Russia del 20 per cento», spiega Salvatore Babones, professore di politica sociale all’Università di Sydney: «Avrebbe bisogno di continuare a crescere a un tasso superiore al 6 per cento se vuole costruire un sistema di sanità pubblica, migliorare le scuole, rafforzare l’esercito. Senza contare che la raccolta fiscale contribuisce solo al 5 per cento del budget complessivo rispetto al 40 per cento delle economie avanzate». Ma chi glielo spiega alle élite di governo politiche ed economiche che non possono continuare ad accumulare debiti e che devono pagare e far pagare le tasse per il benessere collettivo?

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Certo la Cina ha ancora la più ampia scorta di riserve valutarie al mondo, particolare che le permette di sopportare meglio una crisi. Ma è anche vero che a forza di incrementare i suoi deficit di bilancio con manovre di stimolo e a parare i colpi delle drastiche perdite azionarie e della svalutazione dello yuan, quel patrimonio si sta erodendo velocemente. Nel solo mese di dicembre le riserve sono diminuite di 108 miliardi di dollari, scendendo a quota 3.300 miliardi di dollari. Il che vuol dire che in tutto il 2015 le riserve sono crollate di oltre 500 miliardi di dollari. «Il mercato azionario cinese non è così importante ma il crollo che si è visto in queste ultime settimane è un segnale decisivo», continua Cowen: «La gente non si fida più del governo. Ha paura. Chi può sposta figli e capitali all’estero con il risultato corrente di una fuga di capitali massiccia che ricorda la crisi finanziaria degli anni Novanta». Perfino Martin Taylor, celebre trader dell’hedge fund Nevsky Capital, con un tasso di rendimento medio delle sue operazioni del 18,4 per cento, ha annunciato di volersi ritirare dal mercato cinese. Le motivazioni si riassumono in pochi punti: i dati statistici forniti dal governo non sono affidabili; il nazionalismo è in aumento con la conseguenza che è difficile anticipare eventuali rischi per gli investitori stranieri e i mercati sono sempre meno trasparenti. Troppe incertezze.

«Il processo di spostamento della domanda dagli investimenti ai consumi deve comunque avvenire e avverrà», spiega da Pechino Michel Pettis, tra i migliori economisti esperti di Cina: «L’incertezza è sulla sua modalità: avverrà durante una contrazione generale dell’economia e, in misura minore, dei consumi, o invece in una situazione di crescita dei consumi superiore a quella del Pil, senza recare un danno serio a nessuno?». Pettis non scommette sull’ipotesi più rosea.

Ma per Pechino sarebbe disastroso se il riequilibrio accelerasse durante una profonda recessione, con conseguenze non solo sull’economia ma anche sulla stabilità dell’assetto sociale. «Il vero rischio politico della Cina non è tanto una rivoluzione dal basso, per quanto le proteste si stiano moltiplicando. Più probabile potrebbe essere un colpo di Stato dall’interno», avverte Babones. Un pericolo che anche dopo 60 anni di strapotere del Partito comunista in Cina è sempre attuale.

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