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Mondo
marzo, 2016

Siria, i piani di Assad per riconquistare Raqqa

Esercitazioni militari in Siria
Esercitazioni militari in Siria

La tregua concordata da russi e americani non riguarda la guerra allo Stato islamico. Ecco i piani dell’esercito regolare per l’offensiva di primavera. Con la quale riprendere anche la “capitale” del sedicente califfato

Esercitazioni militari in Siria
Aleppo circondata…Tell Rifaat riconquistata…Azaz sotto attacco. Il tam tam delle notizie militari dal fronte Nord affluiva in tempo reale sugli smartphone in una Damasco che dopo 5 anni di guerra (cominciò il 15 marzo 2011), e malgrado le autobombe che continuano a insanguinare le aree sciite, si sforzava di recuperare un minimo di normalità.

Le voci rimbalzavano di bocca in bocca provocando ondate di stupore. Fino a lunedì 22 febbraio quando Vladimir Putin e Barack Obama hanno concordato un “cessate il fuoco” a partire dal 27 febbraio, con esclusione degli attacchi contro lo Stato Islamico e Al Nusra (affiliato ad Al Qaeda). E Bashar Al Assad ha colto la palla al balzo indicendo per il 13 aprile elezioni legislative a sorpresa anche nelle aree occupate dai terroristi, come se la Siria non fosse mai stata in guerra. Un doppio colpo di scena che potrebbe imprimere una svolta a un conflitto fino a pochi mesi fa impantanato in una situazione di stallo.
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I ribelli sunniti, frastagliati in 800 gruppi, avevano aperto oltre 250 linee di insurrezione mettendo a ferro e fuoco la Siria governata dalla minoranza alauita (ramo esoterico della dottrina sciita). Ma non erano riusciti a dare la spallata finale al regime di Assad, l’unico bersaglio delle primavere arabe ancora in sella. L’esercito governativo, addestrato per le guerre convenzionali, aveva difficoltà a contrastare le più agili strategie della guerriglia. Nell’avvitarsi di un conflitto feroce aumentava paurosamente il numero dei morti ma non si delineava un vincitore.

Poi in soccorso del regime sono arrivati i russi, che nel 2013 avevano già salvato Assad dall’ira di Barack Obama costringendolo a smantellare il suo arsenale di armi chimiche. Hanno rafforzato la base navale di Tartus, l’unica postazione strategica che occupano nel Mediterraneo. Hanno inviato una quarantina di caccia Sukhoi nell’aeroporto militare di Latakia per bombardare le roccaforti dei ribelli. Hanno disintegrato i bunker dei jihadisti con i micidiali missili Buratino.

E hanno insegnato tecniche di battaglia più flessibili ai comandi siriani: dotando la Guardia Repubblicana, le divisioni d’assalto e le truppe scelte (in tutto 200 mila uomini e 2 mila carri armati) di droni, tecnologie di alta precisione e torrette mobili per i lanci di ordigni. Il loro intervento, che d’intesa con gli Stati Uniti avrebbe dovuto soprattutto concentrarsi sui santuari dell’Is, ha invece falcidiato principalmente i gruppi dell’opposizione in armi cosiddetti moderati e sostenuti principalmente dall’Arabia Saudita. Il Cremlino aveva fretta di ripulire il Nord della Siria proprio per dimostrare che non c’è alternativa alla leadership di Assad, di cui sia Riyad che Ankara vorrebbero sbarazzarsi.

OBIETTIVO PALMIRA

La potenza di fuoco russa ha spianato l’avanzata dell’esercito di Damasco spalleggiato anche dai combattenti iraniani e iracheni e dai guerrieri libanesi di Hezbollah che difendono l’asse sciita fra Teheran e Beirut.

Un’offensiva a tappeto che ha prodotto la liberazione della frontiera con il Libano e della provincia di Latakia e la riconquista delle regioni abitate dalle tribù dei turcomanni. Con effetti collaterali pesanti anche fra la popolazione civile.

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Siria, il volto choc della strage
5/2/2016
La priorità è diventata Aleppo dove i jihadisti presidiano soltanto 4 quartieri su 22. La città appare stremata sotto il cumulo delle macerie. Scarseggiano il cibo e i medicinali. Manca l’elettricità. Mentre 400 mila profughi si sono lasciati alle spalle gli orrori della guerra premendo contro i confini della Turchia, oltre 300 mila sopravvivono fra gli stenti. Traumatizzati in ugual misura dalla ferocia sia dei ribelli che dei governativi.

L’obiettivo successivo è Azaz, lo snodo che assicura ai jihadisti le vene di rifornimento dal confine turco, su cui stanno convergendo anche i curdi siriani del movimento Ypg (hanno storici legami con Mosca) ostacolati dai bombardamenti dell’esercito di Ankara che non gradisce il loro insediamento a ridosso del confine. È la ridotta dove è arretrata la resistenza dei ribelli sunniti che in un pulviscolo di sigle, fra cui per capacità bellica si distingue Al Nusra, lottano contemporaneamente contro l’asse sciita e contro i disegni di espansione dello Stato islamico.

Una galassia di 20 mila combattenti che fa capo a tre raggruppamenti: l’esercito siriano libero coordinato da ex generali delle forze armate governative; gli islamisti di Ahrar Al Sharia, vicini ai Fratelli musulmani, a cui l’Arabia Saudita ha consegnato batterie di missili Tow per rallentare l’azione dei caccia russi; gli estremisti islamici di Al Nusra, comandati da Abu Mohammed Al Golani, compagno di prigionia in Iraq del califfo Abu Bakr Al Baghdadi, lo sceicco del Califfato da cui si è poi sganciato per affiliarsi ad Al Qaeda.

Fra i gruppi non c’è una visione comune. Spesso si combattono fra loro o si scontrano con l’Is. Ma non demordono anche se cedono terreno. «Se perderemo il controllo dei territori», hanno annunciato i capi dei nuclei militari più organizzati, «passeremo alla guerriglia mordi e fuggi con i kamikaze e le autobombe».

Per Il generale Samir Suleiman, responsabile della direzione politica dell’Esercito lealista, il conflitto è veramente arrivato a una svolta decisiva. «Le nostre truppe», spiega nel suo ufficio di Damasco, «hanno dovuto impiegare un po’ di tempo per studiare i movimenti dei nemici reduci da guerre asimmetriche in Iraq, Afghanistan, Cecenia, Africa. Sì, l’aviazione russa ci ha aiutati, sgombrando il terreno con le incursioni aeree che in un primo momento hanno colpito gli obiettivi più vicini per evitare azioni di rappresaglia. E Mosca ci ha spalleggiati anche nella battaglia dei tunnel dove si rifugiavano i jihadisti. Li staniamo costruendo gallerie ancor più profonde e distruggendo le loro con esplosioni dal basso. Ora, indipendentemente dalla tregua, bisognerà affrontare la battaglia finale contro l’Is. Non ci illudiamo però che il quadro militare si normalizzi presto. Ci stiamo già preparando alla possibilità che i jihadisti sconfitti ripieghino sugli attentati».

Wael Almawla, coordinatore a Damasco di una catena di 14 corrispondenti che coprono tutti gli scenari bellici per Al Manar (l’emittente tv degli Hezbollah), è in grado di descrivere la road map che l’esercito lealista ha disegnato per la riconquista dei territori perduti. «Dopo la liberazione del fronte Nord, la priorità diventerà la frontiera con la Giordania. La nostra alleanza sta marciando verso il valico di Nasib e ha spazzato via le bande di ribelli intorno a Daraa, dove è iniziata la guerra civile. Ma la soluzione qui sarà politica. Mosca ha convinto Amman a chiudere i confini e impedire così l’afflusso di terroristi e di armi verso la Siria. E ha aperto negoziati anche con Israele che nella regione di Quneitra vorrebbero liberarsi della presenza sia dei combattenti di Al Nusra che dei soldati di Hezbollah. Si scatenerà a quel punto l’offensiva finale contro l’Is. Il primo obiettivo è Raqqa, la loro capitale che viene ogni giorno bombardata e verso cui sta già avanzando l’esercito siriano. Ma per conquistarla sarà necessario l’intervento degli Stati Uniti che userà come fanteria le truppe dei curdi iracheni. È prevedibile che, dopo la capitolazione di Raqqa, molti guerriglieri dell’Is si spostino a Deir El Zor, il centro petrolifero dove la popolazione civile sembra più conciliante verso il Califfato. Per espugnarlo sarà indispensabile un’azione a tenaglia, con l’esercito siriano che si fa strada da Nord, e quello iracheno che preme da Sud presumibilmente dopo la riconquista di Mosul. Parallelamente si stanno preparando i piani per la presa di Palmira e per la completa pulizia delle aree intorno a Damasco, Homs e Hama ancora esposte agli attentati dell’Is. Per ultima rimarrebbe la liberazione di Idlib dove si stanno rifugiando molte formazioni in ritirata. Prima operavano nella zona quattro gruppi di ribelli. Oggi sono 27. In lotta anche fra loro per la supremazia territoriale. Negli scontri intestini muoiono più di 20 combattenti al giorno. Se continueranno a scannarsi la strategia migliore è quella di aspettare che si indeboliscano a vicenda. Un attacco frontale in un terreno montuoso così accidentato comporterebbe il costo di troppe perdite civili».

IL PRESIDENTE NON MOLLA

Ma anche se vincerà la guerra con l’aiuto determinante dei russi Assad non avrà la garanzia di conservare il potere. Se mai entrerà realmente in vigore il “cessate il fuoco”, l’Onu aveva proposto una transizione di sei mesi ed elezioni presidenziali e legislative (anticipate ora da Damasco) dopo 18 mesi.

Del destino del rais siriano non c’è ancora il minimo accenno. Agli occhi dell’Occidente pesa però troppo - in un Paese che aveva 23 milioni di abitanti - la responsabilità pur non esclusiva di Assad per gli oltre 250 mila morti, i quattro milioni e mezzo di profughi all’estero, i sei milioni e mezzo di sfollati all’interno. Senza contare gli orrori della repressione perpetrati dalle squadracce del regime e le emergenze umanitarie esplose in città isolate dai combattimenti e costrette alla fame come Madaya. Troppe fratture e troppe catene di odi, nella percezione di Europa e Usa, per pensare che Assad possa risultare credibile come pacificatore con un ritocco verso il pluralismo della Costituzione.

Quando i cannoni taceranno resterà probabilmente l’incubo degli attentati. Scorrerà ancora sangue. Ma le vittorie militari hanno galvanizzato il regime. Assad nelle interviste scarica la colpa di tutto sull’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia che avrebbero armato i terroristi. Sa di avere dalla sua parte, oltre ai protettori internazionali e alle minoranze cristiane e druse, anche ampi segmenti della borghesia sunnita nauseata dalla guerra, terrorizzata dalla barbarie dell’Is, interessata solo al ritorno alla normalità.

Non sarà facile destituirlo. Anche perché lo Stato non si è dissolto. «Da cinque anni», dice Mohsen Bilal, consigliere diplomatico del presidente, «siamo divorati da un cancro. Quanti altri Paesi sarebbero rimasti in piedi in condizioni così terribili?». Perfino le opposizioni democratiche non reclamano più l’immediata cacciata del rais. Il governo va avanti come se il dibattito mondiale sulla sua caduta non lo riguardasse. Indice elezioni. Approva un piano edilizio di 50 mila case per il ritorno dei profughi. E esamina le proposte della Cina, silente ma in agguato, per una ricostruzione quinquennale del Paese.

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