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Mondo
marzo, 2016

Così le grandi repubbliche vanno incontro alla loro fine

Donald Trump
Donald Trump

Donald Trump esce trionfatore dal super Tuesday e la sua candidatura si rafforza. Ma si tratta di un pluto-populista pericoloso. E anche se non dovesse diventare presidente, serve farsi delle domande su come sia arrivato fino a qui. Il commento del Financial Times

Donald Trump
Che opinione ci si dovrebbe fare dell'ascesa di Donald Trump? Viene spontaneo paragonarlo a demagoghi populisti del passato e del presente. Altrettanto spontaneo è chiedersi come possa il partito repubblicano scegliere come suo candidato alla presidenza un prepotente narcisista. Questo interrogativo, tuttavia, non concerne soltanto un partito, ma un paese intero. Un grande paese. Gli Stati Uniti sono la più grande repubblica dai tempi di Roma antica, il baluardo della democrazia, il garante dell'ordine liberale mondiale. Qualora Trump diventasse presidente sarebbe un disastro di proporzioni globali e, nel caso in cui non ci riuscisse, avrebbe pur sempre fatto diventare accettabile l'inimmaginabile.

Trump è un promotore di fantasie dementi, uno xenofobo, un ignorante. Il suo mestiere consiste nell'erigere orrendi monumenti alla sua vanità. Non ha esperienza in campo politico. Alcuni lo paragonano ai populisti dell'America Latina, ma lo si potrebbe anche considerare un Silvio Berlusconi americano, quantunque privo di seduzione o di senso degli affari. In ogni caso Berlusconi, a differenza di Trump, non ha mai minacciato di fare retate tra la popolazione ed espellere milioni di persone. Trump è gravemente inadatto a ricoprire la carica politica più importante del mondo.

Eppure, come sostiene in un suo vibrante articolo sul “Washington Post” Robert Kagan, intellettuale neoconservatore, Trump è anche “il Frankenstein del GOP”. Kagan afferma infatti che Trump è il mostruoso risultato dell'“ostruzionismo selvaggio” del partito, della sua demonizzazione delle istituzioni politiche, del suo flirt ininterrotto col puritanesimo, della sua “sindrome psicotica di alienazione impregnata di razzismo” nei confronti del presidente Obama. Aggiunge Kagan: “Si suppone che noi dovremmo credere che la moltitudine di gente ‘arrabbiata' che sostiene Trump sia tale a causa della stagnazione dei salari. Ma non è così: la moltitudine di gente arrabbiata che lo sostiene è arrabbiata per tutte le cose a causa delle quali i repubblicani hanno detto loro di essere arrabbiate negli ultimi sette anni e mezzo”.

financial times
Kagan ha ragione, ma fino a un certo punto: questo problema non riguarda gli ultimi sette anni e mezzo. Questi atteggiamenti si erano palesati già negli anni Novanta, con l'impeachment del presidente Clinton. Anzi, risalgono ancora più in là nel tempo, alla reazione di puro opportunismo del partito al movimento dei diritti civili negli anni Sessanta. Ahimè, col passare del tempo sono peggiorati, invece di migliorare.

Come è potuto accadere tutto ciò? La risposta a questa domanda è che così facendo il facoltoso ceto dei donatori, dedito a due obbiettivi principali – ridurre drasticamente le tasse e rimpicciolire l'apparato statale –, ha ottenuto la fanteria e l'elettorato di cui aveva bisogno. Questo, quindi, è “pluto-populismo”, il connubio della plutocrazia e del populismo di destra. Trump incarna tale connubio, ma lo fa avendo in parte abbandonato gli obbiettivi dell'establishment del suo partito – in relazione al libero mercato, a una bassa imposizione fiscale, a una riduzione del potere pubblico –, mentre i suoi avversari invece dipendono finanziariamente dal partito e vi restano maggiormente legati. E questo gli conferisce un vantaggio apparentemente insormontabile. Trump non è un conservatore, deplorano i conservatori dell'élite. Proprio così. E altrettanto deplora la base del partito.
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Trump è inconcepibile. Tuttavia, sotto alcuni punti di vista, le politiche dei suoi avversari principali, i senatori Cruz e Rubio, sono altrettanto pessime. Entrambi propongono tagli fiscali incisivi e regressivi, proprio come Trump. Cruz auspica perfino il ritorno al gold standard. Trump dice che i malati non dovrebbero morire per strada. Cruz e Rubio non ne sembrano così sicuri.

Nondimeno, il fenomeno Trump non riguarda la storia di un unico partito. Ha a che vedere con tutto il paese e quindi, inevitabilmente, col mondo intero. Quando crearono la repubblica americana, i Padri fondatori erano memori dell'esempio di Roma. Nei “Federalist Papers” Alexander Hamilton sostenne che la nuova repubblica avrebbe avuto obbligatoriamente bisogno di un “esecutivo energico”, e fece notare che la stessa Roma, con la sua meticolosa duplicazione delle cariche della magistratura, nei momenti difficili e del bisogno contò sul fatto di assegnare il potere assoluto, anche se temporaneamente, a un unico uomo, detto “dittatore”.

Gli USA non prevedono un mandato di questo tipo. In verità, hanno un esecutivo unitario: il presidente, un monarca eletto. Il presidente ha un'autorità circoscritta, ma ampia. Per Hamilton il pericolo di arrogarsi troppo potere avrebbe dovuto essere limitato “prima di tutto da una doverosa dipendenza dalla volontà popolare e secondariamente da un doveroso senso di responsabilità”. Nel primo secolo avanti Cristo, la ricchezza dell'impero destabilizzò la repubblica romana. Alla fine, Augusto, erede del partito popolare, pose fine alla repubblica insediandosi con la carica di imperatore e lo fece conservando tutte le apparenze della repubblica, pur svuotandole di significato.

È prematuro presumere che i vincoli costituzionali possano sopravvivere alla presidenza di chi sarà eletto proprio perché non li comprende né crede in essi. Individuare, radunare ed espellere dal paese undici milioni di persone è un'impresa coercitiva di proporzioni immani. Si riuscirebbe a impedire a un presidente eletto per questo motivo di fare una cosa del genere? E, nel caso, chi potrebbe riuscirci? Che cosa dobbiamo pensare dell'entusiasmo che Trump manifesta nei confronti della barbarie della tortura? Sarebbe davvero in grado di reperire individui disposti a esaudire questo suo desiderio?

Non è difficile per un leader risoluto fare ciò che prima di lui si riteneva inimmaginabile facendo appello alla situazione di emergenza. In tempo di guerra sia Abramo Lincoln sia Franklin Delano Roosevelt fecero cose fuori dall'ordinario. Ma quegli uomini sapevano che esistono limiti. Anche Trump lo sa? L'esecutivo “energico” di Hamilton è pericoloso.

Nel 1933 a nominare Hitler cancelliere tedesco fu il presidente ultraconservatore Paul von Hindenburg. Il nuovo leader divenne uno sterminatore non soltanto a causa della sua follia paranoide, ma anche perché governava una grande potenza. Trump potrebbe non essere un nuovo Hitler. Ma gli USA non sono la Germania di Weimar: sono un paese di gran lunga più importante del Reich.

Trump potrebbe ancora non riuscire a ottenere la candidatura repubblicana. Se così accadesse, però, per l'élite repubblicana verrebbe il momento di porsi qualche domanda difficile e di chiedersi una volta per tutte non soltanto in che modo sia potuta accadere una cosa del genere, ma anche come è opportuno che reagisca a una simile circostanza. Al di là di questo, poi, il popolo americano farà bene a decidere che tipo di persona vuole insediare alla Casa Bianca. Le implicazioni di questa scelta saranno enormi, per gli americani ma anche per il mondo intero. Più di ogni altra cosa, Trump potrebbe non rivelarsi un caso unico. Ormai il “cesarismo” americano è una realtà e mai come oggi sembra diventare un rischio concreto e preoccupante che, in futuro, potrebbe ripresentarsi.

(Traduzione di Anna Bissanti )

Copyright The Financial Times Limited, 2015. © 2015 The Financial Times Limited

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