Spionaggio, esercitazioni con migliaia di uomini, decine di navi e sottomarini che battono bandiera statunitense e russa si aggirano nella zona. Ma Cina ed Europa non stanno a guardare. Tutto questo mentre i ghiacci artici hanno perso metà del loro volume negli ultimi venticinque anni

pinguini-jpg
La terza Comunicazione per una politica europea per l’Artide, presentata lo scorso 27 aprile da Federica Mogherini, non è una grande novità. Lo è però forse il riferimento che ha fatto nella conferenza stampa successiva, citando esplicitamente la Russia come potenziale partner per l’esplorazione e lo sfruttamento dell’Artide.

Né è stata casuale la menzione al ruolo della Cina della regione, tutt’altro che scontato ma da non sottovalutare. Due riferimenti che rivelano una tendenza poco conosciuta ma sempre più appariscente: l’aumento dell’attività militare nell’Artide come mai dalla e forse più che nella guerra fredda, con una vera e propria fortificazione delle posizioni e decine di porti e basi in costruzione. Un piano che potrebbe infine aprire il fronte più inospitale della storia dell’uomo nel giro di pochi anni.

Che cosa è cambiato? Semplicemente, l’Artide stesso. La regione infatti non era mai stata considerata particolarmente interessante dal punto di vista militare proprio per la durezza delle condizioni, l’imprevedibilità del tempo e l’impossibilità di un’azione su terra continuata. Il cambiamento climatico sta mutando tutto questo: il ghiaccio artico si sta sciogliendo ad una velocità doppia rispetto ai ghiacci del resto del mondo.
[[ge:rep-locali:espresso:285201396]] Rispetto al 1979, l’anno dei primi rilevamenti satellitari, i ghiacci dell’Artide hanno perso metà del loro volume, e questo cambiamento ha già avuto effetto: nel 2007 l’Agenzia Spaziale Europea, l’Esa, dichiarava lo storicamente inaccessibile passaggio a Nord Ovest completamente navigabile, nel 2008 una prima nave completava il passaggio, nel 2013 il primo cargo. Ironia della sorte, trasportava carbone. Nel 2015 il New York Times mostrava le foto di navi da crociera in quella che un tempo era l’impenetrabile Baia di Cambridge, ora completamente sgombra dai ghiacci in estate.

Tutto questo apre possibilità che fanno gola a molti, in primis la possibilità di sfruttare le risorse nascoste, un tema non sconosciuto: l’Artide possiede il 30% di tutte le riserve convenzionali di gas, il 13% di quelle di petrolio, una grande varietà di minerali come uranio, oro o tungsteno. Stime al ribasso, perché mancano analisi precise per la mancanza di esplorazioni. Quello che però attrae maggiormente sono le possibilità di transito, la vera novità: secondo il World Street Journal, nel 2030 si potrà usare il Passaggio a Nord Ovest nove mesi all’anno, risparmiando fino al 60% del tempo per i viaggi Europa-Asia rispetto ai tragitti tramite Panama o Suez. Un cambiamento che potrebbe accadere quindi recentemente, e in un mondo sempre più alla ricerca di nuove vie di trasporto, sia per evitare i costi di utilizzo dei canali, che le crescenti tensioni geopolitiche in molti stretti, come quelle che minacciano sempre di più il Mar Cinese Meridionale, dove passa ogni anno metà del traffico marittimo commerciale del mondo.

L’Artide sarà quindi un punto cruciale del nuovo scacchiere geopolitico, e molti paesi si stanno armando per prenderlo. Letteralmente. La prima è la Russia, che negli ultimi anni ha messo in piedi un piano per aumentare le proprie fortificazioni nella regione senza precedenti. L’idea è quella di riportare la presenza militare russa almeno ai livelli della guerra fredda, per un totale di dieci stazioni per missioni di soccorso e recupero, dieci aeroporti, sedici porti e dieci stazioni radar, distribuiti tra la regione artica sulla terraferma e gli arcipelaghi in territorio russo che circondano i ghiacci artici.

Sei sarebbero già state completate e starebbero ricevendo centinaia di militari a partire dal 2016. La più a nord si trova all’ottantesimo parallelo, e potrebbe ospitare 150 soldati in maniera completamente autonoma per 18 mesi. Tutte difese da missili a lunga gittata terra-aria S-400, per un piano da più di tre miliardi e mezzo di euro.

Non è però questo che preoccupa di più, quanto il fatto che questo sia stato il seguito della richiesta spropositata portata all’Onu dalla Russia per il possesso di una gigantesca parte dell’Artide nel 2015 e poi nel 2016: 1,2 milioni di chilometri quadrati, 594 giacimenti di petrolio, 159 di gas, due giacimenti di nickel e 350 di oro le risorse conosciute. E’ un’area che arriva oltre i 650 chilometri dalle coste russe, fin sotto al Polo Nord.
La riduzione dei ghiacci dell'Antartide. Elaborazione grafica con i dati del Nsidc
Dove, nel 2007, due sottomarini robotizzati russi piantavano una bandiera sul fondale nascosto dal ghiaccio. In risposta, il ministro degli esteri canadese Peter MacKay definiva l’azione un gesto da “potenza militare del quindicesimo secolo”, forse perché aveva da poco dichiarato la stessa rivendicazione (ma senza bandiere). Non è solo un’ambizione imperialista, ma uno scontro reale per un riconoscimento ai diritti derivanti dall’estensione della piattaforma continentale, che furono riconosciuti alla Norvegia già nel 2009 dall’Onu stesso.

In tutto questo, gli Stati Uniti non sono stati a guardare. Se l’attenzione mediatica al viaggio di Obama dello scorso settembre in Alaska, primo presidente a visitare il Circolo Polare Artico, era tutta rivolta alla discussione sul cambiamento climatico, i motivi erano forse altri. Non a caso il presidente sottolineò la necessità di nuovi rompighiaccio mentre la Casa Bianca diffondeva la nota: President Obama Announces New Investments to Enhance Safety and Security in the Changing Arctic, dove opportunamente si sottolineava la dotazione russa di navi simili: quaranta, di cui undici pianificate o in costruzione. Navi fondamentali in caso di conflitto, perché aprono la via per quelle militari tra i ghiacci.

La strategia americana è però differente rispetto a quella russa: la seconda si focalizza sulla terra, o meglio sul ghiaccio, la prima su quello che è sta sopra e su quello che sta sotto. La scommessa statunitense è sui sottomarini, che vengono sottoposti a ripetute missioni in condizioni estreme, come sei mesi di missione continuativa sotto i ghiacci. 41 sottomarini nucleari sono equipaggiati per poter emergere dai ghiacci artici, tre, quelli di classe Seawolf, sono progettati specificatamente per l’Artide, con sonar che permettono di scansionare la superfice del ghiaccio. 3,000 soldati sono di stanza in Alaska, di cui molti fanno esercitazioni regolari, paracadutandosi sull’Artide con mezzi pesanti. Gli F-35 hanno da poco completato un test completo per qualsiasi condizione meteo, incluse tempeste artiche e temperature fino a -40. Certo, sono prove meno spettacolari di quelle russe, che nel marzo 2015 hanno visto almeno 38,000 soldati, oltre cinquanta navi militari, 15 sottomarini e 110 aerei esercitarsi nell’Artide.

Sono movimenti che mostrano una tensione crescente, e che ricordano pericolosamente la guerra fredda, anche nello spionaggio. Nel 2014, due scienziati norvegesi completamente isolati nell’inverno polare vedono, da lontano, una luce. Scoprono che è quella di un sottomarino russo, scomparso rapidamente ma non abbastanza da non rivelare il suo modello: uno dotato di un mini sottomarino per le esplorazioni subacquee, usato per indagare sulle ricerche degli scienziati. Di fatto, spiandoli. Senza dimenticare le centinaia di voli spia scoperti sull’Artide, sia da lato statunitense che russo e in continua crescita negli ultimi anni.

Cosa c’entra la Cina in tutto questo? In realtà, molto. La Cina non è, ovviamente, tra le cinque nazioni che possono vantare diritti sull’Artide (Russia, Canada, Stati Uniti, Norvegia e Danimarca/Groenlandia), ma ha forti interessi. Da una parte la costante fame di risorse cinese spinge il paese naturalmente verso una regione che ha un potenziale crescente. In questo in particolare fa gola il gas, che è già la chiave di volta della transizione energetica dal carbone, e lo sarà sempre di più. La Cina già cerca di avvicinarsi alla Russia, all’Asia Centrale, all’Africa tramite il gas liquefatto, ma assicurarsi una fetta di quel 30% di risorse non ancora scoperte nell’Artide sarebbe fondamentale. C’è poi la questione del Passaggio a Nord Ovest: due settimane fa, la Cina pubblicava un manuale di 356 pagine in cinese, dedicate a come utilizzare il passaggio ora e in futuro.

Perché, se le coste cinesi distano oltre seimila chilometri? La Cina ha però da qualche anno inaugurato la strategia legata alla Nuova Via della Seta, che dovrebbe collegare il paese con l’Europa attraverso i paesi attraversati già da quella storica. Questa dovrebbe essere accompagnata da una versione marittima, a sud, attraverso però zone tutt’altro che sicure: l’Oceano Indiano, in cui la pirateria va diminuendo ma non scomparendo, e il Mar Cinese Meridionale, da dove già passa l’80% del petrolio che la Cina importa. Le rotte artiche sarebbero un’alternativa perfetta, e il paese ha già due rompighiaccio e ne sta costruendo un terzo. Tanti quanti gli Stati Uniti, che però di mari ghiacciati in effetti ne possiedono.
 
Il ruolo dell’Europa in tutto questo è molto complesso, perché si tratta di uno di quei settori in cui l’Europa non esiste. Ma vorrebbe. Una politica europea comune per l’Artide è stata infatti in teoria definita dalla comunicazione di fine aprile, ma è ancora vaga e, in pratica, non è nulla tranne che un quadro di riferimento. L’Unione Europea non è né membro né osservatore del Consiglio Artico, il forum internazionale che gestisce le questioni artiche, a differenza di tre stati europei che ne sono membri (Danimarca, Finlandia e Svezia) e di sei che ne sono osservatori, inclusa l’Italia, ma che sono lì per rappresentare esclusivamente sé stessi. La politica di collaborazione della cosiddetta Northern Dimension con Islanda, Norvegia e Russia non è stata aggiornata dal 2006 e non va oltre la ricerca scientifica. La Comunicazione è quindi un tentativo di non perdere il treno dell’Artide, focale per gli interessi europei. E per quelli degli Stati Membri.

Non è infatti solo la Cina l’unico paese non artico a interessarsi all’Artide ma anche, tra gli altri, la Francia e l’Italia. Il 10 ottobre 2015 il nostro paese pubblicava infatti la sua strategia personale per l’Artide,  svelando un interesse che va oltre la ricerca e le citazioni della trasvolata al Polo Nord di Nobile. Il 12 marzo 2016 è infatti iniziata l’attività sul giacimento di petrolio più a nord del mondo da parte della piattaforma Goliat.

Un progetto da quasi cinque miliardi di Eni, proprietaria inoltre del 65% del giacimento, che è riuscita nel lanciare un progetto di ultima generazione che ha avuto successo dove altri hanno fallito. Inclusa Shell, che ha abbandonato l’Artide dopo aver speso oltre sette miliardi di dollari nel tentativo. Un successo che però andrà protetto dal riscaldamento, metaforico e letterale, delle acque polari.

L'edicola

Ipnocrazia - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 4 aprile, è disponibile in edicola e in app