Attualità
17 maggio, 2016

Casa per casa contro l'omofobia: perché il vero nemico è il conformismo

Una battaglia che va combattuta con coraggio giorno per giorno, metro per metro. Al bar, a scuola, in parrocchia. Contro gli uomini liberi, colti, progressisti che per viltà e ignoranza non fanno nulla. E lasciano tutti nel loro sciocco ruzzolare

Non sono mai riuscito a detestare gli omofobi, persino quando mi hanno preso di mira personalmente. Ho le mie buone ragioni: a sei anni ero omofobo. Cattolico, integralista, ignorante, bacchettone, un odioso moralista custode della più rigida ortodossia. Ok, avevo “solo” sei anni ma non sono sicuro sia una buona scusa. A undici mi sono innamorato di un uomo di ventuno. Ero felice. Ero infelice. Ero soprattutto terrorizzato. Ma omofobo non più, di sicuro. È vero quello che si dice in giro: l’amore guarisce ogni male. Anche l’omofobia. Ma certo, non si può pensare che questa sia la cura per tutti. Essere gay, dico.

Non mi sono mai dimenticato, però, la mia omofobia dei sei anni e per questo non faccio fatica a capire gli omofobi. Cresciamo, tutti, chi più chi meno, nella paura e nell’odio per l’omosessualità (e per la transessualità e tutto l’elenco). Mi verrebbe da dire che gli omofobi si sono fermati ai loro sei anni, oltre che a prima dei presocratici. Ma non è difficile capirli, e non è facile per loro diventare adulti, acquisire informazioni, strumenti, guarire. Diventare donne e uomini più liberi. Perché poi è questo, alla fine.

Gli omofobi, dunque, li capisco. Mi basta quel po’ di umanità, di nozioni (non oso scrivere “cultura”), e di memoria non del mondo, ma di me quando ero bambino.

Chi non capisco, e chi detesto, sono invece gli uomini liberi, colti, progressisti che non fanno nulla. Per ignavia, per sottovalutazione, per ignoranza, per leggerezza, per viltà. Loro sanno che l’omofobia è una malattia – personale e sociale – loro sanno che fa male. Molto e a molti. Però se a scuola, al bar, al lavoro, in parrocchia, in vacanza, in ascensore sentono una battuta omofoba, lasciano passare, tacciono, magari ridacchiano imbarazzati o sovrappensiero, o fanno finta di non avere sentito.

Io non sono molto sicuro che le giornate mondiali pro o contro questo e quello funzionino. Sono tante, troppe, e tutte per cause giuste anzi imprescindibili. Così tante che è un po’ come non ce ne fosse nessuna. Se Natale venisse tutti i giorni non ci sarebbe più il giorno di Natale.

Così, non so se le giornate mondiali ci aiutino a ricordare o a dimenticare per i restanti 364 (365 negli anni bisestili come questo) giorni dell’anno. Perché domani c’è già un’altra giornata pro o contro. La giornata dello yoga, concessa recentemente dall’Onu all’India.

Lo yoga, lo yogurt, lo yodel. E noi che siamo diventati dei lavoratori a giornata, o a giornate, chiamati ogni giorno a raccogliere qualcosa, pomodori o la bandiera, che so, della libertà di scegliere come morire dignitosamente.
Sono abbastanza sicuro invece che la guerra contro l’omofobia si vinca solo con il porta a porta, con il passaparola, con la raccolta differenziata (delle persone). Una conquista metro per metro, centimetro per centimetro, tutti i giorni tutte le ore tutti i minuti.

In metropolitana due sconosciuti, magari senza cattiveria (questo “senza cattiveria” ha fatto migliaia di morti, soprattutto tra le ragazze e i ragazzi, e non è un modo di dire, un paradosso, un’iperbole, purtroppo), due sconosciuti dicono qualcosa di omofobo? Gentilmente li si interrompe e si chiede conto. Scusa, cosa hai detto? Perché? Fammi capire. E così sempre, pronti a rompere il cazzo ogni volta, al vicino di casa, al compagno di banco (scuola e chiesa), al vicino di buca al golf. E pronti a spiegare quelle quattro cose in croce. Con calma, con precisione, con decisione. Questo, alla lunga, sì, mi sembra potrebbe funzionare.

In realtà il nemico non è l’omofobia ma il conformismo. I veri omofobi (e ci metto anche quelli solo di facciata, i Giovanardi i Salvini gli Adinolfi) saranno il dieci per cento. Loro sì bisogna far finta di non sentirli, ignorarli, abbandonarli al loro tristissimo destino. Tutti gli altri sono solo conformisti, appunto, confusi, persone che ripetono a pappagallo le frasi orecchiate da sempre. Donne e uomini che - sono pronto a scommetterci  - non vedono l’ora che qualcuno li sgridi, si occupi seriamente di loro senza dargli ragione per noia, li svegli. E li fermi nel loro sciocco ruzzolare dal nulla al nulla. Qualcuno con il piccolo coraggio di dire che sono stupidi, quindi pericolosissimi. Ma tutt’altro che irrecuperabili.

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